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Le miniere d’oro degli anunnaki: i minatori degli Dei dagli occhi blu

Le miniere d’oro degli anunnaki

Rovine di Grande Zimbabwe

“Nel lontano mare
A cento beru d’acqua …
Si trova la terra di Arali …
È là dove le pietre azzurre causano mali,
dove l’artigiano di Anu
porta l’ascia d’argento, che brilla come il giorno.”

Sono le parole di un testo sumero che riporta una conversazione tra Ereshkigal, compagna di Nergal, il dio regnante sull’Abzu e Marduk, primogenito di Enki. Ci confermano  la locazione delle mitiche miniere d’oro degli anunnaki: si tratta della costa sud est dell’Africa, nella zona dell’attuale Zimbabwe, dove tra l’altro troviamo anche le misteriose rovine di Gran Zimbabwe – sarà una coincidenza?

 

Le colossali rovine africane

A parte i resti di strutture ritrovati a Gran Zimbabwe, esistono poi molte rovine nel sud dell’Africa, talmente colossali ed estese da essere chiaramente visibili dal satellite in tutta la loro complessità e artificialità.

Si trovano negli attuali Zimbabwe, in Mozambico, a ovest di Maputo, in Botswana, Namibia, Zambia e Kenya, nell’Abzu sumerico.

Queste strutture sono note da oltre duecento anni e descritte nelle opere dimenticate degli esploratori che si sono a più riprese avventurati in quelle zone e che parlano apertamente di migliaia di antichissime miniere di oro e altri metalli, trovate in prossimità di queste strutture.

Secondo Michael Tellinger, un intraprendente ricercatore sudafricano, alcune vecchissime miniere di oro, coperte da oltre 30 metri di terreno, vennero scoperte nella provincia di Limpopo e rese note negli anni 30 negli scritti di due minatori, mentre recentemente le compagnie geologiche operanti in Mpumalanga hanno riportato evidenza di oltre settantamila miniere scoperte nella zona (riferimenti in Prima di Noi, UNO Editori).

La Anglo American Corporation, la più grande società mineraria del Sud Africa, nel 1970 pagò un gruppo di archeologi perché trovassero le antiche miniere di cui si vociferava. I risultati, pubblicati sulla rivista aziendale “Optima” da Adrian Boshier e Peter Beaumont, parlano di zone minerarie vastissime che, tramite il test del radiocarbonio effettuato dall’Università di Yale e anche di Groningen, in Olanda, sono state datate intorno a 35.000, 46.000 e 60.000 anni avanti Cristo.

In seguito, nel 1988, nuovi test hanno portato indietro l’orologio di alcune miniere nello Swaziland e nello Zululand fino a 80.000 e 115.000 anni.

Perché i nostri antenati cercavano l’oro?

Ora, la domanda molto banale da porsi è per quale diamine di motivo i nostri ancestrali antenati centomila anni fa si dannassero l’anima a scavare gallerie alla ricerca di oro, quando avrebbero dovuto dedicare la loro brevissima esistenza a cacciare e a procurarsi quel poco di cui vivere una vita di stenti, dentro fredde e umide caverne e alla mercé di mille e più predatori?

L’unica risposta logica ad una simile domanda è che i presupposti sono errati e cioè che la società antidiluviana non fosse preistorica e primitiva come ce la dipingono gli accademici.

La questione diventa ancora più interessante o sarebbe meglio dire scottante, quando si cerca di capire chi fossero queste migliaia di primitivi che per qualche strano motivo scavavano come dei forsennati un metallo perfettamente inutile alla loro sopravvivenza, circa 100.000 anni fa.

La popolazione indù dei Makomati

Nel libro “Indù Africa” del 1981, il dottor Cyril Hromnik illustra come la popolazione indù dei Makomati abbia lasciato evidenti tracce della propria presenza e delle loro attività di estrazione dell’oro nel sud del continente africano, fin da almeno duemila anni fa e probabilmente oltre.

Indù che scavano miniere d’oro in Africa?
Cosa ci faceva una tribù del continente indiano nel sud dell’Africa a scavare dell’oro, per giunta fino a un paio di millenni or sono?
Come ci erano arrivati e soprattutto, cosa li spingeva a passare la vita estraendo il prezioso minerale, così lontano da casa?
E di questa incredibile “corsa all’oro” Africana, è forse rimasta qualche traccia nei miti e nelle storie antichissime tramandate oralmente dalle popolazioni locali?

