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La leggendaria città di Rama, la Pompei della Valsusa

La misteriosa città di Rama

Recentemente ho fatto una nuova “scoperta”: due articoli di «Stampa Sera», del 1975, in cui si parla di Rama!

Sì, proprio la Rama della provincia di Torino, la misteriosa città-civiltà di maghi giganti di pelle scura che sarebbe sorta nella notte dei tempi in Val di Susa. Negli anni ho scoperto molte, molte cose interessanti, che racconterò per esteso in due Capitoli del libro di prossima uscita Geografia sacra e Tradizione segreta del Nord (Uno editori). La definisco “l’Atlantide della Valsusa”.

Negli articoli di «Stampa sera» si parla di quella che considero “la terza edificazione di Rama”, la più recente, vale a dire quella celto-romana. Viene definita “la Pompei della Valsusa”.

Oltre le indagini della storia

In anni di ricerche avevo già trovato, in zona Caprie, i resti di villaggio preistorico e mura ciclopiche che riconducevo a Rama. Nei campi, con un team di ricercatori col georadar, avevamo scoperto un “altare circolare” sotto tre metri. Vale a dire risalente ad almeno 3000 anni fa (un qualcosa di non censito dalla Storia).

E mi ha sempre incuriosito l’enorme quantità di cocci di ceramica che si trovavano accatastati (dai contadini, presumo) sui muretti al bordo dei prati, terrecotte che non esito a ricondurre all’epoca celto-romana.

Gli articoli del 1975

Ebbene: molte di queste cose furono scoperte e portate alla ribalta da due articoli su quotidiano nazionale del 1975.

I ricercatori dell’epoca avevano individuato lo stesso sito che oggi esploro io e avevano tratto indubitabilmente la seguente conclusione: sotto quei campi di Caprie c’è una città di epoca romana.

La chiamarono “Pompei della Val di Susa”, evidentemente alludendo al fatto che fu sommersa da qualche fenomeno naturale (alluvione?) o semplicemente perché, di fatto, è scomparsa da 2000 anni e potrebbe ora riemergere dalla terra (se solo si scavasse).

Analizziamo gli articoli.

Una Pompei in Val di Susa.

Il primo, quello di lunedì 7 aprile 1975, ha un titolo inequivocabile, su sei colonne: “Una Pompei in Val di Susa?”. Con sovratestatina: “Mancano i soldi per chiarire il mistero dell’antica Rama”. E sottotitolato:

“A 30 chilometri da Torino, presso Caprie, i contadini tramandano il ricordo di una città scomparsa – Dalla terra affiorano numerosi gli antichi reperti – Non si può scavare: non c’è denaro per espropriare la zona”.

 

«Molti archeologi, ormai, ne sono convinti: a 30 chilometri da Torino, in Val di Susa, sarebbe sepolta una “Pompei piemontese”. Si tratterebbe della leggendaria città di Rama, di cui è ancora vivissimo il ricordo tra i valligiani.

Non c’è contadino, nella zona, che non affermi di avere sentito i suoi vecchi parlare della città di marmo e di pietra, con porticati e colonne e fontane, che sarebbe sorta dove ora i sono i campi. E, in effetti, in quei campi la terra è mischiata a un’incredibile quantità di mattoni, di cocci d’argille, di frammenti di marmo».

Mito o realtà? La tradizione orale

La pagina su Rama di J.-B. B. d’Anville (1760).

Queste prime righe dell’articolo mettono il dito nella piaga di un problema che da anni, sempre più, mi addolora: oggi abbiamo perso i racconti dei nostri vecchi – quasi definitivamente, io temo.

L’antica Tradizione orale che per centinaia e migliaia di anni si è tramandata storie, racconti, leggende, è ai titoli di coda. Sta definitivamente scomparendo la testimonianza diretta e indiretta. Il Racconto. Il Mito. La Leggenda. Tutto questo sta lentamente, inesorabilmente, scomparendo.

I nostri vecchi di oggi stanno tornando all’Altromondo e con essi l’ultimo colpo di coda di una tradizione antichissima, viva fino a pochi decenni fa e oramai in dissolvenza.

Quando «Stampa Sera» pubblica l’articolo è il 1975.

All’epoca si poteva scorrazzare per i campi e, incontrando i contadini, se si riusciva a entrare in confidenza aggirandone le ritrosie montanare, si aveva accesso a un mondo vivo, antico, fatto di racconti, storie di masche (streghe), fatti insoliti, magia popolare, rimedi con le erbe, superstizioni.

Oppure storie di antiche città leggendarie sepolte sotto il terreno, come in questo caso.

Oggi tutto questo sta scomparendo.

«Noi stessi lo abbiamo constatato. Condotti sul posto da Mario Salomone, uno studioso da decenni di archeologia valsusina, ci è bastato smuovere un poco le zolle tra le vigne per vedere affiorare frammenti di vaso e mattoni impastati secondo l’uso romano».

 

Rama è proprietà privata della Chiesa

La cosa buffa, diciamo così, è che oggi in quel punto non si può più andare: la rete difensiva di una proprietà privata, una moderna e serissima staccionata alta due metri delimita e protegge la zona. La cosa buffa è questa: chi è proprietario ora di quel terreno?

Chi chiude ermeticamente ai comuni mortali l’accesso al sito archeologico forse più affascinante e misterioso del Piemonte, custode di chissà quali segreti pagani e della Tradizione antica? Mi si conceda l’ironia: la nostra amata Chiesa.

