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Fenici, aristocrazia nera veneziana e atlantidei: la storia segreta mondiale

Fenici e l’Aristocrazia Nera Veneziana

«L’attuale struttura geopolitica mondiale affonda le sue putride radici nei grandi imperi antichi, soprattutto l’Impero Romano e la Serenissima Repubblica di Venezia. Quest’ultima espressione della mente barocca e oscura del colonialismo british ante litteram e della Legge dell’Ammiragliato che considera ogni uomo alla stregua di semplice merce».

Nel saggio L’Aristocrazia nera abbiamo presentato il tema delle secolari casate che gestiscono il potere nelle sue molteplici e occulte forme. E non potevamo esimerci dall’accennare anche alle famiglie che in passato erano stanziate o avevano affari nella laguna veneta, ovverosia la potente aristocrazia nera veneziana, le cui origini affondano in altri luoghi e in altri tempi.

La Repubblica di Venezia era in realtà era un’oligarchia (NOTA 1) in cui solo pochi decidevano per l’intero popolo proprio come accade nelle odierne repubbliche occidentali.

Fenici, padri fondatori di Venezia?

Per introdurre l’argomento delle sue misteriose origini, poniamo una semplice domanda: qual è il reale motivo dietro al quale il teatro principale di Venezia è stato chiamato “la Fenice”?

Se osserviamo le parole inglesi phoenicians, fenici, e venetians, veneziani, si palesa immediatamente la similitudine. La cosa sembra forse suggerire che i veneziani siano una discendenza degli antichi Fenici, popolo volutamente misterioso nei libri artefatti di storia che studiamo a scuola.

Ci sono molte tesi sull’etimo di “veneto”, c’è chi lo fa derivare dall’indoeuropeo wenet, per indicare i conquistatori indoeuropei provenienti dai Balcani e dal Danubio. C’è chi invece dall’accadico enu e dal semitico ain con il significato di “abitanti accanto al fiume o alla sorgente” o dalla radice celtica vindo, che rimanda al significato di “bianco” o “razza scelta”.

Tutte queste ipotesi rimandano in qualche modo ai Fenici, il popolo (dalla pelle chiara) di navigatori e scienziati, in grado di tracciare le rotte e di navigare di notte, prendendo come riferimento la stella polare e Venere.

 

Fenici, i navigatori che raggiunsero gli U.S.A.

Sembra che i Fenici raggiunsero l’Oceano Atlantico come si evince dagli scavi nel sito archeologico della Tomba dei giganti di Augusta, negli Stati Uniti, in cui oltre a scheletri di enormi dimensioni è stato rinvenuto un simbolo della dea Tanit la cui manifattura rimanda all’iconografia levantina (area mediterranea sotto l’influenza fenicia).

Tale raffigurazione della dea faccia di Baal, uno degli epiteti di Tanit, sembra suggerire come questo misterioso Popolo del mare avesse colonizzato anche le civiltà amerinde oltre che quelle euro-asiatiche. È un dato di fatto che nel lontano passato ci fosse una civiltà che raggiunse l’intero globo lasciando le sue vestigia attraverso il megalitismo presente in tutti i continenti.

I Fenici e rosso Porpora, il colore del potere

Il termine con cui si designava questo popolo di navigatori fu phoinikes, dal greco phoinix, vale a dire “rosso porpora”. Le antiche fonti segnalano che i Fenici impiegavano i gusci dei murici per ottenere il pigmento rosso-porpora.

Storicamente il rosso è divenuto il colore distintivo delle classi di comando, dalla gerarchia ecclesiastica ai reali, fino ai dogi e alla classe di comando veneziana e genovese; la toga era rossa anche per i senatori e per i consiglieri ducali veneziani (Fig. 1).

Il cosiddetto “rosso veneziano”, tonalità leggermente più scura dello scarlatto, sembra proprio rimandare all’antico retaggio fenicio. Anche i Romani erano soliti usare la veste bianca e il mantello rosso, simbolo di trionfo e vittoria, proprio come i papi. Ancor prima dei Romani tra i segni regali dei lucumoni (re etruschi) troviamo il mantello porpora, usato in seguito sia da Cesare sia da Napoleone.

