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Calderone di Gundestrup: ritrovato (senza saperlo) il Sacro Graal celtico?

Un mistero da svelare…

In questo articolo analizzerò e commenterò le immagini di uno dei ritrovamenti archeologici più importanti di epoca celtica: il Calderone di Gundestrup.

«Il calderone di Gundestrup è un manufatto celtico datato tradizionalmente al III secolo a.C., nella tarda Età del ferro […] Fu ritrovato il 28 maggio 1891 in una torbiera dell’Himmerland, nello Jutland, nel nord della Danimarca. È costituito da un insieme di 13 pannelli d’argento – di cui 5 rettangolari interni, 7 quadrati esterni (è andato perduto un ottavo pannello) e uno circolare che costituisce il fondo – di 42 cm di altezza, un diametro di 69 cm. e un peso di 9 chilogrammi. Conservato presso il Museo Nazionale Danese di Copenaghen, le raffigurazioni presenti nelle tredici placche lo rendono un importante e discusso oggetto protostorico» (Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Calderone_di_Gundestrup)

Poco tempo fa stavo preparando una conferenza, per la Uno, sul Mistero dei Templari e il Sacro Graal. Ovviamente davo una chiave di lettura “druidica” (il fondatore dei Templari San Bernardo da Chiaravalle come un “druido moderno”, i Templari come un tentativo di tornare a venerare l’antica Dea). Mentre producevo il pdf con le immagini, mi sono imbattuto per la prima volta nei dettagli del ritrovamento archeologico celtico per eccellenza. Quel giorno rimasi folgorato. E credo di poter ipotizzare ora una chiave di lettura e interpretazione “eretica”, che non credo sia stata mai formulata. Analizzerò le immagini per gradi, e vi condurrò passo passo alla scoperta che io stesso con grande stupore ed entusiasmo ho fatto.

Una nuova chiave di lettura

Riporto via via, in questo articolo, alcune delle immagini del Calderone, anche a beneficio dei molti che probabilmente non hanno mai sentito parlare di questo tesoro di valore inestimabile.

Lo ricordiamo: qui da noi in Italia siamo stati sottoposti a “lavaggio del cervello” greco-romano-cattolico, e dunque, pur essendo di radici celtoliguri, noi Italiani del Centro-Nord sappiamo ben poco dei nostri avi, dei nostri antenati, della spiritualità autoctona che per millenni, fino alla conquista romana e cattolica, era diffusa nelle nostre terre. Come spesso scrivo, noi, in realtà, dovremmo considerarci gli abitanti del “Sud delle terre del Nord”.

Ma non lo sappiamo. Scrivo queste cose solamente per parlare alle corde dell’anima, al ricordo che sottopelle in tutti noi, misterioso, scorre. Il ricordo di chi eravamo, di chi siamo stati per migliaia e migliaia di anni, prima della conquista di un popolo del Sud (i Romani) e di una Religione orientale (o meglio: Mediorientale: il Cristianesimo Cattolicesimo, vale a dire una religione di nomadi pastori del deserto che, per come vedo io le cose, per nulla parla alle mie vene, alla mia appartenenza di uomo dei boschi, delle montagne, delle rocce, delle nevi… e poi: degli animali, dei fiumi, degli alberi insomma, le creature che abitano le antiche foreste centro e nord europee).

Il Calderone di Gundestrup

Analizziamo ora il reperto archeologico (che torno a ripeterlo: è forse il più importante della cultura celtica, o comunque uno dei). Nel Calderone di Gundestrup saltano subito all’occhio due figure: • l’uomo seduto “in meditazione” con le corna di cervo • e il simbolo “femminile” del Serpente (simbolo di vitalità e guarigione in molte culture sciamaniche antiche, poi scivolato nella demonizzazione nella nostra cultura cattolica). L’uomo “cornuto” (pensate all’accezione del termine che ha oggi) è in realtà il dio Cernunnos, dio della foresta, il dio che in questi giorni dell’anno, Beltane, si celebra. È lui a fecondare le vergini sacre e partecipare così ai riti di rinascita della primavera. Riti sessuali che gli antichi facevano, mettevano in scena, non essendo la sessualità un rimosso psicologico, un tabù sociale, ma addirittura il cardine della Festa di Beltane di questi giorni.

