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La satira IV di Giovenale: chi è il pesce rombo finito in padella?

La satira IV di Giovenale e il pesce rombo

Decimo Giunio Giovenale, meglio noto semplicemente come Giovenale, nacque ad Aquino tra il 50 e il 60 e morì a Roma verso il 128-130. Poeta e retore, è celebre per le Satire, che costituiscono la sua unica produzione letteraria giunta fino a noi. Complessivamente, si tratta di sedici componimenti, raggruppati in cinque libri.

Di particolare interesse, ai fini di quest’articolo, è la satira IV, nella quale l’autore descrive una seduta del Senato, convocata dall’imperatore Domiziano per deliberare – udite udite – circa il modo di cuocere un rombo pescato nell’Adriatico e portato allo stesso Domiziano; il pesce, infatti, è talmente grande che non si riesce a trovare un modo di cottura tradizionale e, al riguardo, viene proposto di fabbricare una grande padella che possa risolvere l’annoso problema.

Il fine dell’autore, secondo le interpretazioni più diffuse, era quello di passare in rassegna i personaggi che partecipano alla seduta, mettendone in rilievo l’ipocrisia, il servilismo, la codardia. Atteggiamenti legati anche al duro trattamento riservato loro: l’imperatore, infatti, condannò a morte un numero considerevole di illustri membri del senato e in generale della nobiltà romana.

Chi era il “pesce in padella” di Domiziano?

Secondo l’interpretazione di alcuni studiosi, in realtà la satira farebbe allusione a un episodio storico in particolare: la condanna a morte della vestalis maxima Cornelia. Per l’esattezza, la donna fu condannata dall’imperatore a essere sepolta viva. E la “profonda padella” destinata al pesce altro non sarebbe che la fossa scavata per lei.

La studiosa cattolica Ilaria Ramelli, tuttavia, la pensa diversamente. Nel suo libro I cristiani e l’impero romano (Marietti, 2011), ella ritiene la suddetta ipotesi poco credibile; la padella, infatti, non sarebbe assimilabile a una fossa e, soprattutto, mal si adatterebbe a Cornelia l’attributo di “straniero” (peregrina belua) riferito al pesce nella satira.

Fin qui, si potrebbe anche concordare con il ragionamento di Ramelli. Sennonché, la strada che la studiosa decide successivamente di imboccare appare quanto meno azzardata. Ilaria Ramelli, infatti, richiama la notizia fornita dall’apologeta cristiano Tertulliano (II-III secolo) nel suo De praescriptione haereticorum.

secondo questo autore l’apostolo Giovanni sarebbe stato martirizzato a Roma – come i “gemelli diversi” Pietro e Paolo – mediante immersione nell’olio bollente, supplizio al quale, naturalmente, sopravvisse senza un graffio, finendo esiliato sull’isola di Patmos (dove avrebbe scritto la sua psicotica Apocalisse).

Una conferma in tal senso giungerebbe dal santissimo Girolamo (primo traduttore della Bibbia in latino), il quale aggiunge il prezioso dettaglio secondo cui, in occasione del martirio, Giovanni sarebbe stato calato in una giara di terracotta.

Ebbene, Ilaria Ramelli vede una convergenza tra le modalità del supplizio del santo e quelle della cottura del pesce di Domiziano in una “enorme e profonda padella di terracotta”. La conclusione della studiosa è ovvia: nella satira, Giovenale intendeva riferirsi al martirio dell’apostolo Giovanni.

Qual è, al riguardo, il ragionamento che la porta a questo risultato? Semplice: il rombo è in qualche modo una vittima e, soprattutto, richiama il simbolismo cristiano del pesce. Com’è noto, infatti, in greco “pesce” si dice iktus, le cui lettere compongono un acrostico leggibile come “Iesous Xristos Teou Uios Soter”, vale a dire “Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore”.

Secondo Ramelli, dunque, non c’è dubbio. Poiché l’uso del simbolo del pesce invalse tra i cristiani nel II secolo, quando Giovenale era ancora vivo, nella satira l’autore romano faceva riferimento al pesce-apostolo, gettato nell’olio bollente come il rombo dell’imperatore.

Ulteriori elementi che la studiosa porta a sostegno della sua teoria sarebbero:

  • l’attributo di “straniero” riferito al pesce (che, quindi, verrebbe da lontano);
  • il fatto che esso non opponga resistenza alla cattura;
  • la convocazione del senato ad Alba e il fatto che secondo la tradizione il martirio di Giovanni ebbe luogo presso la Porta Latina, quella da cui si entrava a Roma provenendo proprio da Alba;
  • la designazione di Domiziano come “pontefice massimo”, dunque supremo custode della religione pagana, che ben si abbina alla condanna di un cristiano, esponente di una religione “illecita”

Indizi solidissimi, non c’è dubbio. Anche se, tuttavia, la tradizione cristiana è tutt’altro che unanime nel far morire Giovanni a Roma e, anzi, la maggioranza delle fonti lo indica come l’unico degli apostoli a essere deceduto per morte naturale.