La risposta è, ancora una volta, assolutamente sì. Gli Zulu, interrogati sull’origine delle antichissime miniere di oro di Monotapa, nel sud dello Zimbabwe, rispondono così:

“…vennero scavate e lavorate da schiavi in carne ed ossa artificialmente creati dal Primo Popolo… Questi schiavi andarono in guerra con gli uomini scimmia quando la grande stella della guerra apparve nel cielo”

(“Indaba My Children”, Credo Vusamazulu Mutwa 1999)

Mi astengo per il momento dal commentare questa leggenda e in particolare il riferimento agli schiavi in carne ed ossa (ne esistevano anche alcuni non fatti di carne ed ossa? Meccanici?) e al tempo stesso artificialmente creati (certo che questa fantasia di creazioni in laboratorio dell’essere umano in passato era proprio diffusa a livello planetario… senz’altro una coincidenza per questi primitivi emuli di Isac Asimov).

Rimane poi da capire chi fossero i “creatori” ovvero il Primo Popolo, ma questo lo lascio decidere a voi lettori, per me è fin troppo ovvio.

E nel resto del mondo?

La domanda ora potrebbe essere se esistano altre evidenze di popoli dediti alle attività minerarie nella preistoria dell’umanità, cosa che finirebbe inevitabilmente per essere una contro prova di quest’assurda verità che abbiamo scoperto.

Secondo le leggende di Votan esisteva in Centro America un popolo dedito allo scavo delle montagne per la ricerca di minerali: esso è noto ai nostri giorni col nome di Olmechi. Di essi ci è rimasto poco dopo la furia devastatrice dell’industria petrolifera messicana nella zona di La Venta, ma quanto conservato è abbastanza per far balzare dalla sedia chi vuol vedere la verità…

La fotografia di una delle tante enormi teste olmeche ritrovate a La Venta ritrae uomini con tratti inequivocabilmente africani… guarda un po’ la coincidenza.

Viene naturale a questo punto ipotizzare per assurdo che, come gli Indù d’Africa, anche gli Olmechi erano africani “deportati” nel continente americano per scavare il sottosuolo. Perfino nei miti del popolo Nahuatl, che ereditò la cultura olmeca, esiste una divinità molto sui generis: è il dio barbuto Tepeyollotl, che è spesso raffigurato simbolicamente con una montagna forata e il cui nome significa “Cuore della Montagna”.

 

Le miniere nel nuovo continente

Manca ancora una prova a conferma di questa teoria: le miniere nel nuovo continente.

La mia mente molto fantasiosa non può in questo momento non pensare alle inspiegabili testimonianze di avanzatissime abilità metallurgiche, tutt’oggi difficilmente eguagliabili, trovate a Tiahuanaco. Ma non finisce qui: c’è molto di più su cui riflettere, a cominciare ancora una volta dalla madre di tutte le scienze che ci permettono di ricostruire il nostro passato: la “linguistica”.

In lingua Incas, il termine che indica i metalli è “ANta”; in lingua sumera, il suffisso AN indica i metalli, come per esempio AN.NA, stagno e AN.BAR, ferro. Un’altra coincidenza? O piuttosto l’ennesima prova di un evidente legame transoceanico?

Nel nord del continente americano poi, nella Upper Peninsula, stato del Michigan, Isola Royale, sono state ritrovate evidenti tracce d’intense attività minerarie volte all’estrazioni di quantitativi inusitati di minerale di rame, stimati in oltre cinquecentomila tonnellate. Le attività risalgono almeno al tremila a.C., ma è evidente che si sono protratte per migliaia di anni.

Coloro che estrassero quel minerale, non solo sono sconosciuti, ma è anche inimmaginabile come fecero a compiere un tale sforzo, se è vero che sistima che i tunnel scavati abbiano richiesto l’equivalente del lavoro di diecimila uomini per la durata di mille anni e anche delle raffinate conoscenze:

“Le scoperte di Isle Royale gettano una nuova luce sul carattere dei ‘Mound Builders’, … Il rame, frutto delle loro miniere, per essere disponibile, deve, con ogni probabilità, essere stato trasportato in navi, grandi o piccole, attraverso un mare insidioso e tempestoso, i cui pericoli sono grandi anche per noi, essendo temuti anche dalle nostre imbarcazioni più grandi, che spesso vanno distrutte…

Le attività minerarie di alcuni antichi popoli si svolgevano su scala gigantesca, non solo lungo le sponde del lago, ma anche sulle sue isole. A Isola Royale sono state trovate vaste opere che arrivavano fino a sessanta metri di profondità; grande intelligenza è stata dimostrata nel seguire le vene più ricche anche quando interrotte; gli scavi sono stati prosciugati da scarichi sotterranei. Su tre tratti di terra di quest’isola la quantità di miniere ha superato quella estratta in vent’anni in una delle nostre miniere più grandi, con una forza numerosa costantemente impiegata. In un luogo gli scavi si estendevano in una linea quasi continua per due miglia.”

