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La fabbrica delle reliquie: come il business del macabro ha rimpiazzato gli amuleti pagani

Cristiani: da perseguitati a persecutori

Dopo la liberalizzazione della fede cristiana decretata da Costantino con l’editto di Milano del 313, ma soprattutto dopo l’editto di Tessalonica, – emanato da Teodosio nel 380, che cambiò le carte in tavola, elesse il cristianesimo religione di Stato e soprattutto mise fuori legge ogni altro culto –  i seguaci di Paolo di Tarso tirarono un sospiro di sollievo e non dovettero più temere rappresaglie.

Se fosse vera l’iconografia hollywoodiana, che ci mostra i martiri interessati soprattutto a mantenersi fedeli al loro credo, andando incontro ai supplizi sorridendo e lodando Dio, ci si sarebbe aspettati che, una volta liberati dal pericolo di finire in pasto ai leoni, si fossero dedicati alla preghiera, miti e amorevoli nei confronti dal prossimo.

Invece accadde esattamente il contrario e i cristiani si trasformarono repentinamente da perseguitati in feroci persecutori, massacrando pagani, imponendo conversioni con la violenza, distruggendo templi, statue, icone.

Nuovi santi, vecchi dèi

Il loro furore iconoclastico, però, ebbe una battuta d’arresto quando si resero conto che la sola distruzione rischiava di destabilizzare il popolo e soprattutto di provocarne i malumori, così si dedicarono alla sostituzione, inventandosi le figure dei santi con cui rimpiazzare gli dèi.

Provvidero perfino a procurarsi una figura femminile da sovrapporre alle dee e in particolare alla Dea Madre, il cui culto era capillarmente diffuso.

Nel 431 il concilio di Efeso ripescò la donna meno compromessa che riuscì a trovare nelle Scritture e promosse Maria di Nazareth “Madre di Dio”.

Ma ci fu anche un’altra diffusa usanza con cui la neonata Chiesa cristiana dovette fare i conti: quella dei talismani e degli amuleti, che risaliva alla notte dei tempi e al pensiero magico che aveva accompagnato l’uomo fin dai tempi più remoti, da quando, cioè, presa coscienza del proprio essere, si era trovato immerso in un contesto fatto di eventi naturali per lui incomprensibili; aveva dunque provato il bisogno di difendersi dalle forze negative e di propiziarsi quelle favorevoli, concretizzando difesa e favore in qualcosa di materiale, che lo rassicurasse.

 

Amuleti magici vs reliquie cristiane

Ancora nel V secolo, quindi, continuando una tradizione antica, il popolo era abituato ad affidarsi a oggetti di varia natura allo scopo di proteggersi da iatture o di di attirare la benevolenza degli dèi.

Fu la pia Elena, madre dell’imperatore Costantino, a dare inizio all’usanza delle reliquie cristiane.

A proposito di questa donna, va chiarito che fu tutt’altro che “santa”; nei libri di storia è definita “moglie” di Costanzo Cloro, mentre ne fu la concubina: l’imperatore la raccolse in una taverna, dove non si sa con esattezza quale mestiere facesse… Ignorante, superstiziosa e integralista, animata da una divorante ambizione, secondo alcuni fu l’artefice dell’assassinio della nuora Fausta, rea di essere pagana.

Tuttavia, poiché rese alla Chiesa un grande servigio, consentendole di inaugurare un colossale business, Urbano VIII la beatificò nel 1627 e Leone XIII portò a termine il lavoro canonizzandola il 24 maggio 1900.

Elena, infatti, si fece finanziare un viaggio in Terrasanta dall’augusto figlio e ne tornò piena di mercanzia: la croce di Cristo, la sua tunica, i chiodi e la corona di spine della Passione, la tavoletta in legno con la scritta “INRI”, la scala che l’illustre condannato aveva percorso per recarsi da Pilato.

Tutto ciò non ha riscontro storico alcuno, ma servì per iniziare un redditizio traffico, che proseguì e si sviluppò in seguito all’editto di Tessalonica, quando le reliquie divennero preziose per sostituire amuleti e talismani.

 

Macabre reliquie organiche

Nell’Occidente che si andava sempre più cristianizzando a colpi di stragi di pagani, i presìdi apotropaici erano costituiti in gran parte da elementi della natura o da raffigurazioni di dèi e dee.