Il rosso simbolicamente è il colore della dea dell’amore, Venere (NOTA 2), ma anche il colore del sangue e del sacrificio umano richiesto nella cosmogonia fenicia che influenzò gli dèi solari o lunari delle religioni monoteiste e politeiste. Non è un caso che la parola “Cananei”, in riferimento ai popoli stanziati negli attuali territori di Palestina, Libano, Israele, Siria e Giordania, significhi proprio “rosso porpora”. I Cananei erano un’ennesima discendenza fenicia la cui lingua era indistinguibile da quella dei loro padri.

Civiltà planetaria

Ci sono profondi legami tra i Fenici e la creazione delle religioni perché questo popolo fu connesso all’aristocrazia egizia e a quella dei popoli mesopotamici. Il culto fenicio di Baal/Moloch viene menzionato nella Bibbia. 

I Fenici sembrano essere le ceneri risorte di una civiltà prediluviana planetaria. E sembrano essere letteralmente il filo rosso che ha legato popoli distanti migliaia di chilometri con comuni cosmogonie, simbologie, miti, architetture, omologie fonetiche, toponimi e know how.

Ralph Ellis, nel suo Scota: Egyptian Queen of the Scots, dipinge i Fenici come i padroni degli oceani, gli architetti più esperti del mondo nonché abili commercianti e astronomi, e non esisteva una civiltà antica in Europa e in Asia che non fosse stata influenzata da loro, specie i popoli mesopotamici e gli Egizi.

David Frawley, fondatore e direttore dell’Istituto  americano di Studi Vedici, segnala come negli antichi testi indiani narrarono come le prime stirpi indoariane provenivano dai Bhrigus, un popolo avanzato da oltre il mare, i Veda si stavano riferendo al popolo del Mare che abbiamo definito “Fenici”?

Fenici, faraoni d’Egitto

I Fenici costituirono gli equipaggi delle flotte egizie (quest’ultime giunsero anche nelle Canarie e diedero origine al popolo dei Guanchi) svolgendo un ruolo primario.

S’ipotizza che la prima dinastia d’Egitto fosse composta da re fenici e la lingua egizia e quella fenicia erano sorprendentemente simili. Di fatto si ritiene che la lingua dei Fenici non fosse un dialetto egiziano, come la maggior parte degli studiosi sono abituati a credere, bensì che la lingua egizia derivi dalla prima.

Il termine “fonetica” deriva dai Fenici, il loro alfabeto presenta una fortissima somiglianza con quello venetico, aramaico, etrusco, sabino, runico, ecc. palesando un’unica sorgente da cui poi tutti si sono diversificati (Fig. 2).

Si racconta che gli antichi testi egizi descrivevano i Libici (Fenici) come gente di pelle bianca, dai capelli biondi o rossi e dagli occhi azzurri, e addirittura si narra di come il Faraone Ramsete II avesse i capelli di questo colore. Che sia dalla pigmentazione dei capelli della classe dominante fenicia che il rosso è divenuto il colore che rappresentava il comando e la regalità? (NOTA 3)

I leoni di Venezia: simboli di San Marco o simboli di Venere?

Quando si chiede qual è il simbolo di Venezia si pensa subito al leone di San Marco… Ma siamo davvero sicuri che sia proprio dell’evangelista?

Il cosiddetto “leone di San Marco” – noto anche come “leone marciano” o “leone alato” – si suppone sia la rappresentazione simbolica dell’evangelista Marco, a volte raffigurato in forma di leone alato.

Spesso per dar valore a questa debole tesi si cita una leggenda in cui si narra di un angelo con le fattezze di leone alato che avrebbe rivolto al santo la frase: “Pax tibi Marce, evangelista meus. Hic requiescet corpus tuum (“Pace a te, Marco, mio evangelista. Qui riposerà il tuo corpo”).