Toro, cerco… e altri animali mitologici

In questa immagine cominciamo a vedere, però, non soltanto l’antico dio celtico della Foresta, il dio Cervo (l’antesignano del diavolo per intenderci, essendo stati via via demonizzati tutti gli antichissimi simboli viventi “pagani”). Se osserviamo meglio l’immagine, cominciamo a veder qualcosa di “strano”: un piccolo toro sulla schiena di un grande Cervo, animali esotici che sembran leoni che combattono (e possiamo domandarci: ma in Europa c’erano leoni 2500 anni fa?). Ma soprattutto salta all’occhio un’immagine che ci ricorda un po’ il nostro Pinocchio: un omuncolo che cavalca un pescione (una balena? un delfino?). Insomma, cominciamo a vedere qualcosa che sposta la nostra attenzione dal piano mitologico archetipico degli Dei antichi a quello più attinente, passatemi il termine, alla trance sciamanica. Animali forse immaginari e situazioni “immaginifiche”, irreali.

Animali “mitologici” irreali che ritroviamo in altre immagini – quando riguarderemo Harry Potter e i suoi ippogrifi ed elfo domestico e altri animali “impossibili”, forse capiremo che non si è inventato niente: sono le creature e gli animali sciamanici della nostra Tradizione occidentale antichissima, spesso “irreali”, che dalla notte dei tempi i nostri avi incontrano, riconoscono, celebrano.

Guardiamo senza commentare queste altre immagini dunque.

… Tra le immagini, altri indizi

Al di là del chiaro riferimento mitologico presente sia nel Calderone sia in Harry Potter, e agli altri animali “esotici” tipo elefanti e leopardi (?), la mia attenzione fu attirata da quello che si trovava “tra” le immagini. Il mio assunto di partenza è il seguente: quando gli antichi celti incidono bassorilievi in una ciotola in argento come questa, quando fanno cioè “opere d’arte”, in realtà a loro non interessa il “bello”. Non sono interessati ai ghirigori, agli abbellimenti. Il senso del Bello fine a sé stesso è una cosa nostra. Loro volevano trasmetterci qualcosa. Erano dei libri.

Secondo me, il Calderone di Gundestrup è, allo stesso tempo, un libro a immagini (che vuole trasmetterci e rivelarci qualcosa) e una ciotola del “Graal” (un contenitore reale, in cui mettere qualche cibo mistico o bevanda sacra).

Quello, insomma, che il più grande studioso di simbolismo esoterico, René Guénon, definirebbe così:

«A queste due cose, «stato primordiale» e «tradizione primordiale», si riferisce il duplice senso inerente alla stessa parola Graal, perché, con una di quelle assimilazioni verbali che hanno spesso nel simbolismo una funzione non trascurabile, e che hanno d’altronde delle ragioni assai più profonde di quanto non si immaginerebbe a prima vista, il Graal è simultaneamente un vaso (grasale) ed un libro (gradaleo graduale); quest’ultimo aspetto designa manifestamente la tradizione, mentre l’altro concerne più direttamente lo stato stesso (12)». (René Guénon)

 

Le piante del Calderone di Gundestrup

Ma veniamo al mistero più affascinante. Nel Vaso che è un Libro – che, a mio modo di vedere, fu pertanto il Calderone di Gundestrup – tra le immagini di animali troviamo strani “ghirigori”, strane “piante”. Cosa sono? Abbellimenti? Un pretesto per riempire gli spazi? Io credo di no. Si tratta di piante. Ma quali? Inizialmente avevo ipotizzato fossero edera. Come sembrano peraltro suggerire le fonti ufficiali. E poi: perché sempre triadi? L’antico numero sacro druidico? Non mi sembra affatto un caso che le “piante” siano sempre a gruppi di 3. Guardiamo l’immagine qui accanto… A me sembra che non sia affatto edera. Son convinto che gli antichi, così abili e raffinati orafi ed esperti di natura e botanica, non potessero fare un errore così grossolano.