Curioso è poi il fatto che, di queste benedette suore, in quel giardino recintatissimo, nessuno ha mai visto l’ombra. Sembrano invisibili. Non si vedono mai in giro.

Sembra tutto molto segreto e riservatissimo.

Misteri della fede.

 

Altri racconti di Rama: l’antica strada

Ma torniamo a noi comuni mortali:

«Il contadino che ci accompagna a un metro di profondità ha scoperto una grande, antica strada selciata. Poco lontano, lo scavo per le fondamenta di tre orridi condomini si è rivelato una miniera di materiale archeologico. Costruendo una decina di anni fa le nuove scuole elementari sono affiorati resti di un acquedotto imponente. C’è chi dice che gli agricoltori del posto abbiano in casa, accuratamente celati, veri e propri musei.

Rama e la zona del tesoro

La “zona del tesoro”, se tesoro c’è, è la campagna tra Caprie e Novaretto, davanti alla Sacra di San Michele, nel punto più stretto della Valle di Susa.

Il nuovo libro di Andrea Cogerino, in uscita a Maggio per Uno editori.

Qui c’erano tra l’altro le “chiuse” dove nel 725 d.C. Franchi e Longobardi si affrontarono nella celebre battaglia che avrebbe distrutto gli ultimi resti della città di Rama.

Ma perché, proprio nella conca di Caprie sarebbe sorta una città tale da tramandare sino ad oggi il ricordo del suo splendore? Gli esperti fanno notare come la zona fosse la più favorevole a un grosso insediamento. Il punto è il più stretto della Valle, quindi difeso da baluardi naturali e ricco di punti di osservazione e di segnalazione».

Qui abitavano antiche popolazioni. Tante.

Per millenni molte persone vissero in quest’area del Nord Italia.

Ma a nessuno sembra interessare.

Popoli pagani e cultura del Nord celati dalla Chiesa?

Il motivo?

Per me è evidente: quelle persone erano “pagani”, erano “popoli del Nord”: in Italia, di dominante matrice culturale cattolica-greco-romana, a nessuno interessa veramente di loro. A nessuno.

Ma a me sì, guarda un po’!

E a moltissimi come me farebbe piacere saperne di più dei nostri avi, i nostri veri predecessori: i depositari di quella “Cultura del Nord” e Tradizione misteriosa di cui praticamente non sappiamo nulla.

 

Rama: per fare il punto

Nell’articolo son riassunte informazioni per me di estrema importanza:

  • Innanzitutto, la localizzazione di Rama: esattamente dove l’ho trovata io, senza saperlo, 40 anni dopo (dunque, ancora oggi si possono trovare le cose descritte nell’articolo).
  • Secondo: gli abitanti del luogo tramandavano leggende e racconti di una città antica sepolta sotto i campi. Questo è davvero importante e interessante. E anche io, oggi, conosco persone che mi hanno raccontato cose straordinarie ambientate lì. Ne parleremo.
  • Terzo, i dati archeologici: erano tutti concordi nel considerare di epoca romana i cocci di terracotta, tanto da chiamare il sito – secondo me, non a sproposito – la “Pompei della Valsusa” (in realtà, so di un’altra Pompei della Valsusa, ma in un altro luogo, e sempre connesso a Rama).
  • Infine, specialmente nel titolo, c’è un’informazione che secondo me la dice lunga sui “tempi moderni”: a proposito di archeologia, si parla sempre di fondi che mancano, di scavare, ecc.

A quest’ultimo proposito dico infine la mia: meno male (lo dico provocatoriamente). Meno male che non vengono profanati gli antichi luoghi, le antiche tombe.

Meno male che mancano i fondi. Questi luoghi possono così rimanere incontaminati. Mi riferisco specialmente ai luoghi “sacri”: non amano l’uomo moderno, materialista-ateo, intento solamente a scavare, scavare indiscriminatamente e distruggere.

Non amano il sito archeologico che diventa un sito turistico. Non amano le masse di persone inconsapevoli della Tradizione e della sacralità di Madre Terra.

Non vanno pazzi, in definitiva, per l’uomo moderno.

 

Yeats e il Piccolo popolo: una poesia per il lettore

Chiudo, a tale proposito, con la bellissima frase del “druido” irlandese W.B. Yeats, poeta premio Nobel nel 1923, in cui parla del Piccolo popolo, e della sua reticenza a farsi vedere dalla gran parte degli umani. Io credo che i luoghi e le loro creature vorrebbero esserci amici, alleati, amarci, ma spesso, purtroppo, proprio non ce la fanno.

«Benché gli spiriti siano tutti cento volte ben disposti verso gli uomini,
essi provano un’avversione per le persone piene di sé e testarde,
come i dogmatici, gli scienziati, gli ubriaconi e gli ingordi,
e per ogni genere di persona volgare e litigiosa;
amano invece gli uomini semplici,
che sono ingenui e infantili, innocenti e sinceri:
e meno vanità e ipocrisia c’è in un uomo,
più facile gli sarà avvicinarli;
ma in genere sono timidi come animali selvatici».

Cogerino Andrea

Autore: Andrea Cogerino

Andrea Cogerino, specialmente in seguito alla laurea in Filosofia del 2000 con una tesi sulla Sincronicità e il carteggio Jung-Pauli, segue il sentiero delle “coincidenze” e si rimette alla saggezza del “Tao”. Editor e scrittore freelance, dopo alcune esperienze di vita a Roma e Torino è tornato alle origini, nei monti e nei boschi della Val di Susa. Ricercatore spirituale a tutto tondo, da anni si occupa prevalentemente di sciamanesimo e druidismo.

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