Questa leggenda è frutto di una calcolata criptosimbolizzazione, cioè pratica in uso dall’élite della religione dominante. Consiste nel distorcere il significato originario di un simbolo alla propria cosmogonia per scopi di monopolio di culto. Oppure presenta alle masse un simbolo cui viene dato un significato essoterico occultandone il suo simbolismo più profondo (Fig.3).

Il tetramorfo biblico e il leone alato di Venezia sono semplicemente il retaggio dei kâribu babilonesi e delle sfingi egizie e greche. I kâribu, letteralmente “colui che prega, invoca”, sono creature alate babilonesi da cui sono derivati anche i cherubini delle religioni abramitiche. Nell’Antico Testamento hanno quattro ali e quattro facce, di uomo, di leone, di aquila e di cherubino).

Il leone, oltre a essere presente nel codificato linguaggio alchemico, è stato associato anche a Giovanni Battista. Fu un santo venerato a Venezia grazie all’influenza templare e dei Cavalieri di Malta che hanno in questa città un Gran Priorato proprio alla Corte San Giovanni di Malta.

Associare il leone alato di Venezia al leone biblico che rappresenta San Marco è solo un ennesimo escamotage con cui rendere accettabile un simbolo antico che rimanda a Ninurta. E, trasversalmente, anche alla dea zoomorfa egizia Sekhmet, ad Ammit (la divoratrice nel triplice principio di coccodrillo, leone e ippopotamo che vive nel Lago di Fuoco), a Venere ed Ecate, con la sua triplice testa di leone, cane e cavallo.

 

Il simbolo (mondiale) del Leone

Di fatto la presenza del simbolismo leonino è alquanto massiva in molte civiltà. 

A partire dalla scultura e nell’architettura antica, passando per l’arte rinascimentale e moderna, fino alla contemporanea il leone rimane un simbolo diffuso nell’Europa, Asia e America del Nord (Fig. 4).

Lo troviamo alla base degli stipiti di porte megalitiche così come nel battente della cappella protestante degli Hohenzollern, ad Hattusa, capitale dell’Impero Ittita. Ma anche nei leoni scolpiti nel trono di Salomone, nel sito archeologico di Sigiriya, in Sri Lanka, e in altri sito posti a Myanmar, Giappone, Tibet, Cina e Grecia.

Esempi eclatanti legati al retaggio dell’oligarchia veneziana trasferitasi nell’area anglofona e nell’Europa del Nord sono i leoni:

  • i Trafalgar Square a Londra (4 leoni di bronzo)
  • in Piazza Dam ad Amsterdam,
  • a guardia dell’ingresso del Britannia Bridge in Galles,
  • della Biblioteca Pubblica di New York.

La grande corporazione mondialista fenicio-atlantidea

Ora possiamo intuire come il leone sembri essere un simbolo internazionale della grande corporazione mondialista fenicio-atlantidea e come tale simbolismo sia poi stato ripreso da molte delle più importanti casate aristocratiche europee, spesso connesse per legame di sangue alla potente Aristocrazia nera veneziana.

Nell’impiego del bestiario nell’ambito dell’araldica si è usata spesso l’effigie del leone per rappresentare la regalità proprio come per l’aquila.

In origine però la nobiltà si serviva del simbolo del leopardo.  Finché alcune potenti famiglie anziché impiegare questi si servirono del simbolo del leone. Erano i mercanti/banchieri operanti a Roma, Genova, Venezia e Toscana, trasformatesi in patriziato e poi in nobiltà.

Il leone rappresentava la tribù di Giuda e dei re della stirpe di Davide ma ancor prima era un simbolo saturnino. A livello criptosimbolico, invece, attraverso il leone le famiglie rappresentavano la loro discendenza dalla classe sacerdotale che fuggì dalla Palestina per giungere in Europa e instaurare quelle che poi sono diventate le maggiori casate reali.

Nonostante fosse un animale quasi del tutto sconosciuto ai Franchi, Germani e ai popoli del Baltico, il leone fu impiegato anche dalle casate nobili nordiche, soprattutto nella zona anglo-normanna con i Plantageneti.

