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Il Cristianesimo è un’invenzione di Paolo senza continuità con la tradizione apostolica

Gesù non è il vero fondatore del Cristianesimo

Nel corso di quest’ultimo anno ho avuto modo di confrontarmi con tante persone: fra esegeti, docenti universitari, semplici curiosi, teologi e laici sull’ipotesi che ho avanzato, e di certo non nuova nell’ambito di storia del cristianesimo, secondo cui sarebbe stato Paolo il fondatore del movimento cristiano, e non la tradizione apostolica derivante dagli insegnamenti del Gesù storico.

Una tale presa di posizione, così raramente messa in luce (si veda per esempio il lavoro di Riccardo Calimani, Paolo, l’ebreo che fondò il Cristianesimo), è sempre stata malvista dai molti esegeti cattolici, teologi e docenti universitari, in quanto l’idea di un Paolo come fondatore del Cristianesimo è considerata una teoria ottocentesca, relegata ad alcune scuole luterane di inizio ‘900, e che non trova ragion d’essere.

Ovviamente non è possibile raccogliere in questo articolo tutte le contestazioni fatte nel corso di quest’anno e le mie relative risposte. Tuttavia, senza nessun intento polemico, è necessario mettere un punto fermo su alcuni aspetti: riconoscere che non vi è una sola teoria ufficiale in questo campo e che è una pura convenzione accademica l’idea di un Paolo estraneo alla creazione del Cristianesimo.

La posizione ufficiale…  

Quella che è la posizione ufficiale della tradizione, secondo cui non fu in realtà Paolo il vero inventore del cristianesimo, è ben sintetizzata in questo sito, che raccoglie e riassume le posizioni ufficiali di molti autorevoli studiosi:

L’articolo cita il celebre autore Romano Penna, presbitero e biblista italiano:

«Il tema di Paolo come “secondo fondatore del cristianesimo” è piuttosto trito, anche se ha avuto una certa presa nel Novecento in ambito luterano. Si tratta di una concezione che però bypassa un elemento importante, cioè che tra Gesù e Paolo non c’è una continuità “gomito a gomito”. Paolo è “gomito a gomito” con la Chiesa di Gerusalemme e con le Chiese, al plurale, della Giudea. Lui stesso dice: “Io vi ho trasmesso quel che anche io ho ricevuto”. Quello che voglio dire è che c’è una fede delle origini che è assolutamente pre-paolina, la sua originalità ermeneutica elabora il dato della fede, che è anteriore a lui. Per questo quella contrapposizione non ha, alla fine, nessun senso. Si tratta di un giudizio affrettato, semplificatorio, superficiale».

 

Nessuna continuità dottrinale tra Paolo e gli Apostoli

Secondo l’autore, Paolo fu “gomito a gomito” con la chiesa di Gerusalemme, come se vi fosse stata una chiara continuità dottrinale fra gli Apostoli e Paolo stesso. Opinione di chi scrive è che tale rapporto “gomito a gomito” vi fu davvero, ma per motivi di certo estranei da una mutua collaborazione: gli insegnamenti di Paolo non derivavano affatto dalla scuola apostolica, così come il suo essere Apostolo non fu certo riconosciuto e voluto dai suoi “colleghi” a Gerusalemme.

Ma lasciamo che sia la Lettera ai Galati di Paolo a parlare:

«Paolo, apostolo non da uomini e né in virtù di un uomo, ma in virtù di Gesù Cristo e di Dio padre che lo risuscitò da morte» (Gal 1, 1)

“Mi sorprende che così presto vi siate distaccati da Cristo, che vi aveva chiamati per la sua grazia, aderendo ad un altro vangelo: non ne esiste un altro!” (Gal 1, 6-7)

“Come ho detto prima, anche in questo momento ripeto: se qualcuno annuncia un vangelo diverso da quello che voi riceveste, sia votato alla maledizione divina” (Gal 1, 9).

