Dipendenza da social

Enrica Perucchietti: i social, un danno per bambini e adolescenti

I social rendono meno “social

Gli studi sugli eccessi di Internet e sui disturbi che può provocare l’utilizzo dei social soprattutto sui più giovani sono noti da tempo:

il cervello umano si modifica stando al passo dei nuovi strumenti tecnologici in nostro possesso, inibendo sempre di più l’azione, la curiosità, la memoria e lo spirito critico, dall’altro inducendo un senso di isolamento e di compulsione nell’utilizzo di tali mezzi (sempre più persone sono per esempio ossessionate dal controllo costante del nostro smartphone, da cui il phubbing).

In base alla neuroplasticità, la ripetizione di attività mentali come scrivere messaggi in chat o controllare la propria bacheca o la mail rafforza alcuni circuiti nel nostro cervello trasformando quell’attività in comportamenti rigidi che vengono introiettati come “abitudini” e che, soprattutto nei più giovani, possono condurre a patologie.

Nel 1995 lo psichiatra americano Ivan Goldberg coniò l’espressione “Internet Addiction Disorder” (I.A.D., sindrome da dipendenza da Internet)[1], prendendo come modello di riferimento il gioco d’azzardo compulsivo[2].

Questa patologia colpisce soprattutto gli adolescenti, ma sta cominciando a riguardare sempre di più anche gli adulti[3]. Le personalità più vulnerabili sono caratterizzate da tratti ossessivo-compulsivi e/o tendenti al ritiro sociale e alla depressione, con aspetti di inibizione nei rapporti interpersonali[4].

Si sa inoltre da tempo che l’esposizione continua alle vite perfette e patinate degli influencers e il desiderio di mostrarsi al massimo sui social di foto, utilizzando per esempio i filtri che rendono soprattutto le donne come delle Barbie di plastica, hanno un peso sulla salute mentale.

 

Wall Street Journal: Instagram non fa bene agli adolescenti

Ora, una inchiesta del Wall Street Journal mostra come Facebook fosse al corrente almeno dal 2019 dei disturbi mentali che Instagram può arrecare negli adolescenti ma non ha mai detto né fatto nulla per evitarlo.

Anzi, ha cercato di minimizzare le preoccupazioni del pubblico, specie quelle emerse durante la pandemia, parlando di “effetti trascurabili”.

Una ricerca interna della società di Menlo Park, rivelata dal Wall Street Journal che ha ottenuto i risultati degli studi condotti commissionati in gran segreto dall’azienda nel 2019 e destinati esclusivamente alla circolazione interna.

È emerso che che la società di Zuckerberg è consapevole che Instagram può arrecare disturbi alimentari e depressione negli adolescenti, soprattutto nelle ragazze, ma non ha fatto nulla per rimediare a questi problemi.

Facebook era quindi al corrente delle conseguenze dell’esposizione al proprio social di foto durante l’adolescenza, sebbene abbia provato a spingere per proporre una versione di Instagram per i minori di 13 anni, bocciata dal Congresso americano.

Secondo le ricerche interne, infatti, una giovane utente su tre sviluppa disturbi di percezione del proprio corpo e almeno tutti i gruppi analizzati hanno accusato spontaneamente Instagram di provocare loro ansia e depressione.

Una delle slide dello studio interno di Facebook spiega infatti che:

«Il 32% delle ragazze adolescenti ha affermato che quando si sentivano male per il proprio corpo, Instagram le faceva sentire peggio».

Come se non bastasse, tra gli adolescenti che hanno manifestato pensieri suicidi, alcuni di loro hanno maturato il desiderio togliersi la vita su Instagram.

 

L’indagine della Royal Society for Public Health

Che i social potessero rappresentare un rischio per gli adolescenti è noto da tempo e non sono mancati gli studi, gli appelli e le dichiarazioni in questo senso negli ultimi anni.

Un’indagine britannica del 2017 condotta dalla Royal Society for Public Health su un gruppo di giovani fra i 14 e i 24 anni aveva mostrato che Instagram è la piattaforma peggiore in termini di effetti sulla salute e sul benessere psicologico:

«È interessante notare che Instagram e Snapchat, i peggiori in classifica per il benessere e la salute, siano entrambe piattaforme che ruotano intorno all’immagine e sembra che possano condurre a sentimenti di inadeguatezza e ansia fra i più giovani» ha spiegato Shirley Cramer, amministratrice delegata della Royal Society.

 

L’appello di Palihapitiya contro i social network[5]

Nel dicembre 2017 sono diventate virali le dichiarazioni dell’ex vicepresidente di Facebook Chamath Palihapitiya[6] che in un intervento alla Graduate School of Business di Stanford si è scagliato contro i social network[7]. Un passaggio in particolare è stato ripreso e diffuso dai media:

«Voi non ve ne accorgete, ma state subendo una programmazione. Ora, però, dovete decidere a quanta della vostra indipendenza intellettuale siete disposti a rinunciare»[8].