Poco per volta si è insinuato in me un dubbio: e se si trattasse degli ingredienti di una “pozione magica”, da produrre appunto nel Calderone, da dare a bere agli iniziati del culto, e con cui raggiungere stati di coscienza alterati?

Stati di coscienza in cui dunque poter incontrare ippogrifi, leoni, cavalcare pescioni e quant’altro? Questa è dunque piano piano diventata la mia ipotesi di lavoro. Ben sapendo che presso i popoli antichi, di matrice sciamanica, come i nostri antenati, le piante psicotrope venivano definite “piante sacre” o “di potere” (erano ben lontani dal nostro modo di considerarle, chiamandole droghe, demonizzandole e temendole oppure, al contrario, utilizzandole per “sballarsi” ed “evadere”).

Alla ricerca di piante psicotrope

No. In antichità i Misteri venivano rivelati inizialmente attraverso l’assunzione di piante psicotrope. Allucinogene. Attraverso queste “bevande sacre” i giovani ricevevano i riti di iniziazione, e potevano così vedere – sostanzialmente, fare esperienza di – creature fantastiche e altri mondi. Relativizzando “questo” di mondo, e capendo, comprendendo, che ci sono altre realtà, altri piani, altre creature e via dicendo. Erano molto più saggi di noi gli antichi. Non i barbari atei materialisti che siamo diventati. La loro vita era molto più misteriosa e ricca. Viva. Questo e quello che sto comprendendo sempre più. Ho ipotizzato dunque che quei “boccioli” fossero oppio, che è ben documentato anche in ambiente egizio ed europeo antico in generale. In realtà la soluzione “oppio” non mi convinceva. Sentivo di esser arrivato vicino alla soluzione, ipotizzando che fossero piante sacre, ma non mi sembravano ancora quelle. Quando ingrandii ulteriormente l’immagine di una delle “triadi” vegetali, ebbi un sobbalzo.

Sono funghetti?

Ma certo! Mi dissi. Questi sono funghetti! Ecco dunque secondo me rappresentate, nel Calderone di Gundestrup, le piante sacre che sappiamo esser autoctone e da sempre utilizzate nella nostra Tradizione sciamanica Centro e Nord europea. Ancora presenti in abbondanza nei nostri pascoli di montagna. Qui da noi la pianta di potere, il ponte che consente la visita ai mondi altri, dalla notte dei tempi non è l’Oppio, non è la Marihuana, non è il Peyote, non è l’Ayahuasca. Questi sono gli stargate utilizzati da altre culture. Non la nostra. Qui da noi, da sempre, utilizziamo i funghi: l’Amanita muscaria – quella che guarda caso è sempre presente nell’iconografia fantasy… … Ma soprattutto i funghetti, gli Psilocybe semilanceata. Con questa immagine ingrandita del Calderone credo di aver trovato la soluzione.

Il fondo della “scodella magica”

La mia ipotesi di lavoro è pertanto che il Calderone di Gundestrup sia una “scodella magica”, un antico “graal” in cui i sacerdoti mettevano una mistura di piante psicotrope (funghetti) e chissà, sangue di toro sacrificato. Il fondo della scodella, che ora riporto, mi pare suggerire questo (si noti anche il sacrificio del toro a opera di una fanciulla armata di spada).

Ancora più esplicativa è questa immagine qui sotto, in cui pare ancora più evidente che si trattava di sacrifici di tori (sacrifici e giochi con tori, o tauromachia, assai in voga in antichità, e che sicuramente venivano celebrati anche qui nelle mie terre, nell’antica Torino magica).

E poiché l’immagine si ripetete tre volte, si potrebbe anche ipotizzare che il rito preveda una successione di tre fasi distinte per portare a compimento il sacrificio.

