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Edda Mussolini e Galeazzo Ciano, una storia da film noir | di Marco Pizzuti

Una storia da film noir

Per i motivi illustrati nel saggio, la vera storia di Benito Mussolini è stata costellata da una miriade colpi di scena e di imprevedibili aneddoti ricchi di pathos che non sono mai stati raccontati neppure nei romanzi e nelle opere cinematografiche.

Nella sua biografia tutto si è svolto seguendo un percorso denso di avvenimenti in cui virtù e debolezze di un solo uomo hanno finito per scrivere la storia di un’intera nazione.

Mussolini è stato l’indiscusso protagonista della scena italiana dagli anni ’20 al 1945 ma anche altri personaggi che gli ruotarono intorno.

Tra questi, sua figlia Edda e il marito Galeazzo Ciano hanno vissuto una vita rocambolesca e assolutamente fuori dall’ordinario contraddistinta da grandi ambizioni personali, irrefrenabili passioni carnali, amori e tradimenti in tempo di guerra che non hanno nulla da invidiare alle finzioni hollywoodiane.

Della loro storia, l’episodio più coinvolgente dal punto di vista drammatico riguarda il processo di Verona, quando Edda, nonostante tutti i tradimenti coniugali subiti (e ricambiati a sua volta), cercò disperatamente di salvare la vita di suo marito Galeazzo insieme alla giovane amante-spia tedesca che si era pazzamente innamorata di lui.

Edda, la figlia ribelle

Edda Mussolini e Galeazzo Ciano (foto Rcs Quotidiani)

Edda Mussolini, contessa di Cortellazzo e Buccari (Forlì, 1 settembre 1910 – Roma, 9 aprile 1995), è stata la primogenita dei cinque figli di Benito Mussolini e Rachele Guidi. Di carattere irrequieto e intraprendente, manifestò il suo carattere indomito sin da molto piccola e spesso si scontrava con il padre per via della sua indole da “maschiaccio” e Mussolini, riferendosi a lei, disse «Sono riuscito a sottomettere l’Italia ma non riuscirò mai a sottomettere mia figlia».

A 20 anni sposò il conte Galeazzo Ciano conosciuto appena due mesi prima e poi divenuto il “delfino” del Duce. Ciano, dopo una breve parentesi come console diplomatico, divenne sottosegretario alla stampa e alla propaganda e poi ministro degli esteri.

Nella Roma degli anni ’30 Edda era nota per la sua vita mondana e per la sua stravagante spregiudicatezza che la poneva spesso al centro dei pettegolezzi. Beveva il Gin, aveva la passione per il poker, le sigarette forti, gli uomini più giovani, gli abiti audaci e i romanzi moderni americani banditi dal regime.

Il prezioso diario di Ciano

Durante il processo di Verona, il conte Ciano era stato imprigionato per “alto tradimento” nel carcere degli Scalzi con l’accusa di avere partecipato alla “congiura” del 25 luglio del 1943 che portò alla caduta del fascismo.

Galeazzo Ciano, Joachim von Ribbentrop, Adolf Hitler e Benito Mussolini a Palazzo Vecchio, Firenze 1940. (foto Lapresse)

Hitler lo voleva vedere morto ed era in attesa di essere giustiziato, ma sua moglie Edda e la sua amante Hildegard, cercarono fino all’ultimo di salvarlo.

Per il loro intento si servirono di uno stratagemma: Ciano, custodiva un diario segreto redatto durante il periodo in cui aveva occupato il ruolo di Ministro degli Esteri e i nazisti intendevano impossessarsene.

L’interesse per il manufatto era tale che Heinrich Himmler ed Ernst Kaltenbrunner, capo del Sicherheitsdienst, avevano progettato di ottenerlo all’insaputa di Hitler in cambio della sua vita.

Hildegard Burkhardt, da spia ad amante

Hildegard Burkhardt (foto Wikipedia)

Il piano originario non prevedeva nessun patto di scambio con Ciano ma solo un’operazione d’intelligence che era stata affidata a Hildegard Burkhardt, una spia tedesca che si faceva chiamare con il falso nome di Frau Felicitas Beetz.

La giovane lavorava alle strette dipendenze del capo del servizio segreto tedesco in Italia, il tenente colonnello Wilhelm Höttl.

Il suo incarico era quello di sedurre Ciano frequentando assiduamente la sua cella per farsi consegnare il suo diario segreto.

Accade però che fu Hildegarde a rimanere sedotta e si innamorò perdutamente del conte italiano.

Smise quindi di dedicarsi alla ricerca dei suoi scritti e cercò in ogni modo di salvarlo, proponendogli agli alti gerarchi nazisti di utilizzare quel diario come strumento di baratto per la sua liberazione.

Beetz partecipò a tutte le udienze del processo veronese contro i “traditori” del fascismo e ogni sera faceva ritorno al carcere degli Scalzi per rincuorare Galeazzo.

Lo assistette fino al momento dell’esecuzione avvenuta l’11 gennaio 1944.

