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Il battesimo di Gesù: la rivalutazione sociale dei peccatori

Il battesimo di Gesù

Perché Gesù si è fatto battezzare?

Forse una delle domande più importanti all’interno della ricerca del Gesù storico, in quanto se rimaniamo fermi al dato della tradizione il battesimo di Gesù era già stato predetto nell’Antico Testamento ed era “necessario” affinché si adempissero le Scritture in merito all’avvento del Messia.

Ma mettendo da parte la tradizione, posticipiamo per un attimo le spiegazioni che ci fornisce il Nuovo Testamento e analizziamo esattamente l’attività del Battista, contestualizzando l’atto battesimale sui nuovi proseliti di Giovanni e poi su Gesù.

 

Il battesimo, un gesto puramente spirituale?

Battesimo di Gesù. Piero della Francesca.

Secondo quanto fornito dall’intero quadro canonico, Giovanni il Battista, partendo dal deserto di Giuda per poi giungere presso la regione del Giordano, iniziò un battesimo di penitenza per la remissione dei peccati.

Rimanendo fermi al puro dato testuale (ovviamente tradotto) e fermi al contesto contemporaneo, siamo inevitabilmente influenzati dal concetto odierno di “peccato” e di “remissione”. Fermi al nostro tempo, l’attività di Giovanni pare effettivamente risolversi come un gesto puramente spirituale da parte di un guru che stava purificando l’animo delle persone dalle loro colpe spirituali.

Chi erano davvero “i peccatori”?

Se leggiamo il corrispettivo greco, e contestualizziamo l’attività di Giovanni da un punto di vista puramente sociale, allora le cose paiono differenti.  In Mt 3, 6 e Mc 1, 5 leggiamo che le genti «si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati».

Ma cosa erano esattamente questi peccati da confessare?
Qual era la natura del termine “peccato” per il contesto storico del tempo?

Non dimentichiamoci che ci ritroviamo nel contesto del I secolo, nella società ebraica del tempo, fortemente legalista, e come scrive James Dunn:

«il termine “peccatori” possedeva in seno al giudaismo del tempo un ben attestato uso di fazione. […] Uno dei termini più ricorrenti tra fazioni era quello di “peccatori”. Le fazioni rappresentate da documenti come 1Enoch o dai Salmi di Salomone, o i rotoli settari provenienti da Qumran, si ritengono chiaramente “i giusti”, e condannano quelli che stanno al di fuori della loro cerchia, o che vi si oppongono, definendoli “peccatori” (es. 1En 1, 1, 7-9; 82, 4-7; CD 1, 13-21; 1QH 2, 8-18).  Il termine “peccatori” veniva usato da ebrei nei confronti di altri loro fratelli ebrei, e veniva usato per designare quello che veniva considerato, dai membri della data fazione, un comportamento inaccettabile per un ebreo pio»

(J. H. Charlesworth (a cura di), Gesù e la Comunità di Qumran, Piemme., pp. 275-276).

E chi era il “giusto”, l’ebreo pio, se non quello che seguiva pedissequamente i precetti della Legge, o che si manteneva  “integro” (da un punto di vista fisico) di fronte ai precetti della Legge?

 

Nuovi Battisti dopo il bagno rituale…

Assodata la natura dei “peccatori”, cosa facevano questi ultimi arrivati nel fiume Giordano?

Il corrispettivo greco recita così: ἐξομολογούμενοι τὰς ἁμαρτίας αὐτῶν (exomologoumenoi tàs àmartias auton). Il termine exomologeo (ἐξομολογέω) non si limita alla semplice confessione, ma secondo lo University Chicago’s Logion Lexicon era un esplicitare in pubblico le proprie colpe (ἁμαρτίας, àmartias), quasi a farne un canto di gioia.

In pratica, Giovanni stava richiamando a sé quella parte di popolo allontanata dall’establishment (forse dalla reinterpretazione orale farisaica), non più riconosciuta come socialmente valida e impossibile da riscattare.

Reinterpretando il bagno rituale esseno, come per purificare i soggetti che si lasciavano volontariamente battezzare, dall’abluzione usciva fuori un uomo nuovo, socialmente valido, le cui colpe non erano più riconosciute dal nuovo gruppo a cui aderiva, andando così a formare la frangia conosciuta con il nome di Battisti.

È perciò plausibile pensare che Giovanni stesse rimpinguando le proprie fila per una specifica missione?

L’arresto di Giovanni Battista e le paure di Erode

Giuseppe Flavio, una fonte estranea al panorama evangelico, scrive nelle sue Antichità Giudaiche come il Battista sia stato arrestato per motivi certamente non etici e morali (sconfessando le giustificazioni forniteci dal quadro sinottico), andando invece a confermare come

«altri si affollavano intorno a lui (Giovanni n.d.s.) perché con i suoi sermoni erano giunti al più alto grado…Erode si allarmò. Una eloquenza che sugli uomini aveva effetti così grandi, poteva portare a qualche forma di sedizione, poiché pareva che volessero essere guidati da Giovanni in qualunque cosa facessero. Erode, perciò, decise che sarebbe stato molto meglio colpire in anticipo e liberarsi di lui prima che la sua attività portasse a una sollevazione, piuttosto che aspettare uno sconvolgimento e trovarsi in una situazione così difficile da pentirsene»

(Antichità Giudaiche XVIII, 116-119).