(Henry Gillman, “Smithsonian Rep.,” 1873, pp. 387)

Dov’è finito il rame?

Tra l’altro, non vi è evidenza alcuna di come venne adoperato quell’enorme quantitativo di minerale, ovvero semplicemente non si sa che fine abbia fatto.

Opere così vaste devono essere state ispirate dalle necessità commerciali di qualche grande civiltà ed ecco un’altra incredibile coincidenza, che nuovamente ben s’incastra in uno scenario che vede il continente americano in contatto col vecchio mondo europeo ben prima dell’arrivo del famoso ammiraglio genovese: proprio nel periodo in cui vengono estratte quantità incredibili di rame in Nord America, nell’Europa si sviluppa l’età del bronzo, che come noto è proprio una lega a base di rame e stagno.

Il problema è che, secondo il parere degli accademici, la quantità di rame impiegata in quel periodo in Europa non è giustificabile semplicemente con l’attività estrattiva nelle miniere locali; un modo come un’altro per dire che quel minerale fu importato da qualche altro luogo remoto.

Per esempio, gli utensili in bronzo di Hallstadt, in Austria, erano chiaramente di origine straniera, perché non contengono né piombo né argento. Anche la provenienza dello stagno usato in Europa è fonte di perplessità e non ci sono tracce antiche che indichino che le miniere di stagno della Cornovaglia siano state lavorate nella remota antichità. (cfr. “Tempi preistorici”, p. 74).

Le analisi di Sitchin

Una brillante analisi, portata a conoscenza da Sitchin, evidenzia come durante la prima fase dell’età del bronzo europeo le percentuali di stagno vennero gradualmente ridotte a causa dell’estrema scarsità di questo minerale.

Le difficoltà di approvvigionamento sono confermate dai testi giunti fino a noi, che confermano come gli oggetti in bronzo venissero nuovamente fusi insieme a del rame, diluendo la lega fino a concentrazioni di stagno minime del 2%. Questa fase critica, che caratterizzò la prima parte dell’età del bronzo, venne inspiegabilmente risolta verso il 2300 a.C., periodo nel quale le percentuali di stagno presenti nella lega tornarono immediatamente a salire, offrendo alle popolazioni di quei tempi grandi quantitativi di bronzo di elevata qualità.

Beh, non direi che c’è bisogno di ulteriori commenti: gli accademici classici ammettono che parecchie migliaia di anni prima di Cristo, cioè quando la civiltà era ancora un miraggio lontano, i popoli europei importarono, chissà come e da chissà dove, migliaia di tonnellate di rame per alimentare la nascente età del bronzo. 

Allo stesso tempo nel nord del continente americano qualcuno estrasse – chissà chi e chissà come – enormi quantitativi dello stesso minerale che poi svanirono nel nulla. Tra l’altro faccio nuovamente notare che neanche lo stagno europeo si sa da dove provenisse, ma per i miei lettori sono sicuro non sarà una sorpresa farsi un giretto dalle parti di Tiahuanaco e incluso “aeroporto” di Puma Punku per risolvere anche questo “mistero”.

 

Chi erano i “proprietari” delle miniere?

civiltà antidiluvianaMa chi erano questi misteriosi minatori del passato e soprattutto chi erano i “proprietari” delle miniere, con la loro avanzata civiltà di cui non c’è traccia tra i libri di storia?

Un indizio logico ce lo fornisce una considerazione che fu fatta a fine 1800 riguardo le miniere di Isola Royale:

“Non si trovano resti dei morti e non si trovano tumuli vicino a queste miniere: sembrerebbe quindi che i minatori venissero da lontano e portassero con sé i loro morti”

Un’unica civiltà antidiluviana?

Si potrebbe cercare con fantasia di collegare altri indizi alla ricerca di questi misteriosi minatori del passato che venivano da lontano.

Secondo il maggiore James W. Lynd (siamo a fine 1800), le leggende degli indiani dell’Iowa, che erano un ramo dei Dakotas, o indiani Sioux, e parenti dei Mandans, sostenevano che “tutte le tribù di indiani erano un’unica tribù, e tutte abitavano insieme su un’isola, o almeno attraverso una grande acqua verso est o verso l’alba”.

In un precedente articolo ho menzionato il nome con cui gli Aztechi identificavano l’isola a est, nell’Atlantico, origine delle razze centro americane e delle loro avanzate conoscenze e civiltà e andata sommersa dalle acque in un’immane catastrofe: Aztlan(tide).

Tra gli Indiani Mandan, il cui sterminio si è completato nel 1971, erano presenti interessanti leggende e cerimonie, tra le quali quella sul diluvio e un rituale che sembra riferirsi palesemente alla distruzione del loro luogo natale e alla conseguente fuga dalle acque.

