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Adolescenti “senza pelle”: come aiutare i nostri figli “difficili”

Adolescenti difficili, adolescenti senza pelle

“Mia figlia ha rotto con tutte le compagne di scuola, esaspera i professori e gli psicologi. L’hanno definita border, non so neppure che significa.”

Ecco l’etichetta. Border, così si dice in gergo.

Etichette, “marchi,” nei quali è chiuso il machiavellico pensiero istituzionale, un labirinto inestricabile ridondante di sigle che aiutano a collocare i problemi in “cassetti,” ma non risolvono i problemi reali dei nostri ragazzi.

Non si capisce perché un adolescente difficile perda lo status di essere umano, problematico per carità, e si trasformi in un acronimo per gli operatori sociali.

Diventano DSA quelli che presentano disturbi specifici dell’apprendimento; o BES quelli che necessitano di bisogni educativi speciali; poi ci sono le vittime del POF, il piano offerta formativa; del PEI, il piano educativo individualizzato; del PDP, il piano didattico personalizzato.

 

Un universo di senza pelle

Basta rifletterci un attimo per comprendere che tutte queste abbreviazioni sono segnalibri per classificare i problemi amministrativamente e chiuderli in un cassetto con una bella targhetta incollata.

Tante belle sigle per non ammettere che la società moderna non sa come fare con certi ragazzi, spesso iperattivi, sofferenti di deficit di attenzione, ovvero migranti verso stati ansiosi, aggressivi o depressivi. Molti comportamenti sono comuni e si ritrovano mescolati in dosi diverse in ciascuno.

Un modo per prendere le distanze dal mondo delle abbreviazioni è definire i ragazzi problematici come senza pelle, secondo la definizione della psicologa Silvia Pagani, fondatrice del metodo educativo Artademico.

Chi sono i senza pelle?

In passato, di senza pelle se ne vedevano pochi in giro.

Oggi il fenomeno è esponenziale, eppure il mondo adulto fatica ad individuarlo. Invece è evidente e di facile comprensione, almeno in teoria.

I senza pelle hanno la pelle psichica sottile, il rivestimento che dovrebbe proteggerli emotivamente da ciò che avviene al di fuori: relazioni, sollecitazioni, pensieri, giudizi, in loro è fino come carta velina.

Al pari della pelle biologica che ci racchiude, ci dà una forma e offre una barriera fisica alle aggressioni materiali esterne, la pelle emotiva ci ripara dalle aggressioni viscerali e immateriali del mondo là fuori, a volte da noi stessi.

In alcuni, questa impalpabile corazza non è abbastanza spessa da difenderli e li espone a colpi violenti.

Più facile descrivere queste realtà con sigle, marchi a fuoco che la società applica per sottolineare, con accezione negativa, la diversità di un adolescente.

 

Un diverso modo di sentire

Ma la diversità, spesso, altro non rivela che una diversa sensibilità.

Non solo nel contesto scolastico, o sociale, ma anche e soprattutto in quello familiare, perché un bambino problematico, diverso, o troppo perfetto, non diventa di punto in bianco un adolescente problematico solo perché a scuola l’hanno “etichettato”.

Deraglia anche perché, a volte, in famiglia si annida lo stesso atteggiamento di giudizio, di ansia da performance, di poco ascolto, che lo tormenta all’esterno.

Per questi ragazzi una frase, uno sguardo, una richiesta, possono trasformarsi in lame che li trafiggono.

Come un odore o un sapore, associati a un momento di sofferenza del loro passato, diventano intollerabili non per l’olfatto o per il gusto, ma per la loro pelle psichica esile. I segnali li colpiscono senza barriere e li raggiungono con tutta la loro carica distruttiva.

 

Affrontare il diverso, senza etichette

Carolina Bocca, autrice di “Senza pelle”. Già autrice best seller con “Soffia forte il vento nel cuore di mio figlio” (Mondadori, 2016)

Difficile affrontare serenamente la vita con questi presupposti, specie se si è ancora giovanissimi e non la si conosce abbastanza. Ancora di più se i contesti che li accolgono, la famiglia, la scuola, le relazioni sociali, questa sensibilità non solo non la comprendono, ma la penalizzano.

Si risale a ritroso e si scopre che siamo tutti, da generazioni, impregnati di una cultura poco flessibile e scarsamente paziente, quando si tratta di affrontare il diverso.

È più pratico imboccare delle scorciatoie e collocare questi ragazzi in classi amministrativamente definite. E assecondare la burocrazia.

Questo non è accettabile. Specie se è nostro figlio a farne le spese e se, per disgrazia, accade che non ci siano abbastanza etichette per definire il suo caso. Ossia non rientri in nessuno dei cassetti del fatidico UONPIA, il servizio territoriale di Neuropsichiatria Per l’Infanzia e l’Adolescenza.

Adolescenti: le droghe per non provare dolore…

Accade allora che certi bambini, divenuti adolescenti sofferenti, cercano di sedare come possono le loro afflizioni, come un malato prenderebbe un antidolorifico.

