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Donna Angelo, Vergine e strega. Un viaggio nella società patriarcale

Il mito patriarcale della donna perfetta

Ho preso spunto, per scrivere questo articolo, da una segnalazione di un mio lettore che mi indicava una pagina internet sulla quale era riportato un twitter del famoso regista americano Michael Moore.

Il regista affermava l’indiscussa supremazia della donna sull’uomo, dedotta dal fatto che “nessuna donna ha mai inventato la bomba atomica, nessuna ha mai progettato un attacco terroristico, iniziato un Olocausto, disciolto le cappe polari o organizzato una uccisone di massa nelle scuole.”

Apparentemente il suo ragionamento non fa una piega, ma è solo una verità apparente.

Infatti la risposta di una donna, certa Jessica Ellis, è stata particolarmente illuminante. Al di là di avere trovato per ogni asserzione di Moore una donna invischiata nelle bombe atomiche, nell’Olocausto e in tutte le altre faccende elencate, la Ellis afferma che “noi non siamo meglio” (“We are not better”).

Rivendicando questa affermazione la Ellis ha messo il dito in una piaga non ancora risolta da millenni e che intrappola le donne più di una camicia di forza virtuale.

Patriarcato e schiavitù

L’origine di questa trappola è antichissima e di difficile penetrazione. Non solo, infatti, il Patriarcato ha costretto le donne a una vita di schiavitù domestica per millenni, ma ha anche eroso la loro facoltà di discernimento, impedendo loro di avere accesso all’istruzione e alla conoscenza delle cose della vita.

In altre parole, come afferma la Ellis, ci hanno cauterizzato dalla nostra capacità di fare scelte. Le donne, in altre parole, non hanno potuto compiere azioni malvagie, come non hanno potuto compiere azioni eroiche.

Non hanno “potuto” e basta.

Innalzare le donne su un altare virtuale e, di contro, impedire loro di avere accesso alla vera vita, sono solo due facce della stessa medaglia.

La guerra di Troia: verso l’era patriarcale

Tutta questa trappola iniziò più di due millenni fa, quando il mondo cominciava a conoscere il potere delle armi e a combattere la prima guerra raccontata, quella di Troia[1].

Il passaggio da una società in cui le donne condividevano la vita esattamente alla pari degli uomini e ognuno dei due sessi espletava compiti diversi ma complementari, stava finendo. Le Dee erano venerate al pari degli Dei maschi e regnava armonia tra il Cielo e la Terra. Era la famosa Età dell’Oro, di cui parlano Esiodo, Ovidio e tante altre narrazioni antiche, compresa la Bibbia.

Tutto questo finì in secoli diversi, lasciando le ultime vestigie di quelle prospere civiltà morenti proprio nelle tre grandi isole del mediterraneo: Malta, Creta e Sardegna. In queste terre troviamo ancora tracce archeologiche e folcloristiche di quelle antiche società, ma tutto dovette, prima o poi, soccombere alle idee che noi definiamo “patriarcali” e che, di fatto, rendevano le donne  schiave degli uomini.

Mancipatio: il diritto di comprare le donne

Derubata del nome, dell’identità personale, della possibilità di leggere e scrivere e comprata e venduta come merce, la donna fu condannata ad essere una mera appendice del suo padrone.

L’etimologia della parola “emancipazione” che tanto oggi va di moda, chiarisce in modo esemplare questo concetto. Deriva dal latino “emancipatio” che era un istituto tramite il quale il figlio (ma non la moglie) otteneva l’estinzione della patria potestà.

Nell’antica Roma, dove i concetti patriarcali divennero definitivi e ineluttabili per tutto il mondo antico, esisteva una legge ferrea che si chiamava mancipatio.