Un’esecuzione difficile

La sua fucilazione ebbe uno strascico di sofferenze orribili per i condannati a morte. Per eseguirla vennero impiegati 30 militi fascisti comandati dal maggiore Nicola Furlotti.

Come previsto per i traditori, la fucilazione venne effettuata alle spalle mentre erano seduti in fila orizzontale con la spalliera rivolta verso il terrapieno e venne filmata dai cineoperatori

La prima scarica di proiettili inferta sui condannati non provocò il decesso di nessuno di loro. Secondo l’opinione di Franco Franchi (Presidente del Poligono di tiro Forte Proclo), molto probabilmente gli incaricati ebbero pietà e chiusero gli occhi prima di sparare, sperando che fosse il proprio compagno a centrare il bersaglio.

Mentre gli ex gerarchi erano agonizzanti per i colpi subiti, Furlotti diede ordine di procedere ad una seconda fucilazione che questa volta non fu ripresa dalla telecamera.

Tutti sopravvissero anche alla seconda raffica e furono uccisi uno ad uno con un colpo di pistola alla testa.

Moglie e amante unite per salvare il proprio uomo

Hildegard Beetz era stata sempre consapevole del fatto che i detenuti non avevano scampo e che Mussolini non avesse reale potere per intervenire perché vincolato dalle decisioni inappellabili di Hitler. Ciononostante tentò ugualmente tutto ciò che era in suo potere per salvarlo insieme a Edda Ciano.

Il 28 dicembre del 1943, Beetz si fece ricevere a Verona dal generale tedesco Wilhelm Harster asserendo che con la morte di Ciano i diari e altri documenti in suo possesso sarebbero stati pubblicati rendendo noti a tutto il mondo i fatti segreti del Reich.

In questo modo partì una reazione a catena che fece ben sperare per uno scambio tra il conte e i preziosi documenti.

Venne elaborato un dettagliato piano di fuga: le SS dovevano farlo evadere dal carcere per permettergli di mettersi in salvo in Turchia, e Edda lo avrebbe raggiunto dopo la consegna dei diari.

Come garanzia i nazisti pretesero l’immediata consegna degli stralci della documentazione custodita a Roma da Gino Ciano (zio di Galeazzo).

Negli uffici della Gestapo di Verona, vennero fotografati tutti i documenti forniti in anticipo come garanzia mentre gli originali furono trasferiti in aereo a Berlino.

Le peripezie di Edda

Tutto sembrava procedere per il meglio e Kaltenbrunner telegrafò ad Harster da Berlino per informarlo che Ciano poteva essere liberato come prestabilito.

Nonostante la segretezza del piano, Hitler ne venne comunque a conoscenza e il pomeriggio del 6 gennaio chiamò Harster per ordinargli di sospendere tutto. La Beetz, ormai rassegnata, comunicò l’accaduto a Galeazzo, ma non riuscì ad avvisare in tempo anche Edda che aveva già preso il diario e si stava recando dai tedeschi per consegnarglielo in cambio della sua liberazione.

L’appuntamento era stato fissato per le ore 21.00 del 7 gennaio al 10 chilometro della strada statale Verona/Brescia dove si stava recando insieme al marchese Emilio Pucci ­­–  al quale era legata dal 1941 da una relazione sentimentale.

Durante il percorso, scoppiarono entrambi gli pneumatici anteriori della piccola automobile. Edda quindi fu colta dalla disperazione e decise di lasciare il marchese con la macchina in panne per tentare di arrivare in tempo all’appuntamento correndo a piedi.

Nel corso del tragitto incespicò sino a cadere rovinosamente sulla strada sdrucciolevole. Una macchina di passaggio, vedendola correre con tanto affanno sul ciglio della strada si fermò e lei chiese chiedere aiuto e cercò di farsi accompagnare all’appuntamento, raccontando che doveva assolutamente raggiungere il fidanzato gravemente malato.

A bordo dell’auto c’erano due ministri della RSI che non la riconobbero e l’accompagnarono sino alla deviazione con il lago di Garda a circa 50 km di distanza dall’appuntamento.

Un uomo in bicicletta si impietosì e le diede un passaggio trasportandola faticosamente per una decina di km.

Una volta giunta finalmente al luogo dell’appuntamento si erano fatte le 23.00.

Pianse con il diario in mano e il cuore affranto.

Troppo tardi

Restò li tutta la notte e ogni volta in cui scorgeva la luce di un’automobile in arrivo dalla parte opposta della corsia stradale, andava a ripararsi nel fossato adiacente in mezzo all’erba e alle foglie marce.

(foto issuu.com)

Quando udì il rumore di un camion nelle vicinanze che stava avviando il motore, decise di alzarsi dal fosso e andò a chiedere aiuto disperata. I due uomini che videro la donna sporca e malconcia spuntare all’improvviso dal buio, rimasero sbalorditi per lo strano incontro e la accompagnarono a Verona.

Giunti a destinazione, la fecero scendere davanti alla stazione di Porta Nuova e lei corse subito fino all’albergo in cui soggiornava Harster. Lì trovò Felicitas in lacrime che le raccontò i motivi per cui il tentativo di salvare Galeazzo era miseramente fallito: da Berlino era giunto l’ordine inequivocabile di giustiziare Ciano.

