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Il dramma dei figli invisibili: quando il fratello problematico assorbe tutta l’attenzione…

Figli senza pelle

La presenza, in famiglia, di un ragazzo difficile, un “senza pelle,crea squilibri e provoca spesso comportamenti peculiari, nei congiunti.

Uno tra tutti, il figlio “spettinato” assorbe energia vitale dal nucleo e concentra tutta l’attenzione di padri e madri come una immaginaria sanguisuga energetica.

Ne fanno le spese tutti. I genitori, per primi, che devono affrontare la sfida di una costante tensione, le sorprese spiazzanti, le intemperanze, le conseguenze di un agire spesso distruttivo, le rimostranze della comunità di appartenenza: altri genitori e altri ragazzi protagonisti di episodi di intolleranza e di bullismo, subito, o inflitto dai senza pelle.

E ne fanno le spese i fratelli, una categoria spesso relegata in secondo piano nella classifica delle parti “lese,” in seno alle famiglie che ospitano ragazzi difficili.

 

Fratelli invisibili

Per questi giovani esiste sempre qualcuno o qualcosa, più importante di loro agli occhi dei genitori. Primo in classifica il fratello, o la sorella spettinata, poi tutte le attività e i mal di cuore che ruotano intorno ai tentativi, spesso fallimentari, di riportare le cose alla normalità.

Ho vissuto l’esperienza anni fa, quando mio fratello maggiore è stato al centro di un episodio di cronaca che ha guadagnato le prime pagine dei quotidiani e gli è costato la privazione della libertà. Sconcertante, per tutti. Mio padre e mia madre hanno scaricato su di me, giovane e incinta, gran parte delle loro frustrazioni. Ogni mercoledì, alle sei del mattino, mi mandavano a fargli visita, con il pacco dei panni puliti, nel freddo e nello squallore desolante di quel luogo. I miei davano per scontato che io ci fossi e io non ho osato deluderli, chiedere loro di evitarmi quell’obbrobrio di cui conservo ancora vivido il ricordo. Avrebbero dovuto proteggermi, non usarmi, ma non avevano più energia per sé stessi.

Non è una riflessione come tante, ma quella della sorella di un ragazzo difficile.

 

Il “fratello buono”, il fratello dimenticato

Il caso vuole che i fratelli e le sorelle dei senza pelle appaiano spesso poco esigenti, responsabili e totalmente autosufficienti. Sembra facciano di tutto per passare inosservati e non incombere ulteriormente su un bilancio già gravoso. Per i genitori, sfibrati dal quotidiano carico di apprensioni e di incertezze, sentirsi sollevati dall’impegno di accudire il fratello, o la sorella “buona,” equivale a un soffio di aria fresca in volto in una giornata torrida.

Non lo ammetterebbero mai, ma “dimenticarsi” di un figlio, per un genitore in queste condizioni è come, per un generale in guerra, ricevere l’autorizzazione di chiudere un fronte.

Nelle storia di Carolina Bocca c’è una toccante testimonianza, il ricordo di suo figlio Seba, in comunità, ancora in cerca di sé stesso, che chiede di vedere Rachele, sua sorella. Solo lei, per condividere il dolore, la rabbia e la solitudine di un cammino in salita. Carolina si domanda se sia giusto esporre la ragazza a quell’esperienza, poi acconsente.

“Rachele è stata collocata sull’altare del sacrificio, un altro requisito necessario, ma non sufficiente, a progredire nel cammino della redenzione. Ho sentito mia la responsabilità dell’impatto emotivo di quelle visite su una ragazza di diciannove anni. Se l’è cavata bene, per fortuna. Qualunque cosa abbia avuto da dimostrare a se stessa e a noi, lo ha fatto nel modo migliore. Ma non senza pagare un prezzo. Dalle visite usciva trasfigurata. A ogni ritorno seguiva un’introspezione angosciosa.”

 

Come si sentono i fratelli “buoni”?

Ma cosa sentono i fratelli “buoni”?
Come vivono l’isolamento per “causa di forza maggiore”?
Odiano, nel profondo del proprio sé, i loro fratelli “carnefici,” o i loro genitori “insensibili”?
Si fanno una ragione di sentirsi sacrificati sull’altare delle priorità più alte, o soffrono maledettamente la retrocessione a figli “soprammobile”?

Capita che, una volta passata la tempesta, quando le vele finalmente ammainate iniziano a rigonfiarsi di vento favorevole, siano proprio loro a reclamare, a volte con veemenza, la loro parte di protagonismo. Atteggiamenti intolleranti, impertinenze e insolenze entrano spesso a fare parte del menu quotidiano.

È la legge del contrappasso che puntuale agisce senza eccezioni. Sembra che le vittime della strapotenza del senza pelle si prendano la libertà di dilagare, finalmente senza i freni imposti dalle circostanze. Dolori rinnovati, per i genitori? Si, ma solo per poco.

Una volta sfogato il senso di rivalsa e dimostrato che anche in loro, come negli altri, si annida l’imperfezione, che come gli altri provano pulsioni, a volte distruttive, che amano abbandonarsi ai capricci e sentono la voglia di trasgredire, i figli “buoni” rientrano nel loro ruolo, finalmente legittimati e occupanti un ruolo riconosciuto, in seno alla famiglia.

Ghiotto Marco

Autore: Marco Ghiotto

Marco Ghiotto, ingegnere rinnegato, vive in Svizzera, dal 1993. Ha iniziato a scrivere, coronando un lungo periodo di “incubazione creativa.” Scrivere, per lui, non è solo raccontare luoghi, fatti e persone, è anche e soprattutto dialogare in modo immaginario con gli altri attraverso le storie narrate, entrare nell’intimo dei protagonisti dei suoi racconti, amarli, psicanalizzarli, violentarli e andare con loro dove li porta la vita.

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