L’interpretazione che venne data a fine 1800 di alcuni passaggi di questo rituale è alquanto interessante:

“Le buche scavate per trovare i tassi erano un ricordo selvaggio delle operazioni minerarie; e quando arrivò il grande disastro, e l’isola sprofondò nel mare in mezzo a convulsioni vulcaniche, senza dubbio gli uomini dissero che era dovuto alle profonde miniere, che avevano aperto la strada ai fuochi centrali.”

Le tribù dei nativi americani bianchi

Donna della Tribù Mandan (1832). George Catlin visse per diversi mesi tra gli indiani Mandan: racconta che erano nettamente diversi da tutte le altre tribù native americane, non ultimo per il fatto che un quinto o un sesto di loro erano “quasi bianchi” con gli occhi azzurri.

I Mandan si riferivano a un uomo bianco come “l’ultimo e unico uomo”, occorre notare, che molti di questi Indiani Mandan erano uomini bianchi, con occhi nocciola, grigi e blu e tutte le sfumature di colore dei capelli dal nero al bianco puro. Essi abitavano nelle case in muratura, quasi per distinguersi dagli altri membri della tribù e fabbricavano pentole di terracotta in cui facevano bollire l’acqua – un’arte sconosciuta agli indiani comuni, che facevano bollire l’acqua mettendoci dentro pietre riscaldate.

Aztlan, indiani dalla pelle bianca, biondi, con occhi azzurri, eccoli che spuntano di nuovo i mitocondri di Atlantide . Qui qualcosa davvero non torna, eppure le conferme e le evidenze in proposito sono molteplici.

“I Toltechi erano giusti, robusti e barbuti. Ho visto spesso indiani di sangue puro con occhi azzurri.  … Quetzalcoatl era rappresentato come grande, con una grande testa e una barba pesante”. (Desire Charnay, North American Review, gennaio 1881, pp. 48)

“Molti degli indiani di Zuni (New Mexico) sono bianchi. Hanno una pelle chiara, occhi azzurri, capelli castani o ramati, e sono abbastanza belli. Sostengono di essere zuni di sangue puro, e non hanno alcuna tradizione di matrimoni con razze straniere. La circostanza non crea alcuna sorpresa tra questo popolo, perché da tempo immemorabile esiste una classe di persone simile tra la tribù”. (pp. 107, vol. iii. of “U. S. Explorations for a Railroad Route to the Pacific Ocean)

“I Menominees, a volte chiamati gli ‘Indiani bianchi’, precedentemente occupati la regione che confina con il lago Michigan, intorno a Green Bay.” (John T. Short, “North Americans of Antiquity,” pp. 189)

“Tra le razze nere delle regioni tropicali troviamo, in genere, alcune tribù di colore chiaro sparpagliate. Queste a volte hanno i capelli chiari e gli occhi azzurri. È il caso dei tuareg del Sahara, degli afgani dell’India e degli aborigeni delle rive dell’Oronoco e dell’Amazzonia.” (Winchell’s “Preadamites,” pp. 185.)

 

Prima di noi

In Prima di Noi ho menzionato le maschere delle mummie sudamericane con gli occhi dipinti di blu così come chiari spesso erano gli occhi delle caste dominanti in Egitto.

Nel 400 a.C., un semisconosciuto romanziere greco, dotato di grande fantasia, un certo Platone, scrisse di gruppo di isole nel mezzo dell’Atlantico, in cui fiorì una grande civiltà marinara, Atlantide, molto avanzata, esperta nella metallurgia, con enormi flotte commerciali e numerose colonie a est, fino all’interno del Mediterraneo e a ovest, nel grande continente opposto, che circonda il “vero mare”… tutte “colonie” dove puntualmente e anche geneticamente, escono sempre fuori i tratti somatici con pelle bianca, occhi blu, capelli chiari.

Certo che per essersi inventato tutto, questo signor Platone ne ha azzeccate di coincidenze!

A questo punto chiunque abbia il coraggio di uscire da schemi mentali classici e sia capace di applicare la logica del buon senso è in grado di trovare senza difficoltà una risposta congruente che unisca tutte queste evidenze.

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Caranzano Massimiliano

Autore: Massimiliano Caranzano

Massimiliano Caranzano, nato a Loano nel 1968, laureato in Ingegneria Elettronica, esperto di Information Technologies, Intelligenza Artificiale e speaker in eventi di livello mondiale. Autore di libri sulle tematiche energetiche e la salvaguardia ambientale, coltiva da oltre quarant’anni un interesse particolare per la ricerca delle vere origini dell’umanità.

3 Comments

  1. Avatar
    Post semplicemente .... illuminante Viva la multidisciplinarieta’ La si legge sempre con la certezza di scoprire cose nuove

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