La Beetz trovò comunque la forza di tornare dal prigioniero che era in ansiosa attesa per informarlo che ormai non c’erano più speranze.

L’ultimo addio

La sentenza con la condanna a morte venne pronunciata alle 14.00 del 10 gennaio 1944 mentre l’esecuzione era stata fissata per l’alba del giorno dopo.

Quando mancano poche ore dall’inizio dell’esecuzione della sentenza, Ciano scrive alla moglie l’ultima lettera:

«Edda mia, mentre tu vivi ancora nella beata illusione che fra poche ore sarò libero e saremo tutti nuovamente insieme, per me è cominciata l’agonia».

In quei momenti, Ciano credeva che sua moglie ancora non sapesse del fallimento del piano per salvargli la vita mentre lei, ormai al corrente dell’accaduto, era fuggita in Svizzera e aveva fatto recapitare due lettere minacciose.

Le lettere al Fuhrer e al Duce

La prima aveva come destinatario Hitler in persona, nell’estremo ultimo tentativo di salvare il marito con un ricatto sui diari:

«Fuhrer, per la seconda volta ho creduto alla vostra parola. Per la seconda volta mi avete tradito. Soltanto i soldati morti in comune sui campi di battaglia mi trattengono ancora dal passare al nemico. Se mio marito non verrà liberato secondo le modalità che ho specificato al vostro generale, nessuna considerazione mi tratterrà più. Già da tempo i documenti sono in mano a persone autorizzate a usarli, non solo se qualche cosa avviene a mio marito, ma anche a me, ai suoi figli, alla mia famiglia. Se invece, come credo e spero, le mie condizioni saranno accettate e per ora e in avvenire noi saremo lasciati in pace, di noi non si sentirà più parlare. Sono desolata di essere costretta a ciò ma voi capirete. Edda Ciano».

La seconda invece era diretta a Salò, per suo padre.

«Se entro tre giorni Galeazzo non sarà in Svizzera secondo le modalità che ho notificato ai tedeschi, tutto ciò che so, disponendo di prove tangibili, verrà usato in forma spietata. In caso contrario, e qualora noi tutti saremo lasciati vivere tranquilli e sicuri, non sentirete più parlare di noi».

L’asilo in Svizzera

Il 9 gennaio del 1944, Pucci aveva aiutato Edda ad entrare clandestinamente in Svizzera sotto falso nome mentre era braccata dalle SS che intendevano impadronirsi del diario di Ciano.

Dopo la fuga da una clinica di Parma, pernottò sotto falso nome in un albergo in provincia di Varese.

Le circostanze del suo passaggio in Svizzera, attraverso Stabio (nel Varesotto), furono verbalizzate con precisione dai doganieri. Si presentò con il falso titolo di ”Duchessa d’Aosta” ma, quando dopo molte ore e altrettante domande dal brigadiere, confessò la sua vera identità implorando asilo.

Le venne concesso un breve asilo provvisorio e poi fu espulsa dalla Svizzera come ospite indesiderata.

L’ultima tappa del viaggia di Edda

(foto Wikipedia)

Ad attenderla alla frontiera, c’erano i soldati alleati che la condussero prima a Milano e poi a Catania, da dove venne tradotta nelle isole Eolie per scontare la condanna di 2 anni di confino – pena poi ridotta ad appena 9 mesi affermando che il suo coinvolgimento nelle vicende del regime era avvenuto solo per ragioni familiari.

Durante il periodo del confino, strinse una intensa relazione amorosa con Leonida Bongiorno, un ex partigiano che dirigeva il partito comunista isolano.

Un articolo di Marco Pizzuti

Autore: Marco Pizzuti

Marco Pizzuti è nato a Roma nel 1971, ex ufficiale dell'esercito, dottore in Legge, conferenziere, scrittore (più di 200.000 copie vendute solo in Italia), ricercatore scientifico e sceneggiatore di cinema e teatro, ha lavorato presso le più prestigiose istituzioni dello Stato (Camera dei Deputati, Senato della Repubblica e Consiglio di Stato) ed è spesso ospite delle emittenti radio-televisive in qualità di esperto in controinformazione. Dal 2011 ha collaborato con il programma "Mistero". Pubblica articoli per l'omonimo magazine e scrive anche una rubrica scientifica per la rivista "Scienza e Conoscenza". Ha scritto numerosi saggi attualmente in pubblicazione in 19 stati del mondo (Italia, Spagna, Bulgaria, Romania, Argentina, Cile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Honduras, Messico, Nicaragua, Perù, Porto Rico, Repubblica Dominicana, Uruguay, Venezuela). Nel 2008 ha creato il blog "Altrainformazione.it", ormai divenuto punto di riferimento della libera informazione per milioni di utenti l'anno.

1 Comment

  1. Davvero una storia da film, che prima di questo estratto conoscevo solo a grandissime linee. Mi è veuta voglia di leggere il libro, pur non amando il genere. Complimenti a Pizzuti.

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