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Alla ricerca del Gesù storico: chi ha paura del Gesù Messia politico?

Chi ha paura del Gesù Messia politico?

Il titolo dell’articolo vuole essere una citazione all’ottimo lavoro del prof. Mauro Pesce, “Chi ha paura del Gesù storico?”.

Ovviamente, i temi toccati dal prof. Pesce sono completamente diversi da quelli che verranno trattati in questo articolo. Ma un qualcosa li accomuna: l’evidente timore di una certa esegesi accademica nel prendere in considerazione certi aspetti del probabile Gesù storico…

Ossia, in questo caso,  considerare la figura storica di Gesù l’incarnazione tout court di un Messia politico secondo quella che era la visione ebraica del tempo.

Per un certo tipo di esegesi, una tale possibilità non può essere contemplata neanche come semplice e remota ipotesi, e analizzando le considerazioni di due importanti esegeti vedremo perché.

L’ipotesi del “Gesù zelota” come una teoria cospirazionista

John P. Meier

John P. Meier è considerato ancora oggi uno dei più importanti biblisti a livello mondiale.

Il suo studio enciclopedico sul Gesù storico intitolato “Un ebreo marginale” è fra le pietre miliari del genere. Il Meier, fra i tanti volumi della sua infinita opera, si getta sulla questione del Gesù Messia politico e sulla remota possibilità di considerarla come un’ipotesi accettabile:

«Certamente ci saranno sempre degli scrittori che asseriscono che gli evangelisti hanno celato l’autentico Gesù storico – cioè, Gesù il violento rivoluzionario che fu messo a morte per aver cercato di suscitare una rivolta contro Roma – e lo hanno sostituito con l’imbarazzante figura del mite ed amorevole Gesù dei vangeli.

In un certo senso, non c’è motivo di discutere con questi tanto convinti teorici della ‘cospirazione’. La massa di tradizioni evangeliche prodotte dagli studiosi per confutare la teoria della cospirazione non fa altro che dimostrare a questi teorici della ‘cospirazione ‘ la pervasiva natura della mistificazione. […]

Ci vien chiesto di supporre che gli evangelisti siano stati straordinariamente inetti nella loro mistificazione. Inavvertitamente essi avrebbero lasciato nei Vangeli materiale sufficiente perché coloro che hanno occhi per vedere – ossia, i teorici della cospirazione – possono intendere la verità nascosta di Gesù, il rivoluzionario armato. […] Certamente malgrado i fatti, Gesù lo zelota rimarrà perennemente popolare nelle volgarizzazioni dei mass-media, proprio come rimarrà totalmente anacronistico.»1

Meier parla in maniera molto chiara, netta, tagliente: vi sono studiosi che osano tracciare un quadro del Gesù storico diverso da quella che è la tradizione cristiana: un Gesù magari sovversivo, partigiano, il cui scopo era instaurare il famoso Regno di Dio nel “qui ed ora” con la cacciata del dominatore straniero.

Alla ricerca del Gesù storico

Una tesi, questa, che è nata nell’immaginario collettivo con un’opera del 1967, anch’essa estremamente importante, intitolata “Gesù e gli zeloti” dell’esegeta, pastore anglicano e professore di religione comparata all’Università di Manchester, Samuel Brandon.

Il libro di Brandon fu di estrema importanza per la rivalutazione della ricerca sul Gesù storico. Un’opera che, ancora oggi, è presa seriamente in considerazione nonostante alcune tesi siano, forse, superate dalla ricerca laica degli ultimi anni.

Ma tale fu la portata del suo lavoro, che non fu certo ignorato da un esponente autorevole e di peso come Jean Daniélou, cardinale, accademico di Francia e uno dei più importanti teologi dello scorso secolo – tanto da essere uno dei membri di maggiore peso della Scuola Teologica di Parigi, oltre che esponente della cosiddetta “Nuova Teologia”. Daniélou si espresse diverse volte sul lavoro di Brandon.

