Prima di addentrarmi in un ultimo, spinoso argomento, desidero riassumere alcuni punti fondamentali, storicamente accertati: 

Il cristianesimo fu inventato da Paolo di Tarso. 

I quattro vangeli canonici sono una continuazione di quella stessa operazione di marketing (furono adottati come “unici veri” nel 325, dal Concilio di Nicea, che dichiarò falsi tutti gli innumerevoli altri, da quel dì chiamati apocrifi). 

Il culto della Madonna “Madre di Dio” non è presente nei suddetti vangeli (fu istituito dal Concilio di Efeso nel 431). 

Il rosario fu ideato nel 1206 o 1214 da Domenico di Guzmán, che riadattò alla bisogna cattolica un’antichissima tradizione orientale. 

L’Ave Maria ha probabilmente la stessa origine e lo stesso autore: deriverebbe, secondo alcuni studiosi, da un’invocazione a Iside risalente all’Antico Egitto; in ogni caso, occorsero circa tre secoli prima che la Chiesa, tra il 1514 e il 1568, ne partorisse la versione definitiva. 

Stabilito ciò, ogni buon cattolico “timorato di Dio” o, meglio, in balia del dubbio che quell’inferno minacciato da santaromana-chiesa si spalancherebbe per inghiottirlo se dovesse permettersi di discutere il suo verbo, può anche negare fatti storici, supportati da ampia documentazione, ma questi restano comunque tali.

È altresì pacifico, come già detto e ripetuto, che ognuno è libero di continuare a credere in ciò che preferisce, di genuflettersi davanti a una statua o a un’icona, di affidare la soluzione delle proprie pene a un’effige, purché lo faccia con la consapevolezza di agire esattamente come coloro che, millenni fa, si rivolgevano ad altre figure divine, attendibili al pari di quelle proposte dalla Chiesa cattolica: ieri come oggi, i sacerdoti di ogni religione hanno sempre e solo tirato l’acqua al proprio mulino, inducendo le masse a seguirli, onorarli, sostentarli, instillando in esse la paura dell’aldilà, creando inferni e paradisi variamente configurati, mantenendole nella più profonda ignoranza, inducendo e alimentando la superstizione.

Che differenza c’è, infatti, tra un talismano e l’immaginetta di Santa Rita? Cosa distingue la folla oceanica che, per esempio, partecipava alle fastose celebrazioni in onore di Amon, di Hator, di Horus, di Sokar, di Hapi, dio di quel Nilo dal quale dipendeva la sopravvivenza del Paese, dai fedeli che si accalcano in attesa che il sangue di San Gennaro si sciolga o dalle fiumane di pellegrini che, a Medjugorje, fanno la fila, armati di pezzuole, per raccogliere banali gocce di condensa che fuoriescono da una statua di Cristo? Nessuna!

In tutti i casi sopracitati, si tratta di accaparrarsi la benevolenza di un dio, di scansare una sua eventuale ira, di gesti propiziatori o apotropaici, nati dallo sfruttamento di quella credulità popolare che da sempre viene affettuosamente coltivata dalle classi sacerdotali con il mantenimento delle coscienze in bilico tra il terrore del castigo e la promessa della salvezza.

Quel consenso informato cui avrebbe bisogno di essere sottoposta la fede, dovrebbe tenere conto di tutto ciò e solo dopo una tale, onesta operazione, una qualsiasi (eventuale) appartenenza religiosa potrebbe dirsi consapevole e continuare la propria strada. In fondo, c’è tanta gente che, almeno una volta all’anno, ama credere a Babbo Natale, pur sapendo che non esiste: si tratta di una innocua, tenera favola, che rievoca atmosfere magicamente infantili, struggenti nostalgie e grati ricordi di tempi spensierati, alla quale (quasi) nessuno rinuncerebbe volentieri. 

Per circoscrivere il discorso all’argomento di questo libro, gli innumerevoli santuari mariani sparsi nel mondo non sono diversi dai templi dedicati alle divinità pagane dell’antichità, poiché, come questi, rappresentano dei centri di potere di una casta che ha travestito istanze terrene (personali, politiche, economiche, di controllo) da fanfaluche spirituali. Con successo, oggi come allora.

Naturalmente, anche i veggenti non sono una novità o un’esclusiva cattolica, perché la necessità di conoscere il capriccio degli dèi o di essere rassicurati circa la loro predilezione, appartiene da sempre alla storia dell’uomo, sia per ciò che riguarda vicissitudini personali, sia nei confronti di un destino comune.

Così, le cronache antiche traboccano di profeti, oracoli e indovini – definiti con nomi diversi a seconda del contesto considerato, ma sempre operanti in nome di una presunta divinità – cui ricorrere per conoscere in anteprima o modificare gli sviluppi di vicende private o pubbliche. Questo vezzo non fu solo appannaggio del popolo: perfino grandi personaggi del passato domandarono lumi all’aruspice di turno prima di prendere importanti decisioni e i loro eserciti recavano spesso con sé una sorta di “reparto metafisico” per garantirsi la protezione di questo o quel nume.

Nella storia irruppe, poi, Bernardo di Turingia che, facendo confusione tra fine del mondo e fine dei tempi, tra la Rivelazione di Giovanni e i vangeli apocrifi, al grido di «Mille e non più mille!» inaugurò la stagione apocalittica, dando per spacciata l’umanità nel 992, in seguito nel 999, alla conclusione del primo millennio dopo la venuta di Cristo.

Scampato quel pericolo, però, le cose non cambiarono di molto e numerosi altri profeti improvvisati si produssero in personalissime esegesi dei testi sacri o si lambiccarono il cervello in complicati calcoli, partorendo date varie del Grande spettacolo finale.

Ci si impegnarono vescovi, astrologi, matematici, scienziati, esoteristi, fanatici religiosi, pastori di anime, arruffoni vari, approfittatori della buona fede altrui di ogni tempo e ogni latitudine.
La necessità del ricorso a una figura che facesse da intermediaria tra l’uomo e dio per conoscere i misteriosi disegni di quest’ultimo, non terminò con i secoli bui, bensì continuò a sopravvivere e si perpetra ancora ai giorni nostri, sia sul fronte profano, sia su quello religioso, ma come se non bastassero i variopinti cialtroni terrestri o gli arditi voli pindarici di schiere di esegeti, a partire da La Salette giunse anche la Madonna a metterci il suo carico da novanta, smettendo di chiedere solo più la costruzione di santuari o il conio di medaglie, ma iniziando anche a profetare sul destino dell’umanità, comunicando con il vulgus attraverso innumerevoli, sedicenti veggenti. O, almeno, così si intese far credere.

«Veggente» indica, genericamente e semplicemente, «colui/colei che vede», ma in ambito religioso ha assunto il particolare significato di uno stato di grazia che va al di là dell’umano e consente a un tizio/tizia di comunicare con i Piani alti, non accessibili ai comuni mortali. E poiché codesti comuni mortali non sono abbastanza puri per cogliere ciò che il privilegiato afferma di scorgere nitidamente davanti ai propri occhi, ecco che si può far bere loro qualsiasi scemenza travestita da messaggio soprannaturale, ovviamente sbandierando la notizia ai quattro venti, così da provocare l’afflusso di folle deliranti. 

Intendiamoci: gli autentici veggenti esistono, ma nessuno di essi pretende di «vedere la Madonna»! Sono persone normalissime che, per qualche strano motivo legato alla fisiologia delle loro strutture cerebrali, hanno la possibilità di entrare in contatto con altre dimensioni. 

Tratto da "Apparizioni Mariane" di Laura Fezia, clicca qui.