Essa sanciva il diritto del maschio a comprare delle mogli, esattamente come se fossero capi di bestiame. La parola di origine era mancipium  che significava “acquisto della proprietà”  e che, a sua volta, era composta  da “manus” (mano) e “capere” (prendere)

Anche i figli, nati da quelle mogli schiave erano soggetti alla stessa schiavitù , su cui il pater familias aveva potere di vita e di morte[2] . Quando il figlio maschio, diventato adulto, chiedeva l’emancipazione, di fatto diventava lui un pater familias e la ruota ricominciava da capo.

L’emancipazione femminile

Quando Troia era solo una Città

Per arrivare invece all’emancipazione femminile dobbiamo fare passare millenni e arrivare ai primi del novecento per avere qualche risultato tangibile. Questa rivoluzione, costata centinaia di vittime, ha attraversato tutto il secolo per giungere fino a noi non ancora compiuta. Tutte le donne assassinate ancora oggi da un marito geloso fanno parte di questa tristissima schiera.

I lunghi millenni della devianza di dominazione patriarcale hanno creato delle turbe psichiche notevoli negli esseri umani, sedimentate nel tempo e molto difficili oggi da individuare.

Il progressivo, capillare annullamento delle forze femminili ha prodotto un grave squilibro, portando i due sessi ad una specie di schizofrenia deleteria.

Società patriarcale: deleteria anche per gli uomini

Entrambi i generi furono castrati sia nel fisico sia nella mente da un progressivo annullamento dell’elemento femminile. Fosse capito il rovescio, cioè un progressivo, capillare annullamento del maschile, il risultato sarebbe stato altrettanto deleterio.

Incapaci più di rapportarsi in modo armonico, gli uomini e le donne persero entrambi cognizione di ogni limite, e impazzirono.

La devianza maschile si connotò in un delirio di onnipotenza, in cui le donne, non più né amate né capite, erano confinate in due stereotipi fissi: o Sante o Puttane.

La devianza femminile fu credere vera questa dicotomia e di avvalorarla. Ecco spiegato il fiorire, nella storia, di Vergini Purissime e, per contraltare, di Diaboliche Megere; solo Sante o Puttane, mai donne reali, con pregi e difetti, come tutti gli esseri umani.

Il caso di Giovanna d’Arco: 

Emblematico il caso di Giovanna D’Arco[3], la Pulzella d’Orleans, che morì a soli 19 anni arsa viva come strega, pur avendo guidato le truppe francesi alla vittoria durante la Guerra dei Cent’anni. Prima osannata come salvatrice di Francia e poi venduta agli inglesi e condannata per stregoneria, la povera Giovanna  ebbe la sfortuna di vivere in tempi bui, in cui non le venne perdonato il fatto di essere stata più brava dei generali sul loro stesso campo di battaglia.

Fu sottoposta, durante il processo, ad indagini ginecologiche invasive per dimostrare la sua verginità, visto che l’imene intatto pareva[4] essere l’unico valore attribuibile ad un essere umano di sesso femminile. Nonostante che le indagini risultassero positive, Giovanna fu condannata a morte e morì sul rogo per stregoneria il 30 maggio del 1431.

Vergine… e strega

Poniamoci due domande:

1) Perché la verginità è così importante
2) Perché fu accusata di stregoneria.

Rispondere alla seconda domanda è facile: era inconcepibile che una donna, anzi un’adolescente, fosse più brava in strategia militare dei generali e quindi, per forza di cose, doveva avere avuto un aiuto da poteri diabolici superiori.

Per rispondere alla prima domanda, invece, bisogna fare un ragionamento più sottile.

La parola Vergine deriva da Virgo latino, che rimanda al nome Vir, cioè Uomo.

In altre parole solo la Vergine, nei millenni patriarcali, era equiparata, come valore, al Maschio virile. Infatti la donna vergine non può partorire, esattamente come non può farlo il maschio.

Da questo si evince quanto la capacità di partorire, cioè di donare la vita, fosse considerata, in epoca patriarcale, immonda e diabolica e questo già denuncia una preoccupante devianza storica e mentale.