Per farlo utilizzano anestetici potentissimi: il fumo, per iniziare, tra le sostanze anestetizzanti più comuni e più temute da noi genitori; l’alcool; le droghe sintetiche che annullano l’autocontrollo; l’autolesionismo, che baratta la sofferenza emotiva con quella fisica. Poi vengono i disordini alimentari, la dipendenza da videogiochi e da internet, che li fa vivere in un mondo parallelo, incapace di ferirli, o la depressione, che li costringe ad abbandonare la scuola e a trincerarsi in camera per mesi.

Sembra semplicistico, ma questi ragazzi paiono la risposta evolutiva dell’essere umano ad una società che sta modificandosi e ha diluito e cancellato le regole originarie senza averne ancora stabilito delle nuove.

È un sistema dove ormai sembrano prevalere solo concetti esclusivi, spesso prevaricatori: la prestazione; vincere, anche, soprattutto, a spese degli altri; vincere uguale uccidere, il concetto di cui sono imbevuti i videogiochi di azione.

Il cervello diventa un contenitore di nozioni, senza basi culturali, annullate dalla globalizzazione e senza valori, o meglio con valori indefiniti e non riconducibili a schemi intuitivi. Si prescinde progressivamente da ciò che non è misurabile e traducibile in termini materiali o venali. Dove sono finiti il corpo, le emozioni, le relazioni reali? E l’accoglienza? E il rispetto?

Per i senza pelle, il linguaggio passa attraverso dei valori istintivi come un sorriso, o il dialogo.

Non la performance, tanto meno il giudizio definitivo di non idoneità se non competono come gli altri e non vincono. Ma questo evidentemente comporta troppo lavoro per una collettività che ama gli stereotipi: più facile accantonarli, assegnare loro un’etichetta e che qualcun altro se ne occupi.

 

Diversi, senza pelle, senza futuro

Papà Giampietro, durante la conferenza “Lasciami volare”, organizzata con l’Associazione Pesciolino Rosso fondata dopo la morte di suo figlio a causa della droga…

In conclusione?

Si ritrovano classificati e diventano diversi.

Lentamente, il marchio pervade la loro anima e fa credere loro di essere sbagliati. Profondamente.

Così, invece di coltivare un carattere oppositivo perché racchiude in embrione delle potenzialità maggiori, solo espresse in modo differente dal protocollo, lo mettiamo all’angolo; invece di sostenere una bipolarità che manifesta uno straordinario talento artistico, la facciamo trattare dallo psichiatra e la trattiamo a psicofarmaci.

Creiamo, in questa popolazione ipersensibile, dei vuoti sempre più vasti, colmabili ai loro occhi solo da un tocco di bacchetta magica, qualcosa che esiste fuori di loro e da chi li giudica. Le sostanze, il tagliarsi, il vomitare dopo mangiato.

Naturalmente ci sono casi, “gravi,” che necessitano interventi medici specifici, ma per quella che è stata ed è l’esperienza comune, spesso un approccio diverso può fare la differenza.

“Ho detto tante volte a mia figlia di non farsi del male…”

“Ho detto tante volte a mia figlia di non farsi del male, di assumere cibo correttamente. Tempo sprecato.”

È inutile ripetere ai figli di non drogarsi, di non bere, di non farsi male.

Se si arriva alla dipendenza questa è solo il sintomo visibile del problema, non la causa. La soluzione non va cercata solo nella disintossicazione, o nel “mangia meglio e non mutilarti”.

Se i nostri ragazzi soffrono di disagi così profondi da sospingerli verso abissi imperscrutabili, noi adulti abbiamo il dovere di guardarci dentro e di farci aiutare a comprendere questi abissi, arrivare a guardarli in faccia, non rimandare per paura, o perché non ci piace mettere in piazza i nostri affari.

L’omertà lasciamola ai criminali, basta nascondersi, basta vergognarsi.

Concediamoci il coraggio di parlare di quello che ci colpisce.

Basta essere vittime per paura di noi stessi e dell’opinione degli altri.

Capisco la riluttanza, ma un genitore che vuole aiutare un figlio problematico deve essere pronto ad ammettere che per un figlio senza pelle si ha bisogno di aiuto.

Non c’è nulla di male ad imparare ad essere il giusto genitore per quel figlio. La rinascita spesso scaturisce da qui.

Scopri qui il libro Senza pelle, di Carolina Bocca e Marco Ghiotto

Ghiotto Marco

Autore: Marco Ghiotto

Marco Ghiotto, ingegnere rinnegato, vive in Svizzera, dal 1993. Ha iniziato a scrivere, coronando un lungo periodo di “incubazione creativa.” Scrivere, per lui, non è solo raccontare luoghi, fatti e persone, è anche e soprattutto dialogare in modo immaginario con gli altri attraverso le storie narrate, entrare nell’intimo dei protagonisti dei suoi racconti, amarli, psicanalizzarli, violentarli e andare con loro dove li porta la vita.

1 Comment

  1. Avatar
    Sì, anch'io ho sofferto tanto durante l'adolescenza per motivi e problemi che forse possono ben riconoscersi nei "senza pelle". Ma ho avuto la forza e il coraggio di uscirne, di riprendermi la mia vita e di poter diventare normale. Si deve lottare tanto, è pur vero. Alla fine i sacrifici fatti ripagano.

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