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Dagli antichi miti alla genetica: i mitocondri di Atlantide

Platone e Atlantide

Credo che ognuno di noi abbia sentito parlare del “mito” di Atlantide di cui si leggono poche parole nei dialoghi di “Timeo e Crizia” di Platone e poi nient’altro.

Beh, nient’altro mica tanto… come al solito è sufficiente documentarsi, magari evitando di perdere tempo col leggere i libri di storia ufficiale… quelli si che contengono più miti che altro!

Nei dialoghi di “Timeo e Crizia”, Platone parla di un cataclisma avvenuto 11.600 anni fa che travolse e distrusse l’isola di Atlantide, come riferitogli da Solone, a sua volta istruito da sacerdoti egiziani depositari delle antiche conoscenze antidiluviane.

La storia ortodossa che ci viene insegnata a scuola ha sempre liquidato quanto ci ha tramandato Platone come un mito, frutto della fantasia e delle ambizioni politiche del filosofo greco, evidenziando come non esistano prove sulla veridicità di un tale racconto o evidenze scientifiche che lo confermino.

Nulla di più falso, dimostrazione – ancora una volta – di quanto la vera storia ci venga nascosta, probabilmente perché scomoda, perché drasticamente inconciliabile con quella classica e ancor più con le posizioni occupate dai “soloni”, mai termine fu più appropriato, che ce la propinano fin dalla più tenera infanzia. Ancora una volta ciò che conta è l’approccio scientifico e non cosa dicono i “presunti” esperti scienziati.

 

Quando mito e scienza coincidono…

Il primo riscontro provato, logico, semplicissimo, di queste parole “mitiche” di Platone è la coincidenza con le tempistiche del rapido e innaturale disgelo avvenuto a fine dell’ultima glaciazione, di cui esistono oltre 600 miti in tutto il mondo e inconfutabili prove scientifiche: il diluvio universale.

Dal 2007 in avanti una vastissima bibliografia scientifica sta svelando a chiunque abbia voglia di vedere e sapere quanto accadde nell’anticamera della nostra storia recente e più o meno nota: un enorme cataclisma planetario fatto di fuoco e acqua, che letteralmente spazzò via enormi masse continentali e con esse quanto vi giaceva sopra: la passata civiltà che ci ha generato.

Casualmente tra tutte le date che Platone poteva inventarsi ha pescato proprio quella che la moderna scienza ha provato esser stata testimone di un improvviso disgelo e cataclismico innalzamento dei livelli degli oceani (melt water pulse B). Fortuna? Non direi proprio.

Poi ci sarebbe per un attimo da dibattere, anzi confutare con energia, il fatto che secondo la storia accademica non esistano altri riferimenti all’Atlantide di Platone: nulla di più falso, anzi questo si che è un “mito” o forse palesemente il tentativo di continuare a nascondere una storia davvero tanto diversa da quella appresa sui banchi di scuola.

Testi sacri e antiche leggende

Per esempio, nella seconda metà del 1800, un abate francese, Charles Etienne Brasseur de Bourbourg, ritrovò in America Latina diversi testi sacri degli indios, tra cui il più famoso è senz’altro quello degli indios Quichè, intitolato Popol Vuh, che tradusse in francese e diede alle stampe nel 1864.

Un altro importante testo, scoperto dall’intraprendente religioso francese, è il “Troano Codex”, anche noto come “Codex Tro- Cortesianus” o “Madrid Codex, Il religioso francese ha anche raccolto una serie di racconti degli indigeni nei quali si tramanda la leggenda della distruzione di una grande terra situata nell’Oceano Atlantico, che avvenne in concomitanza con queste catastrofi naturali.

Ahiaaaaaa… suona familiare questa cosa… vuoi vedere che gli indigeni del Centro America avevano letto Platone? O forse la verità è un’altra? Andiamo avanti.

Esiste un’antica leggenda degli indigeni del Messico, insegnata perfino a scuola, trascritta poi nel “Codice Aubin”, che recita:

“Gli Uexotzincas, i Xochimilacas, i Cuitlahuacas, i Matlatzincas, i Malincalas abbandonarono Aztlan e vagarono senza meta”.

 

Gli Aztechi si definiscono gli abitanti di Aztlan, un’isola dell’Atlantico che le antiche tribù avevano dovuto lasciare perché stava sprofondando nell’oceano; al Museo di Antropologia di Città del Messico sono visionabili molte rappresentazioni artistiche che descrivono l’esodo.

Bene… capisco che per alcuni lettori non ci sarà bisogno del seguente suggerimento, ma permettetemi comunque di darlo: provate a levare la “Z” dalla parola Aztlan… A volte si dice le coincidenze!

 

Altri miti di Atlantide

Esistono poi diversi altri testi che, anche volendo tenere gli occhi ortodossamente chiusi, non si può davvero negare che parlino del continente perduto negli stessi termini in cui lo fanno il Timeo e il Crizia di Platone, con l’unica “pecca” di non menzionare esplicitamente la parola magica: Atlantide.

La “scienza” e la storia accademiche sembrano chiuse, cieche di fronte a queste cose, mentre paiono vederci benissimo quando pretendono di raccontarci tutto sull’origine delle piramidi sulla base di un cartiglio fake e made in England o di 3 lettere trovate su una stele postuma.