Il punto, tuttavia, non è questo, anche perché dibattendo sulla morte di Giovanni ci si avventura su un terreno minato: la storicità dei vangeli e dei suoi protagonisti.

Perché il rombo di Giovenale non è l’apostolo-pesce Giovanni

Direi dunque che a togliere credibilità all’ipotesi di Ramelli è piuttosto il fatto che ben difficilmente Giovenale poteva essere a conoscenza dell’eventuale martirio del fantomatico apostolo.

Essendo deceduto non oltre il 130, infatti, è arduo pensare che egli potesse aver sentito nominare l’Ixtus, divenuto noto solo verso la fine del II secolo, quando l’autore romano era bell’e morto.

Inoltre, se gli unici due autori cristiani a parlare del martirio di Giovanni sono Tertulliano e Girolamo, è matematicamente impossibile che quella versione circolasse ai tempi di Giovenale, visto che Tertulliano visse a cavallo tra il II e il III secolo e Girolamo, addirittura, tra il IV e il V.

Né è plausibile che Giovenale possa avere appreso la “notizia” dal cristiano Egesippo – possibile fonte degli altri due, secondo la Ramelli – che scrisse una storia della chiesa (gli Hypomnemata) non prima del 150, quando Giovenale era morto. Per di più, l’opera di Egesippo è andata perduta e ne conosciamo solo alcuni frammenti grazie alle citazioni di Eusebio di Cesarea (III-IV secolo), il quale, dunque, sarebbe dovuto essere a conoscenza del martirio di Giovanni, eppure nella sua Storia Ecclesiastica non ne fa parola.

A togliere credibilità all’ipotesi di Ilaria Ramelli è… Ilaria Ramelli

In secondo luogo, e al di là delle precedenti considerazioni, a togliere credibilità all’ipotesi di Ilaria Ramelli è…Ilaria Ramelli.

Nel medesimo libro I cristiani e l’impero romano, infatti, l’autrice non propone solo la bizzarra ipotesi del pesce-apostolo, ma si lancia in una serie di affermazioni al limite del paradossale.

Ad esempio, ella dà per scontato che il “saggio re dei Giudei” della lettera di Mara Bar Serapion sia Gesù e data con certezza tale documento al I secolo (opinione per nulla unanime tra gli esperti).

Ancora, Ramelli prende per buono il Testimonium Flavianum (posizione parimenti ben lontana dal godere del consenso degli studiosi, anzi) e tende a considerare autentico lo scambio epistolare tra Seneca e San Paolo. E così via.

A quanto pare, dunque, questa faccenda del parallelo pesce-Giovanni non regge.

Potrebbe andare meglio tentando magari, chi lo sa, di sostenere che l’autore di Aggiungi un posto a tavola volesse alludere all’ultima cena.

di Giuseppe Verdi, docente nella formazione professionale, da oltre un decennio si dedica con passione ed entusiasmo allo studio del cristianesimo, con particolare attenzione alla figura di Gesù e all’età antica. Per Uno editori è autore di “Truffa del Popolo eletto

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Verdi Giuseppe

Autore: Giuseppe Verdi

Giuseppe Verdi Catanese, nato nel 1962, ha conseguito la maturità classica, dedicandosi poi all’informatica e alla grafica editoriale fino a divenire docente nella formazione professionale, ambito nel quale si è occupato di progettazione e politiche attive del lavoro fino al 2015, passando poi al settore della consulenza sempre in ambito progettuale. Non credente, da oltre un decennio si dedica con passione ed entusiasmo allo studio del cristianesimo, con particolare attenzione per la figura di Gesù e per l'età antica. Al riguardo, per potersi fare un'idea quanto più possibile obiettiva, si è documentato sia sui testi apologetici che sulle pietre miliari della critica anticristiana, giungendo infine alla conclusione che sia il “Cristo” che il movimento religioso a lui legato siano il frutto di una progressiva mitizzazione e deformazione di fatti e personaggi reali, ma di origine tutt'altro che divina. "Per Uno Editori ha già pubblicato La truffa del popolo eletto e La creazione di Gesù e del Nuovo Testamento, prime due parti della trilogia “La Commedia Divina”.

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