 

Paolo non ha trasmesso gli insegnamenti degli Apostoli

Sorge fin da subito spontanea una domanda: assodato che, come la stessa lettera suggerisce, Paolo non è stato formato Apostolo da nessun uomo, almeno ciò che stava trasmettendo lo ha ricevuto dagli Apostoli suoi predecessori?

Il vangelo era uno solo, così come lo stesso Paolo sottolinea. Perciò se il dato della tradizione cattolica è esatto, l’unicità del vangelo derivava solo dalla tradizione apostolica.

Tuttavia in Gal 1,11-12 vi è scritto: “Vi rendo noto infatti, fratelli, che il vangelo annunziato da me non è a misura di uomo: infatti né io l’ho ricevuto da un uomo né da un uomo sono stato ammaestrato, ma da parte di Gesù Cristo, attraverso una rivelazione».

La rivelazione “a tu per tu” di Gesù a Paolo…

La trasmissione del suo insegnamento non derivava perciò da uomini ma dal solo Gesù della Resurrezione attraverso una rivelazione (a meno che non vogliamo definire gli Apostoli “esseri diversi dagli uomini”, ma non potremmo più parlare di monoteismo).

È il testo che lo palesa in maniera incredibilmente chiara, con Paolo che addirittura vuole ripetere il concetto per non essere frainteso (Gal 1, 9).

È assolutamente possibile, quindi, parlare di “contrapposizione” in quanto Paolo non stava professando un isegnamento derivante dagli apostoli. E come si può definire tale giudizio affrettato, semplificatorio e superficiale?

Ma c’è dell’altro.

Versioni contrastanti…

Nell’articolo viene citato Luigi Walt, docente di Nuovo Testamento presso l’Università di Ratisbona:

«La contrapposizione netta tra Gesù e Paolo, innanzitutto, risulta essere uno dei tanti miti dell’esegesi storica otto-novecentesca […], l’idea servì a slegare Paolo, inteso come simbolo di una Chiesa istituzionale, visibile, gerarchica, dall’eredità di un Gesù percepito come maestro inoffensivo (e frainteso) di morale. In breve, essa fu il risultato di una priori ideologico, non di un’indagine storica rigorosa. Paolo non agì come un outsider, non piombò dal nulla in mezzo ai primi seguaci di Gesù, né le sue posizioni possono essere valutate come del tutto originali e solitarie. […] Ebbene, un’indagine in tal senso toglie immediatamente la terra sotto i piedi a chiunque voglia attribuire all’apostolo il ruolo di “autentico fondatore” del cristianesimo». 

Non solo secondo Walt la contrapposizione messa prima in evidenza è solo “uno dei tanti miti” di un certo tipo di esegesi storica, ma addirittura Paolo non inventò nulla, e non fu in nessun modo originale nel panorama della tradizione apostolica-gerosolimitana. Vedremo come la sua posizione verrà contestata dai suoi stessi colleghi. Ma andiamo avanti.

Rainer Riesner, professore emerito di Nuovo Testamento presso l’Università di Dortmund, scrive che gli insegnamenti di Paolo «non erano frutto del suo pensiero, bensì della tradizione», della «comunità originaria che si era raccolta intorno all’apostolo Pietro a Gerusalemme».

In questo caso leggiamo che è tutto frutto della tradizione derivante dalla comunità gerosolimitana. Di nuovo: Paolo non inventò nulla, e tutti i suoi insegnamenti derivavano direttamente dalla comunità di Gerusalemme in perfetta continuità.