Tradizione maschilista e esaltazione della verginità: un controsenso!

Per quanto riguarda la verginità vera e propria, ovvero la cosiddetta purezza dell’imene intatto, cerchiamo di ampliare il pensiero. Come riporto nel mio libro “ Quando Troia era solo una città” [5] il ragionamento è semplice e invito tutti i lettori a farlo.

«Se io avessi un corpo di maschio, cioè provvisto di pene, mi sentirei [… ]offeso per la rilevanza data al mito della Verginità. Se la donna diventa “pura e santa” solo se non viene toccata dal pene, se fossi maschio mi sentirei indignato dal fatto che, di logica conseguenza, il mio pene venga considerato portatore di sporcizia e di corruzione.  I primi a doversi ribellare alla tradizione maschilista di esaltazione della verginità dovrebbero essere, paradossalmente, proprio gli uomini, visto lo scempio che del loro stesso sesso fa questo tipo di pensiero. Purtroppo nessuno finora se ne è mai accorto. Infatti, di questo tragico riflesso sono assolutamente inconsapevoli tutte le tradizioni patriarcali. Basterebbe un così semplice ragionamento per far sbalzare di netto la tanto vantata supremazia maschile in tutte le chiese e confessioni religiose di stampo monoteistico».

Alla luce di queste semplici riflessioni appare chiara la schizofrenia di fondo su cui poggiano millenni di patriarcato feroce e crudele.

L’umanità ha distrutto se stessa

Infine, per tornare all’inizio, dall’asserzione di Michael Moore, in apparenza così positiva nei riguardi delle donne, ci accorgiamo, come ha fatto la Ellis, che così non è affatto.

E penso solo a quelle migliaia di donne che, dotate di capacità eccezionali sono state messe al rogo, distrutte, uccise e massacrate solo per essere nate più intelligenti della massa che le circondava.

Di questo genocidio trasversale perpetrato nei secoli e nei millenni, noi tutti, come umanità, dovremmo condolerci, perché sono convinta[6] che la natura abbia sempre distribuito l’intelligenza in modo equo tra gli esseri umani, senza mai fare nessuna distinzione tra i generi. Se questo è vero, significa che la storia dell’umanità ha “distrutto”, ovvero “lasciato inutilizzato” il 51% della potenzialità della conoscenza e dell’intelligenza umana.

In altre parole questo significa che l’umanità ha camminato “zoppa” quindi “senza una gamba” fino a oggi.

Come pretendere di camminare veloci con queste premesse?

di  Mirella Santamato

[1] Un’ampia trattazione di questo tema si trova nel libro “ Quando Troia era solo una città” della stessa autrice.
[2] Ius vitae necisque.
[3] Da “Quando Troia era solo una città” pag. 116
[4] E pare sempre anche oggi
[5] pag. 63
[6] da “Quando Troia era solo una città” pag. 125

 

In copertina un dipinto di Michela Ezekiela Riba

Santamato Mirella

Autore: Mirella Santamato

Laureata presso l’Università di Bologna, iscritta all’Ordine Nazionale dei Giornalisti, ha collaborato per anni con alcuni settimanali e mensili a diffusione nazionale. Ha vinto numerosi premi di poesia, ha partecipato a vari programmi Rai e Mediaset. Conduce seminari di riequilibrio tra le energie maschili e femminili e di ricerca della felicità. Tiene conferenze ed incontri in tutta Italia. Autrice di "Quando Troia era solo una città" e "Iniziazione segreta alla felicità". In pubblicazione per Uno Editori "Origini delle narrazioni del mondo".

1 Comment

  1. davvero un ottimo articolo, molto interessante perché mette a nudo (o almeno tenta) una realtà vecchia di millenni, ma attualissima. Basta vedere come viene tutt'ora trattata la donna nella religione musulmana. Vorrei fare una semplice domanda a quegli uomini: ma voi da dove siete usciti? peppenardo

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