ADOLESCENTI

E se nostro figlio ricade nelle droghe…

E se nostro figlio ci ricade

“Tempo fa, a seguito di una crisi personale, o esistenziale, chi lo sa, [mio figlio Sebastiano] è ricaduto nelle sostanze, dopo un anno di navigazione più o meno a vista, in cui ne era rimasto lontano. Eravamo preparati, non si esce dal tunnel della dipendenza senza lottare allo spasimo, le ombre rimangono in agguato e tendono imboscate nei momenti di debolezza, come i virus. Gli abbiamo dato tre alternative, torni volontariamente in Comunità a ripassarti la lezione; ti sottoponi nuovamente, con noi genitori, a una terapia familiare; te ne vai di casa. Se n’è andato, ovvio.” [Tratto da: Senza pelle; Carolina Bocca e Marco Ghiotto]

Che succede, se anni di lavoro e sacrifici su noi stessi e su nostri figli senza pelle sembrano annientati dalla ricaduta nella trappola delle sostanze?

Tornare a casa, ricadere nella trappola

Il rientro a casa, i vecchi amici che si sostituiscono ai camerati della comunità di recupero, o della clinica di riabilitazione, o del carcere; i luoghi familiari, ove ci si orienta senza bussola; i giardinetti di sempre dove trovare la roba; lo sciacquone del bagno, nascondiglio segreto delle dosi.

Tutto ridiventa familiare, a portata di mano e le sostanze tendono i loro infidi agguati nei momenti di fragilità. Meglio sarebbe stare lontani dall’ambiente di casa, per mesi, per sempre forse. Ma questo spesso non è possibile, bisogna affrontare la vita per come viene. Non è detto che succeda, ma…

A volte ritornano i mesi bui, le incertezze, seppure con un’aumentata consapevolezza acquisita dalla famiglia sul modo di gestire noi stessi e il rapporto con i nostri figli spettinati.

Ricadere, rialzarsi, ricominciare…

Su una cosa i terapeuti sono concordi, tuttavia: se lui ricade il rischio di non recuperarlo esiste, ma lanciarsi al soccorso, concedere, amnistiare, compatire, esporsi ai ricatti, ritornare ostaggi di responsabilità nuovamente rimandate significa regredire. E ricominciare daccapo. Significa perdere, in altre parole.

Rivivere tutto il tunnel degli orrori con una probabilità di riuscita ogni volta più esile.

Questo il pensare comune dei tecnici.

Cosa ci suggeriscono allora, se l’incubo ricomincia?

Semplice, all’apparenza: lasciarlo solo di fronte alle proprie responsabilità.

Un passo indietro e farsi da parte

Rimanere sempre pronti a tendere la mano, a rinnovare la disponibilità, ad ascoltare a combattere al suo fianco, se ci chiederà aiuto, ma farsi da parte. Forse ne uscirà, forse no, è oltremodo crudo per un genitore accettare la realtà, ma la famiglia deve comprendere che il proprio compito si è esaurito.

Deve esserne definitivamente consapevole: la missione di soccorso sarà solo l’inizio di un rinnovato calvario. Duro verdetto, ma senza alternative valide.

Senza mezzi per mantenersi, [Seba] si è ritrovato in poco tempo in Stazione Centrale, a Milano, trasformato in barbone. Viveva di elemosina, di piccolo spaccio, si faceva. Ha stabilito di rimanere così fin quando qualcosa sarebbe scattato e l’avrebbe persuaso che quell’inferno dovesse giungere al capolinea. Sospetto che si aspettasse una spedizione “umanitaria”, una squadra di soccorso famigliare determinata a tirarlo fuori dall’incubo con calore, con aspettative e fiducia rinnovate, un buffetto simbolico per chiudere la faccenda e voltare pagina. Avrebbe vinto lui, di nuovo. E si sarebbe sentito in diritto di tiranneggiare, di nuovo. Ma non ce la siamo sentita noi. Non siamo andati, abbiamo «rispettato la sua scelta”.

Non è lavarsi le mani, ma arrendersi all’evidenza che il nostro percorso, noi genitori imperfetti, lo abbiamo seguito.

Un cammino cosparso di errori, a volte sopraffatti da un avversario più forte, ma scandito dall’amore, da tutto l’amore spontaneo e senza limiti che un genitore può dare a un figlio.

Di fronte a una ricaduta, dopo aver chiesto aiuto apertamente, senza paraventi e maschere e dopo aver proposto al nostro spettinato, o spettinata, di riprovarci con gli unici mezzi validi disponibili, dobbiamo sentirci autorizzati e senza sensi di colpa – che oltre ad esporci alla tirannide del ricatto non risolveranno comunque il problema – ad attribuire, meglio restituire, ai nostri figli la propria porzione di responsabilità. Il nostro amore non si esaurirà, saremo sempre lì per loro e per le loro richieste di aiuto, ma come disegnare il proprio futuro dalla ricaduta in poi, saranno solo loro a deciderlo.

 

 

Ghiotto Marco

Autore: Marco Ghiotto

Marco Ghiotto, ingegnere rinnegato, vive in Svizzera, dal 1993. Ha iniziato a scrivere, coronando un lungo periodo di “incubazione creativa.” Scrivere, per lui, non è solo raccontare luoghi, fatti e persone, è anche e soprattutto dialogare in modo immaginario con gli altri attraverso le storie narrate, entrare nell’intimo dei protagonisti dei suoi racconti, amarli, psicanalizzarli, violentarli e andare con loro dove li porta la vita.

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