La rivalutazione sociale… di Gesù

Volendo perciò contestualizzare il tutto, tralasciando l’ipotesi del Battista come probabile “Messia sacerdotale” esseno, e rimanendo fermi alla pratica battesimale, quest’ultima aveva come unico scopo la rivalutazione sociale del “peccatore” attraverso un puro atto di proselitismo, ritrovandosi come “uomo nuovo” all’interno di una nuova cerchia socio-politica.

E ritorna prepotentemente la domanda fatta all’inizio: perché Gesù si è fatto battezzare? Qual era la sua colpa sociale?

Doveva, per forza di cose, avere una colpa da riscattare per giustificare l’atto battesimale.

La cosa alquanto curiosa è il silenzio di Marco (primo Vangelo), Luca e Giovanni in merito. Se per questi Vangeli non sembra esserci una vera e propria giustificazione sull’atto battesimale, Matteo tenta una spiegazione, asserendo come bisognava adempiere a quel gesto, ma senza spiegare il perché, senza citare alcun passo (cosa che solitamente i Vangeli fanno) dell’Antico Testamento:

«Allora Gesù dalla Galilea si recò al Giordano per essere da lui battezzato. Ma Giovanni voleva impedirglielo dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te; tu invece vieni da me?». Ma Gesù gli disse: «Lascia per ora; per noi infatti è doveroso adempiere ogni giustizia». Allora acconsentì» (Mt 3, 13-15).

In pratica, Matteo tenta di metterci sopra una pezza giustificativa per un fatto, forse, scomodo al tempo se volessimo contestualizzarlo come si è fatto sino ad ora. Se Matteo ha tentato una giustificazione è perché Gesù era considerato un soggetto scomodo, colpevole per la società ebraica del tempo. Ma quale era la sua colpa?

Qual era la colpa di Gesù?

Il panorama evangelico ci fornisce qualche indizio, a partire proprio dal primo Vangelo, quello di Marco.

Quando Gesù giunge al suo paese natale, i suoi compaesani lo riconoscono subito in maniera molto chiara, netta e precisa: “figlio di Maria” (Mc 6, 3).

Per una società patriarcale, dove i figli erano sempre chiamati e riconosciuti con accanto il nome del padre, indicarlo come figlio della madre significava additarlo come figlio illegittimo.

Ciò tenderebbe a giustificare il silenzio di Marco sulle origini di Gesù (l’assenza di una natività per esempio), a differenza di Matteo e Luca che riportano lo stesso passo di Marco ma addolcendolo, identificando Gesù come il figlio del falegname o di Giuseppe (Mt 13, 55; Lc 4, 22).

Una piccola eco sembra trovarsi anche nel Vangelo di Giovanni, con gli ebrei che ribadiscono a Gesù: «Noi non siamo nati da prostituzione» (Gv 8, 41), così come nel II secolo, dove sembra esplodere tale accusa, con il filosofo medioplatonico Celso che nel suo libro, Il discorso vero, indica Maria come un’adultera e Gesù come figlio illegittimo. Accusa ribadita non solo nel mondo ebraico (Talmud Babli, b. Shabbat 104b), ma anche nel panorama apocrifo, come nel Ciclo di Pilato, o il Protovangelo di Giacomo (es. Codice Arundel, A39-A39; A41-A41).

Da qui l’ipotesi: se dai discepoli di Giovanni e dai suoi simpatizzanti l’atto battesimale era riconosciuto come lecito nel riconoscere e rivalutare socialmente l’individuo, siamo tenuti a credere che

il battesimo di Gesù abbia avuto come unica finalità quella di farsi riconoscere socialmente come “persona nuova”, non più macchiato dalla colpa di figlio illegittimo, ma rivalutato all’interno della società ebraica perché riconosciuto valido dalla stessa autorità di Giovanni il Battista.

In questo modo Gesù non solo entrò formalmente nella cerchia del Battezzatore, ma sotto l’ala protettrice di quest’ultimo riuscì a far accrescere sempre di più la propria autorità, predicando e battezzando in mezzo al popolo, mentre Giovanni preparava la via per la sua scena politica.

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Esposito Francesco

Autore: Francesco Esposito

Esposito Francesco, Lamezia Terme (cz) classe 1986, si laurea in Scienze Filosofiche con una tesi magistrale sul De Cultu Feminarum di Tertulliano e la figura femminile nel cristianesimo patristico e nella società romana. Studioso di cristianesimo primitivo e pre-conciliare, dal 2013 cura una rubrica di approfondimento sui testi biblici assieme all’autore Mauro Biglino intitolata “Racconti dall’Antico Testamento”.

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