Ma per convincere il popolo ad abbandonarli, la Chiesa scovò un sistema che rendesse i propri amuleti più accattivanti: non solo lanciò sul mercato immagini, oggetti o brandelli di capi d’abbigliamento, ma diede inizio al commercio di parti di cadaveri, ossa, sangue rappreso, peli, capelli, membra, pelle e visceri appartenuti ai novelli santi.

I vescovi delle varie diocesi ingaggiarono, così, una vera e propria gara tra chi avesse procurato ai fedeli del proprio territorio la reliquia più strepitosa, intorno alla quale costruire una chiesa, raccogliersi in preghiera, chiedere grazie, gridare al miracolo e lasciare offerte.

Poco per volta, vennero messe in vendita particolari reliquie: piccole parti di macabri reperti organici, racchiusi in reliquiari sempre più preziosi, da portare al collo o esporre nelle abitazioni con compiti di protezione o favore, ossia con la stessa funzione che avevano avuto gli amuleti e i talismani.

Questa lugubre usanza trovò terreno fertile nel Medioevo e si diffuse sempre di più. Oggi la situazione non è cambiata, anzi: il fenomeno delle reliquie è in costante espansione, continua ad alimentare un mercato che presenta cifre a capogiro e spesso raggiunge punte di autentico humor nero.

 

Ossa dei Santi: business milionario

Basta andare, per esempio, a San Giovanni Rotondo, dove nel museo dedicato a padre Pio sono esposti alla venerazione dei fedeli oggetti e reperti eterogenei appartenuti al frate: sandali, sai, tuniche, biancheria intima, calzini, siringhe nuove e usate, fazzoletti, guanti, bombola di insetticida, apparecchio per l’aerosol, citofono, radiolina, l’anta di una porta, peli provenienti dall’ispezione canonica del cadavere, attrezzi sulla cui funzione è meglio non indagare, pezzuole macchiate dal sangue delle stimmate.

Santa Caterina da Siena, invece, è una delle sante più smembrate e le sue reliquie si trovano in ogni angolo del mondo : il suo sepolcro si trova a Roma, nella basilica di Santa Maria sopra Minerva, ma non è chiaro quanto dei suoi resti contenga il sarcofago di marmo situato sotto l’altare maggiore.

La  testa, infatti, si trova a Siena, nella basilica di San Domenico, dove fu traslata nel 1381, probabilmente putrescente dal momento che era trascorso solo un anno dalla morte e nella stessa chiesa si trova anche un dito della santa, con cui, ancora oggi, viene impartita la benedizione all’Italia e alle Forze Armate. Il piede sinistro di Caterina è custodito nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo a Venezia, nel santuario della città natia a lei dedicato c’è la scaglia di una scapola, nel monastero del Santo Rosariodi Monte Mario, a Roma, si trova la mano sinistra con tanto di segno delle stimmate e infine ad Astenet, in Belgio, i devoti pregano davanti a una sua costola.

 

Il prepuzio di Gesù

Non è possibile, in questa sede, esaminare tutta la macabra geografia delle reliquie sparse per il mondo, ricostruendo i cadaveri illustri cui apparterrebbero e magari scoprendo che alcuni di essi dovettero essere dei fenomeni da baraccone, provvisti di più teste e molteplici arti: mi limiterò a descrivere la reliquia più incredibile, ossia il prepuzio di Gesù.

Si tratterebbe del lembo di carne reciso durante il rito della circoncisione, cui il Divin bambino sarebbe stato sottoposto – in osservanza alla Legge ebraica – otto giorni dopo la nascita, come narrato da Luca (Lc 2, 21) e che sarebbe stato conservato dalla Madonna e da lei consegnato al discepolo Giovanni poco prima di essere assunta in cielo; c’è chi sostiene, invece, che fu la Maddalena a conservarlo gelosamente, ma non è chiaro a chi lo lasciò in eredità.

Per molti secoli nessuno ne parlò, poi, improvvisamente, il macabro reperto irruppe nella storia e le leggende relative al suo ritrovamento sono innumerevoli:

una delle più diffuse vuole che sia stato donato da un angelo a Carlomagno, mentre pregava davanti al Santo Sepolcro; l’imperatore lo avrebbe poi consegnato a papa Leone III il 25 dicembre dell’’800, al momento della propria incoronazione.