I biblisti e teologi che confermano: Paolo ha “riscritto” le scritture

Antonio Pitta, docente di Nuovo Testamento presso la Pontificia Università Lateranense, membro del consiglio di presidenza dell’Associazione Biblica Italiana, scrive:

«A sua volta l’importanza della tradizione orale, insieme alla Legge scritta, risalta per l’esegesi di Paolo e della sua libera modalità di citare l’Antico Testamento, secondo alcune finalità argomentative proprie. […] Dal vaglio delle citazioni dirette dell’Antico Testamento risulta la notevole decontestualizzazione […] di fatto non sembra che Paolo conferisca molta attenzione ai contesti originari dei passi citati, ma che si appropri, senza molte reticenze, delle citazioni per inserirle  in contesti nuovi e propri» (A. Pitta, Paolo, la scrittura e la legge, pp. 38, 103-104)

Della stessa linea Giuseppe Barbaglio, biblista, teologo e presbitero italiano:

«Nelle quattro lettere maggiori, soprattutto in Galati e Romani, (Paolo n.d.s.) si appellato spesso all’autorictas riconosciuta delle Sacre Scritture, interpretate in chiave cristologica a conferma delle sue tesi. Si tratta, in realtà, di una “rilettura”, per non dire di una “riscrittura” delle Scritture, intese come promessa profetica dell’annuncio evangelico.» (G. Barbaglio, Gesù di Nazaret e Paolo di Tarso. Un confronto storico, p.52)

Sulla presunta continuità fra Paolo e la comunità apostolica si è espresso uno dei più importanti teologi tedeschi del precedente secolo, Wilhelm Heitmuller, che scrive nel suo Zum Problem Paulus und Jesus:

«Io invece ritengo che il cristianesimo a cui si riallaccia Paolo, e a partire dal quale lo si deve comprendere, non è propriamente quello della comunità primitiva in senso stretto, cioè il cristianesimo della più antica comunità di Gesù nata su suolo giudaico a Gerusalemme e in Giudea, a cui appartenevano anche i diretti discepoli e amici di Gesù; è piuttosto una forma già più sviluppata, per dirla con una formula da capire bene: un cristianesimo ellenistico» (p. 326)

 

Il Cristianesimo è un’invenzione di “San” Paolo?

Abbandonando, per ora, l’argomento riguardante la contrapposizione fra Paolo e la comunità apostolica (verrà trattata nel prossimo articolo), leggiamo dalle poche (ma chiare) citazioni fatte di una delle sette lettere di Paolo quella che era la sua posizione netta da un punto di vista puramente dottrinale: non solo non fu investito Apostolo da nessun uomo, ma addirittura il Vangelo da lui professato non gli era stato trasmesso dagli Apostoli, o da qualcuno vicino a loro.

Il Gesù della Resurrezione “attraverso una rivelazione” fu l’unico “mandante” di quel personaggio che mai aveva conosciuto il Gesù storico, entrando nella storia della comunità gesuana come suo persecutore, e che all’improvviso aveva dato il via ad una predicazione la cui natura si avvicinava alla tradizione ellenistica, e non a quella giudica, lontana dalla “comunità di Gesù nata sul suolo giudaico a Gerusalemme e in Giudea, a cui appartenevano i diretti discepoli e amici di Gesù”.

A voi che leggete lascio, come sempre, le considerazioni finali.

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di Francesco Esposito, si laurea in Scienze Filosofiche con una tesi magistrale sul De Cultu Feminarum di Tertulliano e la figura femminile nel cristianesimo patristico e nella società romana. Studioso di cristianesimo primitivo e pre-conciliare, dal 2013 cura una rubrica di approfondimento sui testi biblici assieme all’autore Mauro Biglino intitolata “Racconti dall’Antico Testamento”. Per Uno editori è autore di “Cristianesimo, un’invenzione di San Paolo” e “Il cristo illegittimo

Esposito Francesco

Autore: Francesco Esposito

Esposito Francesco, Lamezia Terme (cz) classe 1986, si laurea in Scienze Filosofiche con una tesi magistrale sul De Cultu Feminarum di Tertulliano e la figura femminile nel cristianesimo patristico e nella società romana. Studioso di cristianesimo primitivo e pre-conciliare, dal 2013 cura una rubrica di approfondimento sui testi biblici assieme all’autore Mauro Biglino intitolata “Racconti dall’Antico Testamento”.

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