La pianta dei guerrieri

Concludo questa mia analisi del “Graal celtico” mostrando un colpo di scena finale: un’altra immagine che potrebbe significare questo: guerrieri che portano una pianta sacra verso un grande “catino” da cui escono, una volta immersi a testa in giù da un Gigante, a cavallo di destrieri, con elmi in testa raffiguranti gli animali sacri sciamanici.

Ma del Calderone di Dagda, della mitologia irlandese dei Thuatha de Danaam, dei suoi poteri, abbiamo già parlato e ancora parleremo.

Sul fatto che il Sacro Graal sia uno dei 4 tesori antichi irlandesi, portati dai druidi nella notte dei tempi, provenienti da 4 città leggendarie, abbiamo dunque pochi dubbi:

«Il Calderone del Dagda, una larga pentola che non si svuota mai e che non lascia mai nessuno affamato, è uno dei quattro tesori che i Túatha Dé Danann portano con sé in Irlanda. Quando il calderone non viene usato serve da contenitore per la Lancia di Lúg, che gronda sempre sangue.

Nella mitologia irlandese i Túatha Dé Danann (cioè le Genti della dea Danu) dalle sedi antiche sul Danubio si mossero verso le ‘Isole settentrionali’, dove diventarono maestri di magia e tecnica. Al momento di invadere l’Irlanda portarono con sé dalle loro quattro capitali (Fáilias, Gorias, Finias e Murias) quattro tesori (rispettivamente la Pietra del Destino (Lia Fáil), la Lancia di Lúg, la Spada di Luce (Claíomh Solais) e il Calderone del Dagda, detto anche ‘Coire Ansic’, Non-asciutto». (Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Calderone_del_Dagda)

Il fiore della vita

Concludo questo articolo proponendo un’ultima “coincidenza” (per gli appassionati non di Geografia sacra, come me, ma di Geometria sacra – spesso la gente confonde le due discipline, invero assai diverse). Gli studiosi di Geometria sacra non faticheranno a ritrovare anche nel Calderone di Gundestrup il cosiddetto Fiore della Vita.

 

 

Concludo – questa volta veramente! – l’articolo con una citazione di René Guénon che parla da sola (a proposito dell’importanza delle “pozioni magiche” e del “cibo degli dei” in antichità):

«Facevamo allusione or ora ai «Cavalieri della Tavola Rotonda»; non sarà fuor di proposito indicare qui cosa significa la «cerca del Graal», che, nelle leggende di origine celtica, è presentata come la loro principale funzione. In tutte le tradizioni è fatta in tal modo allusione a qualche cosa che, a partire da una certa epoca sarebbe andata perduta o sarebbe stata nascosta: è, per esempio, il Soma degli Hindu o il Haoma dei Persiani, la «bevanda d’immortalità», la quale ha, precisamente, un rapporto molto diretto con il Graal, poiché questo è, dicesi, il vaso sacro che contenne il sangue del Cristo, che è pure una «bevanda di immortalità». (René Guénon)

È interessante notare, leggendo questa illuminante frase del “re degli studiosi esoterici”, che anche il Graal cristianizzato sia un contenitore di Sangue (di Cristo).

Ma soprattutto vorrei scrivere e sottolineare una cosa che a molti sfugge: il misterioso Soma degli Hindu, qui citato, è probabile che fosse una specie di “cibo sacro”, una mistura allucinogena, “divina”, contenente Amanita muscaria.

La Ricerca del Graal e della Tradizione antica continua.

Buon Beltane a tutte e tutti!

Cogerino Andrea

Autore: Andrea Cogerino

Andrea Cogerino, specialmente in seguito alla laurea in Filosofia del 2000 con una tesi sulla Sincronicità e il carteggio Jung-Pauli, segue il sentiero delle “coincidenze” e si rimette alla saggezza del “Tao”. Editor e scrittore freelance, dopo alcune esperienze di vita a Roma e Torino è tornato alle origini, nei monti e nei boschi della Val di Susa. Ricercatore spirituale a tutto tondo, da anni si occupa prevalentemente di sciamanesimo e druidismo.

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