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Immacolata concezione? No, uno spirito santo in carne e ossa… E Giuseppe non fu felice

Immacolata concezione? Uno spirito santo… in carne e ossa!

L’Immacolata Concezione, dogma del 1854 con la bolla Ineffabilis Deus di Pio IX.

Il dogma sancisce che Maria non fu colpita dal peccato originale fin dal momento del concepimento. Lasciando perdere tutto il discorso sulla macchia del peccato originale che colpirebbe ogni singolo essere umano dalla nascita, preoccupiamoci di capire come sia nato questo dogma.

I riferimenti espliciti su cui si basa la Chiesa Cattolica sono due:

– il Protovangelo di Giacomo, scritto nella prima metà del II secolo (che però la Chiesa definisce un vangelo apocrifo);

– e l’appellativo che Gabriele dà a Maria durante l’annunciazione in Lc 1,28.

Da qui possiamo già fare due prime considerazioni:

– Interessante notare come il Protovangelo di Giacomo venga considerato apocrifo dalla Chiesa, ma sia teologicamente valido per prelevare quello che serve per la propria dottrina. La selettività dogmatica sul testo è interessante quanto paradossale;

– Il titolo onorifico dato a Maria da Gabriele, chiamandola “piena di grazia”, sta forse alla base dell’intero dogma, perché secondo la dottrina l’appellativo datole le dà una grazia piena prima del concepimento di Gesù. Tutto ruota attorno ad un unico vocabolo greco, e cioè kecharitoméne.

“kecharitoméne”: “Piena di grazia” o semplicemente…”Bella fanciulla”?

Ma andiamo con ordine:

– Secondo la dottrina

il termine greco kecharitoméne indica un’unica funzione, e cioè l’essere costantemente “piena di grazia”. Kecharitomène è il participio passivo perfetto del verbo charitoô, che ha un valore causativo: significa che Maria è stata effettivamente trasformata per benevolenza di Dio. Inoltre la scelta del perfetto sottolinea che la Vergine si trova già sotto l’influsso del favore di Dio e persevera in questa condizione.

– Secondo quella che è la filologia laica accademica…

il termine kecharitoméne è sì un participio di charitoô, ma in uno dei dizionari di greco antico più studiati in Italia (Il Rocci), il termine viene qualificato sinonimo di kecharisménos, di cui si dà la definizione di “attraente; grato; piacevole, ecc.”.

L’ampia gamma di significati suggerisce che l’aggettivo “bella” sia quello più consono in  riferimento ad una donna, e che il saluto di Gabriele, a conti fatti, possa risuonare come un più moderno “Ciao, bella fanciulla”.

Ovviamente una traduzione tanto “sporca” risultava troppo licenziosa per un testo dottrinale, così che nella Vulgata di San Gerolamo, il kecharitoméne venne incautamente tradotto con gratia plena, eliminando così il significato originale.

Maria si fece bella per il messaggero…

Se rimaniamo fedeli alla terminologia originale, con kecharitoméne legato a qualità prettamente estetiche, allora possiamo fare considerazioni interessanti, partendo dal termine charitoô, che secondo molti dizionari greci indica letteralmente e filologicamente “la trasformazione fisica del soggetto”.

Quindi farsi bella, agghindarsi e vestirsi a modo per apparire graziosa è un cambiamento estetico del soggetto, e che indica il semplice atto di acconciarsi. Maria si è fatta bella perché attendeva l’arrivo di un ánghelos (“messaggero” nella traduzione letterale, Malakh in ebraico).

Ma perché per un angelo era tanto importante la bellezza fisica di una giovane ragazza?

…e Giuseppe trovò Maria incinta

Lasciando le considerazioni finali ai lettori, una possibile risposta la può fornire lo stesso Protovangelo di Giacomo. Secondo il codice Arundel, il più antico in nostro possesso secondo il prof. Luigi Moraldi (L. Moraldi, Apocrifi del Nuovo Testamento Vol. I, Utet, Casale Monferrato, pp. 157-165), Giuseppe parte per una campagna di lavoro lunga sei mesi, lasciando la giovane vergine Maria ad un gruppo di donne. Passato il periodo di lavoro, e trovando la ragazza incinta, l’immagine poco turbata, quasi remissiva del Giuseppe dei Vangeli svanisce all’improvviso:

Trovata Maria incinta, tremò tutto e, nell’angoscia, si batteva la faccia, si gettava a terra e piangeva amaramente, dicendo:

“[…]L’ho ricevuta vergine dal tempio del Signore, Dio mio, e non l’ho custodita. Chi avrebbe pensato che mi sarebbe capitata una cosa simile? Chi è che mi ha insidiato, chi ha osato perpetrare tali cose in casa mia distogliendo dalle vergini la vergine immacolata Maria?” (A37-39).

 

Con le donne che tentano di consolarlo avanzando una spiegazione, ma lasciando solo altri dubbi nell’animo di Giuseppe:

 

“Se vuoi che ti manifestiamo il nostro pensiero: nessuno la può aver resa incinta se non un angelo di Dio”. Rispose Giuseppe: “Perché volete che io creda quanto voi mi dite, e cioè che l’abbia ingravidata un angelo di DioÈ vero, anche questo può accadere. Ma un angelo di Dio santifica la persona che ingravida, non le rimane corruzione alcuna. […] E se qualcuno si fosse finto, in modo credibile, un angelo per ingannarla? […] Si è forse ripetuta in me, o Signore, la storia di Adamo? […] il serpente andò da Eva, la trovò sola, la sedusse, lei trasgredì il comandamento e cadde nella corruzione della morte. Così è avvenuto anche a me? Che debbo fare?” (A40-41).

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di Francesco Esposito, si laurea in Scienze Filosofiche con una tesi magistrale sul De Cultu Feminarum di Tertulliano e la figura femminile nel cristianesimo patristico e nella società romana. Studioso di cristianesimo primitivo e pre-conciliare, dal 2013 cura una rubrica di approfondimento sui testi biblici assieme all’autore Mauro Biglino intitolata “Racconti dall’Antico Testamento”. Per Uno editori è autore di “Cristianesimo, un’invenzione di San Paolo

Esposito Francesco

Autore: Francesco Esposito

Esposito Francesco, Lamezia Terme (cz) classe 1986, si laurea in Scienze Filosofiche con una tesi magistrale sul De Cultu Feminarum di Tertulliano e la figura femminile nel cristianesimo patristico e nella società romana. Studioso di cristianesimo primitivo e pre-conciliare, dal 2013 cura una rubrica di approfondimento sui testi biblici assieme all’autore Mauro Biglino intitolata “Racconti dall’Antico Testamento”.

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