Ciò era dovuto al fatto che i Normanni erano i discendenti dei clan fenici stanziati da secoli nei freddi mari del Nord oppure perché provenivano dalle famiglie sarmato-sadducee in precedenza residenti nella penisola italica. 

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di Riccardo Tristano Tuis,  scrittore, compositore e ricercatore indipendente nel campo del simbolismo e della storia occulta. Per Uno editori è autore di L’aristocrazia NeraGesuiti,ZenixProgramma la tua realtà quantica

Note
(NOTA 1) Con le sedici famiglie principali: Gradenigo-Dolfin, Contarini, Corner, Giustinian, Tiepolo, Morosini, Michiel, Badoer, Sanudo, Memmo, Valier, Dandolo, Polani e Barozzi, Bragadin e Bembo.
(NOTA 2) Poche persone sono a conoscenza di come Venezia è legata a Venere, il nome stesso tradisce questo collegamento. La corrispondenza etimologica Venezia-Venere – o, in inglese, Venice-Venus – diviene ovvia solo se si possiedono le chiavi d’accesso. Venezia è inoltre il capoluogo del Veneto, ancora un rimando a Venere. Non solo, nel dialetto veneziano venerdì si dice venere, proprio come il pianeta, cosa che non accade per gli altri giorni. Infatti il nome non corrisponde completamente al pianeta o alla divinità ellenica (luni, marti, mercole, zobia, venere, sabo e domenega).
(NOTA 3) Per maggiori approfondimenti su questo specifico tema rimandiamo il lettore al saggio Gesuiti —L’Ordine militare dietro alla Chiesa, alle banche, ai servizi segreti e alla governance mondiale ove tratto la genetica delle più importanti famiglie dell’aristocrazia nera, comprese quelle che hanno dato vita al nefasto Ordine dei gesuiti.
Immagini
Figura 1: le vesti rosse sono impiegate nel dogato veneziano, genovese e nelle gerarchie cristiane. Nell’oligarchia veneziana il rosso era indossato dal doge, dal Procurato e dal Consiglio dei dieci. 
Figura 2: si può notare la somiglianza tra i diversi alfabeti presenti in Europa e nel Mediterraneo. I Fenici sono forse il popolo antidiluviano atlantideo che civilizzò il mondo dopo il cataclisma che affondò la loro patria originaria?
Figura 3: il dio El (Ninurta per i Sumeri e Accadi) raffigurato assieme a due leoni rappresentanti il pianeta Venere. Il leone e Venere sono il leitmotiv simbolico di Venezia che nulla ha a che vedere con le leggende cristiane. Il leone alato è uno dei due modi con cui si rappresenta il dio Ninurta poiché nella mitologia mesopotamica questi può prendere proprio tale forma. Il simbolo sumero del leone alato ha preceduto il successivo Lamassu, l’essere con il corpo di leone, le zampe del toro. Le ali dell’aquila/angelo e la testa umana, rappresentazione iconografica di quello che nella Bibbia è stato presentato come il tetramorfo.
Figura 4: l’iconografia leonina nelle diverse culture in ogni parte del mondo.

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Tuis Riccardo Tristano

Autore: Riccardo Tristano Tuis

Riccardo Tristano Tuis, scrittore, compositore e ricercatore indipendente nel campo del simbolismo e della storia occulta. L’autore si interessa principalmente allo sviluppo delle potenzialità umane dando vita a un personale metodo denominato Zenix, a cui ha dedicato l'opera omonima pubblicata da questa casa editrice. Le sue ricerche in ambito della coscienza lo hanno indirizzato a sperimentare l’effetto delle frequenze acustiche nell’attività cerebrale umana portandolo a creare quella che è diventata la Neurosonic Programming, una neuro-tecnologia per la sincronizzazione degli emisferi cerebrali il cui scopo è l’aumento delle capacità mentali e la recente Mind Resonance. Collabora per diverse riviste di settore quali Nexus New Times, XTimes, Fenix e Punto Zero ed è spesso ospite di convegni e conferenze in veste di relatore o di docente in workshop e seminari.

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