Oprah Winfrey for president? La sfida dei Golden globes a Donald Trump


Categorie : Attualità e ControInformazione , Enrica Perucchietti

Oprah Winfrey for president? La sfida dei Golden globes a Donald Trump

Il discorso di Oprah Winfrey che sfida Trump

Qualche settimana fa avevamo rilanciato la notizia della possibile candidatura democratica di Michelle Obama alle prossime elezioni presidenziali statunitensi.

Un’altra donna di colore, altrettanto famosa in tutto il mondo, forse più potente, molto più ricca con un patrimonio personale di 3 miliardi di dollari, ha rubato la scena alla ex First Lady: alla cerimonia di premiazione dei Golden Globes il discorso di Oprah Winfrey è stato interpretato come un’autocandidatura per la Casa Bianca per sfidare Trump alle elezioni 2020. A confermarlo sarebbero state almeno due persone vicine alla star secondo quanto riporta la CNN: Winfrey non avrebbe però ancora preso una decisione e starebbe sondando il terreno. Intanto sui social spopola l’hashtag #OprahforPresident.

Il manifesto politico ai Golden Globe di Oprah Winfrey: 

In nove minuti di discorso la presentatrice ha stilato quello che per molti è stato interpretato come un “manifesto politico”, apprezzato da milioni di spettatori che hanno appoggiato  virtualmente l’ipotesi di una sua candidatura ((si veda il testo integrale ilfoglio.it/esteri/2018/).

La popolazione è già in tripudio peccato che, ambizione a parte, la Winfrey non sappia nulla di politica e il suo “manifesto” non fosse politico. Ma che importa? È straricca, è simpatica, buca lo schermo, in America la conoscono tutti, fa beneficienza. È donna, di colore e piace alle minoranze.

Nel suo discorso si è scagliata contro l’ingiustizia e le bugie, indicando nel coraggio della verità l’arma più potente che le vittime hanno per denunciare ciò che hanno subito: e ciò basta. Insomma, sembra che i democratici per rincorrere l’elettorato, non sappiano che puntare su candidati famosi come Michelle Obama, oppure andare a pescare nello spettacolo: George Clooney (si era fatto anche il suo nome) od Oprah.

Spettacolo e politica tra slogan e stereotipi: quando la forma diventa sostanza

La politica che ormai si esprime a post, tweet e immagini si è spettacolarizzata a tal punto da dover ricorrere a leader carismatici che sappiano parlare non alla testa delle persone ma alla pancia, smuovendo una mistura di emozioni e ricordi. Il consenso ormai si ottiene così, parlando di speranza, rivincita, diritti civili, cambiamento e mettendo in scena (come con Obama) candidati suadenti che sappiano dosare ritmo e timbro della voce, pause e movenze del corpo. Il contenuto non ha importanza. Basta che sia politicamente corretto e che “risuoni” bene.

Come spiegavo in NWO. New World Order. L’altra faccia di Obama, chi ascolta un comizio o un discorso costruito secondo norme formali prestabilite, incisive ma “abilmente vaghe”, sarà favorevole a concordare con quanto esposto, sebbene il contenuto risulti appunto vago e inconsistente.

Inoltre i politici sono ormai coscienti della necessità di condensare il proprio messaggio in uno slogan (es. Yes We Can!) che possa essere il più incisivo ed efficace possibile, che possa essere trasmesso dai media senza essere “tagliato” e possa rimanere ancorato alla memoria il più a lungo possibile. Più un concetto è semplice e stereotipato, supportato magari da immagini, tanto più esso penetrerà nella mente e nei cuori delle persone (anche quando non sia vero). Per rendere inoltre un problema complesso il più comprensibile possibile lo si banalizza rendendolo schematico  (a ciò si aggiunge la regola di rivolgersi allo spettatore come a un bambino).

Dopotutto i cittadini hanno sempre meno tempo e pazienza per leggere e informarsi e si affidano alla TV o alla lettura parziale (se non addirittura concentrandosi solo sui titoli) delle news che intercettano sul web o sui social (rifacendosi al principio di autorità). Tenderanno inoltre a concordare con coloro di cui si fidano e che vedendo in TV, siano essi attori impegnati in cause umanitarie o beneficienza (come Winfrey e Clooney appunto).

Cerimonia dei Golden globes o fiera dell'ipocrisia?

La presentatrice non ha fatto ancora pubblicamente nessun accenno a un’eventuale candidatura. I giornalisti hanno focalizzato la propria attenzione su alcuni passaggi a sostegno delle donne e delle vittime di violenza:

«Per troppo tempo le donne non sono state ascoltate o credute quando hanno osato raccontare la loro verità al potere di questi uomini. Ma il loro tempo è finito. Il loro tempo è finito».

La parte finale del discorso ha inoltre rilanciato la campagna #Metoo contro le molestie e Harvey Weinstein. I media hanno attribuito a queste parole un’investitura politica, mescolando ancora una volta politica e spettacolo, spettacolarizzando vittime, carnefici, molestie, violenza.

Dopotutto la cerimonia dei Golden Globes è stata la fiera dell’ipocrisia: attrici con scollature all’ombelico che sfilavano vestite di nero per rilanciare l’orgoglio femminile contro le molestie. Peccato che le attrici che avevano accusato per prime Weinstein (pensiamo ad esempio a Rose McGowan) non sono nemmeno state invitate… mentre quelle che lo idolatravano come un “Dio” o si facevano immortalare avvinghiate a lui erano in prima linea a rilanciare la campagna del #Metoo.

Dalla Francia, Catherine Deneuve e altri: difendiamo la libertà di importunare

Dall’altra parte dell’Oceano, in Francia, cento donne hanno deciso di replicare alla caccia alle streghe hollywoodiana e di firmare un articolo sul quotidiano «Le Monde» in cui dichiarano di voler “difendere la libertà di importunare”, ritenuta “indispensabile alla libertà sessuale”.

Catherine Deneuve, Catherine Millet e Catherine Robbe-Grillet hanno capeggiato questa controrivoluzione politicamente scorretta. Secondo loro questa giustizia sbrigativa che si consuma sugli schermi televisivi e sulle riviste patinate “ha già fatto le sue vittime”, uomini denunciati e sanzionati “solo per aver toccato un ginocchio” o “solo per aver cercato di rubare un bacio”.

Secondo le firmatarie, inoltre,

«sarebbe la caratteristica specifica del puritanesimo, quella di prendere in prestito, in nome di un sedicente bene comune, gli argomenti della protezione delle donne e della loro emancipazione per meglio incatenarle a uno statuto di eterne vittime, di povere piccole cose sottomesse al potere dei demoni fallocrati, come ai bei vecchi tempi della stregoneria».

Sommersa dalle critiche per aver difeso gli uomini e la loro “libertà di importunare le donne”, Denevue ha risposto con una lettera su «Liberation», smarcandosi da “conservatori, razzisti e tradizionalisti” che avevano sostenuto la sua presa di posizione e scusandosi solo con le vittime di violenza.

Insomma, le reazioni accese mostrano che il dibattito è ancora aperto e che c’è spazio per altro spettacolo, mentre la caccia a trovare il candidato patinato per sfidare Trump è ancora aperta.

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di Enrica Perucchietti: laureata col massimo dei voti alla Facoltà di Lettere e Filosofia, vive e lavora a Torino come giornalista e scrittrice. È autrice di numerose pubblicazioni. Per Uno editori: "NWO - New World Order", "Utero in affitto" e "Le origini occulte della musica. VOL 1-2-3"


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