Cardinale Daniélou

Nel mio ultimo lavoro, Il Cristo illegittimo, ho più volte citato il cardinale Daniélou, anche in merito ad alcune considerazioni che egli stesso fece sul Gesù storico e la comunità apostolica, e soprattutto in risposta ai lavori dello stesso Samuel Brandon. Qui di seguito riporto un paio di stralci significativi:

«È certo, infatti, che l’ambiente culturale nel quale i primi discepoli di Cristo sono stati reclutati, era l’ambiente messianista. […] Questo è particolarmente il caso dei seguaci del Battista. Ma i confini fra i diversi gruppi messianisti non erano molto netti, e, d’altra parte, alcuni Apostoli, almeno Simone lo Zelota, provenivano sicuramente dall’ambiente anti-romano.» (J. Daniélou, La chiesa degli apostoli, Ed. Arkeios, Roma, 1991, pp. 14-15);

Il cardinale Daniélou, quasi a recensire il già citato lavoro di Samuel Brandon, “Gesù e gli zeloti”, scrive chiarissimamente:

«Brandon ha senza dubbio ragione quando afferma che Marco, e dopo di lui gli altri evangelisti, poiché stavano scrivendo per un pubblico romano, avevano ogni motivo di mascherare la simpatia di Gesù per la rivolta antiromana piuttosto che di metterla in evidenza.» (Recherches de scienze religieuse, 56 (1968), n.1 pp. 115-118);

Se dovessimo giudicare questo teologo secondo il metro di giudizio – del tutto legittimo – di John P. Meier, dovremmo considerare anche il cardinale Danièlou uno studioso cospirazionista?

Crocifissione di Gesù per motivi di sedizione

Sempre rimanendo nel campo dell’esegesi cattolica:

anche la New Catholic Encyclopedia2, la più importante enciclopedia cattolica non considera la condanna per sedizione politica come una flebile ipotesi, ma una certezza del tutto concreta.

Se un autorevole studioso, uno dei più importanti teologi dello scorso secolo come Daniélou, o la stessa Enciclopedia Cattolica, si sono spinti fino a tali considerazioni, bisogna comunque ricordare che la ricerca del Gesù storico non deve fermarsi al puro dato evangelico contaminato dalla lunga e travagliata tradizione cristiana-cattolica, e da un’esegesi ad essa sottomessa.

 

Le evidenti censure da parte dei redattori evangelici 

cristianesimo

Rileggendo il testo curato dal prof. Pier Angelo Gramaglia, “Marcione e il Vangelo (di Luca). Un confronto con Matthias Klinghardt”, mi sono imbattuto in un tema che ho affrontato circa un mese fa in una puntata speciale della mia rubrica su youtube “In principio” sull’ultima Pasqua di Yeshua (link  anche in fondo all’articolo, ndr).

In particolare, nella diretta che ho condotto mi sono soffermato sulle diverse e le più disparate giustificazioni da parte dei redattori evangelici per tentare di spiegare la presenza di discepoli armati durante gli eventi del Getsemani4.

Facendo parte della cosiddetta “fazione storicista”, e quindi rivendicando l’esistenza storica di Gesù e una sua precisa collocazione socio-politica contestualizzata al suo tempo, ho sempre considerato tale intervento armato dei discepoli come uno dei tanti indizi disseminati nelle fonti a nostra disposizione e che giustificano l’identificazione di Gesù come Messia politico secondo quella che era l’aspettativa ebraica del tempo.

Tema che ho affrontato nel mio secondo libro “Il Cristo illegittimo”, e che riprenderò nel nuovo lavoro “Prima del Cristianesimo”.

 

Gli eventi del Getsemani

Cattura di Cristo o Presa di Cristo nell’orto è una scena della Passione dipinta anche dal pittore italiano Caravaggio nel 1602.

Nel testo citato poco sopra, il prof. Gramaglia riprende le tante contraddizioni degli evangelisti sugli eventi del Getsemani: le sue conclusioni che rimangono ancora fortemente condizionate da una posizione storicista molto filo-cattolica.

Cito parte del testo a motivo di esempio:

«Possiamo così comprendere molte cose; innanzitutto la narrazione più arcaica e prelucana di Mc 14,47 nella sua semplicità aveva tramandato la notizia che nel Getsemani vi erano armi, forse anche tra i discepoli di Gesù, e per di più era stato colpito proprio il servo personale del sommo sacerdote; l’accusa a Gesù di guidare una banda di ribelli doveva essere stata immediata e frequente tra gli ebrei di Gerusalemme, ma per i cristiani della generazione successiva aveva creato problemi ben più gravi; i

l ricordo di detti molti forti di Gesù sul rifiuto della violenza non era compatibile con gli incidenti del Getsemani: come rimediarvi?