Non si sa bene quale fu il destino della reliquia, da prima – pare – collocata dallo stesso papa nella basilica di San Giovanni in Laterano, ma di certo il prepuzio un miracolo lo fece: si moltiplicò a dismisura, tanto che vi fu un tempo in cui se ne contarono da 11 a 18, conservati nelle basiliche di altrettante città europee.

Quello di Anversa, addirittura, fu protagonista di un prodigio: durante la messa celebrata dal vescovo di Cambrai, stillò tre gocce di sangue, che macchiarono la tovaglia dell’altare; ovviamente fu una buona occasione per edificare un’apposita cappella e, in seguito, una confraternita.

La guerra dei prepuzi

Per lungo tempo le numerose città che affermavano di conservare l’ambita reliquia litigarono tra loro, pretendendo ognuna che la propria fosse quella autentica, poi, con il passare del tempo, si perse traccia dei molti prepuzi in circolazione.

Quello di Anversa resistette, così come quello dell’abbazia di Charroux… ma che fine poteva aver fatto quello di Roma, collocato nel Sancta Sanctorum di San Giovanni in Laterano da Leone III in persona?

A quanto pare scomparve durante il Sacco di Roma del 1527, ma venne ritrovato trent’anni più tardi in una cella di Calcata, che aveva ospitato un lanzichenecco fatto prigioniero.

Intorno al Santo Prepuzio si accesero, nei secoli, accanite dispute teologiche, ma non solo: divenne oggetto di facili battute sarcastiche.

Con il tempo, su tutti i prepuzi disseminati in Europa cadde un imbarazzato silenzio e finalmente anche la Chiesa si accorse dell’assoluta improbabilità di quella bizzarra reliquia e del danno di immagine di cui era portatrice e il 3 febbraio 1900 ne proibì il culto.

Intorno ai primi anni Cinquanta qualcuno tentò di ripristinarne la devozione, così al concilio Vaticano II non restò che tagliare la testa al toro per evitare a santaromanachiesa di coprirsi di ridicolo e abolì dal calendario liturgico il ricordo della circoncisione come festa di precetto, fino a quel momento celebrata il 1° gennaio, per sostituirla con quella di Maria Santissima Madre di Dio.

La Chiesa tuona indignata contro maghi, cartomanti e astrologi, ma è sufficiente andare presso qualsiasi santuario per constatare l’amorevole cura con cui l’istituzione si prodiga nel coltivare l’ignoranza delle masse dopo aver semplicemente cambiato nome a figure, oggetti, reperti, continuando la sua instancabile opera tesa a sfruttare la fragilità e le paure del popolo, a far sì che il gregge definisca “fede” quella che, oggi come un tempo, è pura superstizione sapientemente travestita.

Fezia Laura

Autore: Laura Fezia

Laura Fezia è nata a Torino, dove vive e lavora. Studiosa di antropologia, psicologia, storia, religioni, criminologia e del “mistero” in tutti i suoi molteplici aspetti, appassionata di animali e della sua città, fa la scrittrice e la ricercatrice. Ama definirsi «una laica a 720°, perché un giro solo non basta» e il suo impegno è volto non già contro la fede, ma a scardinare il perverso binomio che la lega alla Chiesa cattolica, un’istituzione millenaria costruita su falsi documenti che si pone arbitrariamente come unica intermediaria tra l’umano e il divino. Ha pubblicato finora 15 titoli, tra i quali : 101 misteri di Torino (che non saranno mai risolti); Misteri, crimini e storie insolite di Torino; Il giro di Torino in 501 luoghi; Forse non tutti sanno che a Torino…, Alla scoperta dei segreti di Torino, per l’editore Newton Compton. Dal 2016 ha iniziato la collaborazione con il Gruppo Editoriale Uno con il volume Apparizioni mariane: il grande imbroglio.

2 Comments

  1. La "vendita" di oggetti e cose varie poi relative a Padre Pio è davvero scandalosa!... I santi di sicuro sono stati grandi, "veri amici di Dio", ma il profitto dell'uomo li trasforma da sempre in "merce" alla stregua di qualunque altra cosa. E la Chiesa Cattolica Romana Apostolica non pone ancora rimedio o almeno un freno a ciò!

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