Poi ci sono i riferimenti al continente perduto di molti storici, che vengono presi in parola quando narrano altre vicende e ignorati o tacciati di fantasiosa creatività quando accennano a questioni scomode come l’Atlantide perduta:

  • Plutarco, che la chiamava Saturnia
  • Diodoro Siculo affermava che i fenici scoprirono una grande isola nell’Oceano Atlantico al di là delle colonne d’Ercole alla quale arrivarono dopo qualche giorno partendo dalle coste africane
  • a Proco fu narrata da altri studiosi. Marcelo, storico greco, l’esistenza di un continente fatto di isole, una delle quali dedicata a Poseidone: Atlantide.
  • Lo storico romano Timogeno asserisce che i Galli hanno una tradizione su Atlantide.
  • … e ancora Erodoto, Pomponio Mela, Filone Giudeo, Annone Cartaginese, Strabone, Gaio Plinio Secondo, Tertuliano, Tucidite, Eliano e tanti altri: tutti scrittori di fantascienza o narratori di una verità oggi indicibile?

 

L’approccio multidisciplinare: una via verso la verità

Poi ci sarebbe l’approccio multidisciplinare, quello che stranamente gli storici accademici evitano come la peste quando si tratta d’indagare su verità che potrebbero, per così dire, rivelarsi scomode.

Le similitudini, le rassomiglianze, le evidenze che accomunano le due sponde dell’oceano Atlantico, attraverso le lenti delle più disparate discipline, sono tali e tante che “matematicamente” la probabilità che si tratti si semplici coincidenze tende asintoticamente a ZERO.

Le corrispondenze e i legami tra le lingue amerinde e quelle europee, asiatiche e africane al di qua dell’oceano sono tali e tante che chiunque potrebbe riconoscere la loro radice comune, il loro ancestrale legame, che le univa attraverso quella che oggi è una sterminata distesa oceanica, ma che chiaramente allora doveva necessariamente prevedere un “ponte” di terre emerse tutt’altro che invalicabile.

Di recente un lettore mi ha suggerito un libro affascinante, America Cuarta Dimension di Natalia Rosi De Tariffi, una ricercatrice italiana che mette inequivocabilmente in risalto le similitudini tra l’Etrusco e le lingue precolombiane del Sud America. Si tratta dell’ennesima evidenza in proposito, che scolpisce nero su bianco quel legame ancestrale preservato nelle tradizioni orali, che chiaramente accomuna Baschi e Maya, Etruschi e Aymara, Sumeri e “quelli” della Bolivia di Posnansky.

 

Genoma e linee mitocondriali

Non siete ancora convinti vero!? Passiamo a un diverso tipo di scienza per giungere inevitabilmente alle stesse conclusioni.

Dallo studio del genoma umano, ed in particolare delle linee mitocondriali e del cromosoma Y, veri e propri inconfutabili libri di storia incisi nel nostro DNA, emerge la presenza di un particolare aplogruppo comune a popoli che apparentemente non dovrebbero avere molto in comune come i berberi, i Baschi, gli Scozzesi, gli Egizi ed i nativi americani, in particolare gli Hopi… Sappiate che gli Hopi sono gli antichi discendenti degli Aztechi migrati nel Nord America… quelli di Aztlan, tanto per capirsi!

Ebbene osservando la diffusione lungo entrambe le sponde dell’Atlantico di questo particolare aplogruppo verrebbe quasi da ipotizzare che derivino tutti da un’unica etnia che dal centro dell’Atlantico si è diffusa sulle sue coste… a est e a ovest… e magari in seguito a un cataclisma che ha spazzato via la loro terra d’origine.

Tratto da “Prima di Noi”:

“…Come se ciò non bastasse, queste popolazioni sono caratterizzate da una distribuzione dei vari gruppi sanguigni veramente particolare, in cui sembra prevalere con decisione il gruppo zero. Per esempio, la totalità dei nativi sudamericani ha sangue gruppo zero, fatto questo che statisticamente ha dello straordinario e fornisce un prezioso indizio per ricostruire la nostra storia; verrebbe infatti da ipotizzare che l’isolamento durato fino a Colombo abbia preservato il gruppo sanguigno originario dei loro antenati, che a questo punto parrebbe proprio essere di tipo zero.

Anche la popolazione basca è caratterizzata da un numero di persone sopra la norma con gruppo sanguigno zero e in generale risulta evidente come la concentrazione maggiore di persone con sangue di gruppo zero si riscontri nei popoli che si affacciano sull’oceano Atlantico, tra l’altro proprio in quelle aree dove è stata rilevata la presenza di strutture megalitiche…”

 

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Questo e molto altro nella novità editoriale “Prima di Noi”.

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Caranzano Massimiliano

Autore: Massimiliano Caranzano

Massimiliano Caranzano, nato a Loano nel 1968, laureato in Ingegneria Elettronica, esperto di Information Technologies, Intelligenza Artificiale e speaker in eventi di livello mondiale. Autore di libri sulle tematiche energetiche e la salvaguardia ambientale, coltiva da oltre quarant’anni un interesse particolare per la ricerca delle vere origini dell’umanità.

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