L’ex manager di Facebook ha cioè lanciato un appello affinché le persone si rendano finalmente conto dei rischi e quindi dei retroscena che i social network possono avere, in particolare sugli adolescenti e sui bambini (ha infatti raccontato di non permettere l’uso dei social ai propri figli).

Palihapitiya ha inoltre spiegato di sentirsi «tremendamente in colpa» per aver contribuito a creare uno degli strumenti che stanno «distruggendo il tessuto sociale».

L’analisi di Palihapitiya non è nuova né isolata ma è interessante che venga proprio da colui che ha contribuito allo sviluppo di Facebook.

Sean Parker: i social minano la psiche

Solo un mese prima anche Sean Parker, cofondatore di Napster ed ex partner di Zuckerberg, si era scagliato in una conferenza a Philadelphia contro i social network[9], dichiarando che «sfruttano le vulnerabilità psicologiche delle persone».

Parker aveva focalizzato l’attenzione sui possibili danni che potrebbero insorgere dall’uso smodato dei social da parte dei bambini.

Da anni, infatti, si parla delle controindicazioni che la tecnologia può avere sui più piccoli:

le ricerche sulla sovraesposizione tecnologica su un cervello in via di sviluppo parlano infatti di ansia, irritabilità, depressione infantile, disturbi dell’attaccamento, deficit di attenzione, autismo, disturbo bipolare, psicosi e comportamento problematico[10].

Come ha spiegato Palihapitiya, a rendere allettante queste piattaforme sono in particolare il bisogno di popolarità e un senso di perfezione irreale che queste offrono. Tutto ciò non solo sta alterando − se non addirittura disgregando − i rapporti umani (quelli “reali”), ma sta anche diventando per molti una sorta di dipendenza, una droga in cui rifugiarsi in modo sempre più compulsivo: per annegare i dispiaceri della vita quotidiana in un mondo irreale che può un attimo prima donarti l’illusione della “community” e un attimo dopo distruggerti sotto una tempesta di insulti.

Per questo si parla sempre più di “dipendenza” dai dispositivi portatili come se si trattasse di una vera e propria “droga”.

La soglia di attenzione, inoltre, è sempre più bassa e ne consegue una diminuzione della concentrazione, della memoria e della capacità critica.

Siamo bulimici di attenzione, stiamo diventando incapaci di vivere nella realtà quotidiana fatta di persone in carne e ossa e di rapporti sociali che vadano oltre un like.

Dall’altra, però, questa dipendenza e il fatto che sui social di foto venga messo in scena un paradiso irreale e sintetico, fatto di immagini alterate e modificate con i filtri, in cui soprattutto le donne finiscono per assomigliare a modelli perfetti e irraggiungibili nella realtà, provoca un senso di inadeguatezza nei più giovani che non si sentono all’altezza dei canoni estetici che i social impongono. Da qui, l’ansia e la depressione.

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Un articolo di Enrica Perucchietti

 

Note

[1] http://www.dipendenze.com/dipendenzeinternet/

[2] https://www.istitutobeck.com/psicoterapia-dipendenza-internet/dipendenza-da-internet

[3] https://www.ilfattoquotidiano.it/2013/11/14/dipendenze-digitali-come-restare-umani-in-un-mondo-tecnologico/777707/

[4] http://www.dipendenze.com/dipendenzeinternet/

[5] Cfr. E. Perucchietti, Cyberuomo, Arianna Editrice.

[6] Entrò in Facebook nel 2007, per poi abbandonarlo qualche anno dopo, fondando a sua volta la Social Capital, nel 2011.

[7] https://www.huffingtonpost.it/2017/12/12/ho-lasciato-facebook-perche-mi-sento-in-colpa-per-aver-creato-strumenti-che-stanno-programmando-la-vostra-vita_a_23304557/

[8] Ibidem.

[9] https://qz.com/1126271/facebooks-founding-president-sean-parker-admitted-how-it-exploits-human-psychology/

[10] http://www.huffingtonpost.it/cris-rowan/10-motivi-per-cui-i-dispositivi-portatili-dovrebbero-essere-vietati-ai-bambini-al-di-sotto-dei-12-anni_b_9124584.html

Autore: Enrica Perucchietti

Enrica Perucchietti vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Laureata con lode in Filosofia, è caporedattrice del Gruppo Editoriale UNO. È autrice di numerosi saggi di sucesso, tra cui ricordiamo: Cyberuomo. Dall’intelligenza artificiale all’ibrido uomo-macchina; Dietro le quinte; Fake news; Governo Globale; La fabbrica della manipolazione; Unisex; Utero in affitto; False Flag. Sotto falsa bandiera. Il suo sito è: www.enricaperucchietti.it Il suo blog è: enricaperucchietti.blog

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