È di sicuro un fatto curioso che nel Nuovo Testamento vengano citati tutti i movimenti più conosciuti del I secolo: scribi, farisei, sadducei, zeloti, sicari, battisti (discepoli di Giovanni il Battista) e samaritani. 

Tutti, tranne un movimento che è forse considerato fra i più importanti. Sembra, infatti, che tutto il Nuovo Testamento non conosca il movimento esseno. Solo con la scoperta dei loro scritti nel 1947 a Qumran, piccola comunità stanziata sulle rive del Mar Morto, si è cominciato a dare un’identità specifica e indipendente a questo importante movimento religioso e monastico. 

Si sa poco dell’origine degli esseni. La loro nascita è databile attorno al II secolo a.C. (epoca in cui vengono datati gli scritti più antichi), con un loro stanziamento sulle rive del Mar Morto come una comunità di stampo prettamente eremitico. 

Sebbene i loro principali scritti vennero scoperti in età contemporanea proprio a Qumran, ai tempi di Gesù i membri di questo movimento erano più di quattromila, sparsi per tutto il territorio palestinese. Il loro destino di monaci eremiti nacque a causa di profondi sconvolgimenti che scossero le fondamenta stesse delle più antiche tradizioni ebraiche, a cui gli esseni erano particolarmente legati. Prima di entrare nel merito è importante citare i due autori del I secolo che parlarono della comunità essena: Filone d’Alessandria e Giuseppe Flavio. 

In Filone d’Alessandria, nel suo Quod omni sprobus sit liber, viene descritta tale comunità. Ne riporterò solo alcuni stralci, rimandando il lettore desideroso di approfondimento al lavoro di Moraldi citato in bibliografia. I testi che seguono verranno trascritti fedelmente come li riporta lo stesso Luigi Moraldi nel suo libro I manoscritti di Qumran

«[75] Anche la Siria Palestina, ove si trova una parte importante della molto numerosa nazione degli Ebrei, non è sterile quanto all’eccellenza della virtù morale. Alcuni di essi, a quanto si dice, più di quattromila, sono chiamati esseni: sebbene strettamente parlando questo nome non sia greco, può essere avvicinato a “santità”. 

[76] La prima cosa su costoro è che abitano in villaggi, fuggendo dalle città a motivo delle empietà che abitualmente in esse si commettono dagli abitanti, ben sapendo che la loro compagnia avrebbe un effetto deleterio sulle loro anime come una malattia portata da un’atmosfera pestilenziale. [79] Fra di loro non v’è neppure uno schiavo: tutti sono liberi e si aiutano l’un l’altro». 

Nella sua Apologia agli Ebrei, opera andata perduta ma citata da Eusebio di Cesarea (265-340 d.C.) nella Praeparatio evangelica viene scritto: 

«[1] Il nostro legislatore incitò una moltitudine di discepoli a vivere in comune; costoro sono detti esseni, e hanno meritato questo titolo, a quanto penso, a motivo della loro santità. Abitano in varie città della Giudea, in un certo numero di borgate e in raggruppamenti di molti membri. 

[2] La loro vocazione non è basata sulla nascita, la nascita non è infatti un segno di associazioni volontarie, ma sul loro zelo per la virtù e sul desiderio di promuovere l’amore fraterno». 

Giuseppe Flavio parla degli esseni nelle sue due opere più famose: Guerra Giudaica e Antichità Giudaiche. Nella prima, scritta tra il 75 e il 79, introduce il movimento esseno (II, 8, 2, 119-120).

Anche in questo caso verranno solo analizzati pochi stralci importanti per la nostra analisi: 

«Tre sono infatti presso i giudei le sette filosofiche: a una appartengono i Farisei, alla seconda i Sadducei, alla terza, che gode fama di particolare santità, quelli che si chiamano Esseni, i quali sono giudei di nascita, legati da mutuo amore più strettamente degli altri. Essi respingono i piaceri come un male, mentre considerano virtù la temperanza e il non cedere alle passioni». 

Mentre in Antichità Giudaiche (XVIII, I, 5, 18-19) scrive: 

«La dottrina degli Esseni è di lasciare ogni cosa nelle mani di Dio. Considerano l’anima immortale e credono di dovere lottare soprattutto per avvicinarsi alla giustizia. Mandano offerte al tempio, ma compiono i loro sacrifici seguendo un rituale di purificazione diverso. Per questo motivo sono allontanati dai recinti del tempio frequentati da tutto il popolo e compiono i loro sacrifici da soli». 

Le fonti del I secolo offrono così un quadro generale sul movimento esseno: la loro santità e la loro vita morale, il non volersi macchiare di impurità con gli ebrei al di fuori dalla loro cerchia che considerano peccatori, l’essere liberi e non schiavi, una vita frugale e soprattutto il loro fare comunitario.

Gli esseni erano perciò in netto contrasto con farisei e sadducei e criticavano aspramente il culto dedicato al Tempio, oramai quest’ultimo considerato come luogo privo della presenza divina (abbastanza logico, se consideriamo l’eccessivo avvicinamento fra l’establishment ebraico con quello romano). Persino l’interpretazione della Legge dei farisei, o l’attaccamento alla tradizione ebraica dei sadducei, veniva considerata dal movimento esseno come una cosa sbagliata, tanto da possedere una propria tradizione della Torah proveniente dall’antico sacerdote Sadock, discendente della famiglia sacerdotale di Aronne, fratello di Mosè e primo Gran Sacerdote della tradizione ebraica.

Come è attestato da molti scritti della comunità essena, era forte in loro un desiderio di rivalsa in chiave apocalittica, pronti a ricevere la giustizia divina che avrebbe punito gli ebrei corrotti e peccatori che fino ad allora avevano frainteso la Legge ebraica. La già citata Regola della guerra è un perfetto sunto delle speranze essene, con Dio a incarnare il liberatore del suo popolo trionfando sulla dominazione romana, e con l’instaurazione del proprio regno (il più volte citato “Regno di Dio” presente nei Vangeli).

Tratto da "Cristianesimo: un'invenzione di "San" Paolo" di Francesco Esposito, clicca qui.