Matteo, in Mt 26,52-54, si inventa una intera sceneggiata, in cui Gesù proprio nel trambusto dell’arresto e della scaramuccia notturna si mette a tenere una lezione sul pericolo della violenza armata con tanto di proverbi popolari e soprattutto con una intera catechesi sul fatto che le scritture avevano già preannunziato che il Messia doveva subire una morte violenta e che Dio stesso avrebbe rinunciato a soccorrerlo con le sue armate celesti; naturalmente durante questa solenne lezione biblica ai propri discepoli il manipolo di soldati si era fermato per ascoltarlo e poi dopo un rispettoso saluto avrebbe ripreso a picchiare per arrestarlo.

Luca è più raffinato; nel Getsemani i discepoli di Gesù portavano armi, perché Gesù stesso glielo aveva raccomandato proprio al termine dell’ultima cena; con questa trovata Luca aveva pensato alla grande; il tutto sarebbe accaduto non già perché i discepoli di Gesù avessero tradito l’insegnamento del Maestro sulla non violenza armata, bensì perché Gesù stesso con quella raccomandazione del tutto prudenziale e provvisoria voleva far vedere che egli proprio per tale motivo sarebbe stato arrestato come ribelle e delinquente, perché così diceva Is 53,12 sul “servo di Yahweh”; insomma Gesù, secondo la propaganda di Luca, avrebbe organizzato tutto per attuare le frasi del canto isaiano, che doveva per forza non solo essere messianico ma parlare del suo stesso arresto. Risolto il problema di coscienza e del turbamento dei cristiani di fronte al suo Vangelo, Luca conclude con una trovata ancor più grandiosa: nel Getsemani non solo Gesù impose ai discepoli di non usare le armi neppure per legittima difesa ma fece sull’istante un prodigio di guarigione (cfr. Lc 22,51); di quel miracolo di guarigione a dire il vero nessuno mai aveva saputo nulla, né Marco né Matteo né Giovanni, ma la cosa funzionava molto bene come propaganda ed esemplarità cristiana»3 .

Diviene perciò chiaro da una semplice lettura del testo curato dal prof. Gramaglia che ci fu un tentativo disperato da parte dei redattori sinottici di giustificare la presenza di armi (e il loro utilizzo: in Luca addirittura avallato inizialmente dallo stesso Gesù!) durante gli eventi del Getsemani.

Il rafforzamento della teoria del Messia politico filo-zelota

Ma la cosa più interessante sono le conclusioni dello stesso Gramaglia:

«In ogni caso la totale redazionalità lucana di tali brani mina alla radice la pretesa di fare del Gesù storico un simpatizzante per la politica degli zeloti, che avrebbe per di più predicato un regno di Dio da imporre con la violenza armata» (p.33).

Volendo rispondere al prof. Gramaglia, trovo che sia vero il contrario: vista l’EVIDENTE natura redazionale di tali passi, atti a inserire maldestre pezze giustificative pur di addolcire il più possibile la presenza armata dei discepoli con l’avallo dello stesso Nazareno, non mina affatto la teoria del Messia politico filo-zelota, ma la rafforza ancora di più.

L’evidente imbarazzo degli evangelisti, a mio parere, impone un consolidamento di tale ipotesi.

 

1 John P. Meier, Un ebreo marginale vol. 3, Queriniana 2010, pp. 608-609

2 Edizione 2006, Gale Cengage Learning C.P. Ceroke and F.X. Durrel, Detroid

3 P. A. Gramaglia, Marcione e il Vangelo (di Luca). Un confronto con Matthias Klinghardt, Accademia University Press, 2017, pp. 32-33.

4 Luogo poco fuori la città vecchia di Gerusalemmenel quale Gesù, secondo i Vangeli, si ritirò dopo l’Ultima Cena prima di essere tradito da Giuda e arrestato.

Esposito Francesco

Autore: Francesco Esposito

Esposito Francesco, Lamezia Terme (cz) classe 1986, si laurea in Scienze Filosofiche con una tesi magistrale sul De Cultu Feminarum di Tertulliano e la figura femminile nel cristianesimo patristico e nella società romana. Studioso di cristianesimo primitivo e pre-conciliare, dal 2013 cura una rubrica di approfondimento sui testi biblici assieme all’autore Mauro Biglino intitolata “Racconti dall’Antico Testamento”.

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