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Dipendenza da internet e Hikikomori: lato oscuro della rivoluzione digitale

Verso una generazione di “idioti tecnologici”?

Il progresso oggi si incarna nella tecnologia, sinonimo di “affidabilità”: a essa deleghiamo spazi sempre più ampi della nostra vita, dagli spostamenti alle comunicazioni, dall’automazione sul lavoro alla medicina. Gli effetti collaterali di questa pulsione collettiva verso il progresso non sono stati ancora approfonditi.

Eppure anche i minimi sforzi vengono oggi delegati ad essa, rischiando di creare delle masse di “idioti tecnologici”, come analizzo nel mio prossimo saggio, Cyberuomo, in uscita a marzo per Arianna Editrice: il cervello umano si modifica stando al passo dei nuovi strumenti tecnologici in nostro possesso, inibendo sempre di più l’azione, la curiosità, la memoria e lo spirito critico, dall’altro inducendo un senso di isolamento e di compulsione nell’utilizzo di tali mezzi (sempre più persone sono per esempio ossessionate dal controllo costante del nostro smartphone, da cui il phubbing).

I.A.D – Sindrome da dipendenza da Internet

Pensiamo per esempio agli effetti dannosi che l’uso di internet e degli smartphone ha sul comportamento e sulla psiche. In base alla neuroplasticità, la ripetizione di attività mentali come scrivere sms, messaggi in chat o controllare la mail rafforza alcuni circuiti nel nostro cervello trasformando quell’attività in comportamenti rigidi che vengono introiettati come “abitudini” e che, soprattutto nei più giovani, possono condurre a patologie.

Nel 1995 lo psichiatra americano Ivan Goldberg ha coniato l’espressione “Internet Addiction Disorder” (I.A.D., sindrome da dipendenza da Internet), prendendo come modello di riferimento il gioco d’azzardo compulsivo.

Questa patologia colpisce soprattutto gli adolescenti, ma sta cominciando a riguardare sempre di più anche gli adulti. Le personalità più vulnerabili sono caratterizzate da tratti ossessivo-compulsivi e/o tendenti al ritiro sociale, con aspetti di inibizione nei rapporti interpersonali.

I ragazzi Hikikomori

Uno dei fenomeni più inquietanti che sta prendendo sempre più piede negli ultimi anni è quello dei ragazzi Hikikomori, dal giapponese “stare in disparte”: consiste nel chiudersi nella propria stanza, passando il tempo su internet o a giocare ai videogame, fuggendo quindi dal mondo reale per quello virtuale.

Gli Hikikomori, di età compresa tra i 12 e i 30 anni, non escono di casa, non sono in grado di gestire le emozioni e arrivano a vivere isolati nelle loro camere da letto per mesi o anni. Iniziano a sentirsi inadeguati verso la società, manifestano problemi di relazione e non si piacciono fisicamente.

Poco alla volta i sintomi diventano psicosomatici, causando mal di testa o mal di pancia, man mano il giovane inizia ad assentarsi da scuola o dall’Università, diventando progressivamente cronico. Parallelamente, vi è anche un’altra tipologia di Hikikomori e che tende all’opposto narcisismo: ragazzi che si considerano talmente superiori rispetto ai coetanei da non riuscire a confrontarsi con nessun altro.

Anche in Italia il fenomeno è in aumento e secondo le stime di Valentina Di Liberto, sociologa e fondatrice di “Hikikomori Coop Sociale Onlus”, centro che si occupa di nuove dipendenze patologiche e di problematiche relazionali, sta avendo un vero e proprio boom con centomila casi registrati.

Il lato oscuro della rivoluzione digitale

Questo è uno dei tanti risvolti del lato oscuro della rivoluzione digitale.

Lo scollamento progressivo dalla realtà e la fuga verso paradisi artificiali sfocia in relazioni sempre più artificiali ed egoistiche che avvengono esclusivamente sul web o sui social, perché a volte non si sente neanche più l’esigenza di incontrare una persona: basta colmare qualche vuoto emotivo con un messaggio, una videochiamata, qualche chat. Dall’altra si sta creando un isolamento che rischia di avere ripercussioni soprattutto sugli adolescenti, sempre più fragili e incapaci di gestire le proprie emozioni e le responsabilità che la vita “vera” comporta.

Il problema non è però nei social network in sé, ma in noi: essi sono un mezzo, siamo noi che abbiamo disatteso la capacità di saperli usare al meglio, dimostrandoci eticamente immaturi per gestire la rivoluzione digitale.

La virtualità ci rende più fragili e soli e rischia di risucchiarci in un vortice fatto di solitudine e sorveglianza: ciò non significa che si debba rinunciare alla tecnologia e votarsi all’ascetismo, ma dovremmo divenire più consapevoli e responsabili dei mezzi che abbiamo e riappropriarci non solo del senso critico ma anche di quello spirito etico che dovrebbe supportare l’innovazione. Affinché la tecnologia sia pensata in funzione e per il bene dell’uomo, per non rischiare altrimenti di finire schiavi delle macchine che abbiamo progettato.

di Enrica Perucchietti

Perucchietti Enrica

Autore: Enrica Perucchietti

Enrica Perucchietti vive e lavora a Torino come giornalista e scrittrice. Laureata col massimo dei voti alla Facoltà di Lettere e Filosofia, abbandona la carriera universitaria per diventare giornalista televisiva. Dopo numerose pubblicazioni su riviste digitali e cartacee, decide di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura (Il Fattore Oz; Governo Globale; Libertà religiosa nello stato laico e nella società aperta, in AA. VV. Credere è reato?; L’ultimo Papa; I Maestri Invisibili del Nuovo Ordine Mondiale).

1 Comment

  1. La civiltà della tecnica comporta questo, perchè per ogni cosa c'è il risvolto della medaglia. Per usare al meglio la tecnologia, che diviene via via sempre più avanzata e sofisticata, bisogna essere preparati psicologicamente ed avere soprattutto un'interiorità e uno spirito critico davvero grandi e molto forti. Che meraviglia avere l'ultimo modello di smartphone! O il PC con le funzioni più avanzate! Ma... si sa veramente disporre di questi oggetti? Sono necessari certo, però non essenzialmente indispensabili per la nostra crescita umana e per la nostra vita.

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