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Mauro Biglino: Yahweh e gli Theoi, gli elohim “che osservano”

Il significato della Bibbia

A causa dell’esilio babilonese vi fu una progressiva e poi decisiva reinterpretazione delle promesse divine inserendo nel testo biblico categorie spirituali.

Con la traduzione del testo in lingua greca, molti termini caratteristici e soprattutto fondamentali, che lasciavano ben intendere la concretezza della lingua d’origine e del contesto semitico in cui la Torah fu redatta, vennero totalmente stravolti a favore di un pubblico greco.

Termini come kabod e ruach, tradotti con doxa e pneuma, cambiarono radicalmente nella loro stessa etimologia d’origine strizzando l’occhio alle dottrine filosofiche. Se difatti i due termini in un corrispettivo semitico avevano il significato di “pesante” e “vento”, nel corrispettivo greco, calato fortissimamente in un contesto filosofico, vennero tradotti con “gloria/splendore” e “spirito”, aprendo così le porte a innumerevoli speculazioni da parte dei dotti e dei sapienti giudei ellenisti che avevano fondato la loro formazione fra tradizione mosaica ed ellenista.

Così facendo, astraggono la parola singola dal suo uso, la pietrificano in un significato che poi introducono invariabilmente nella traduzione, assolutamente noncuranti del contesto in cui è inserita.

In questo modo ruach significa sempre “spirito” anche quando il contesto biblico indica ben altro; stessa cosa succede per kavod/ kabod che per le traduzioni dottrinali significa sempre “gloria” anche quando il contesto ci fornisce indicazioni chiarissime sulla sua reale natura di oggetto concreto e materiale che produce effetti precisi; per non parlare poi di voci come Elohim che non significa dio, o di termini come bara e olam la cui traduzione rispettiva con “creare” ed “eternità” risulta essere una vera e propria invenzione teologica in quanto il verbo bara non significa mai creare, meno che mai creare dal nulla, e il termine olam indica semplicemente “un che di non conosciuto”, avendo per lo più una valenza spaziale e non temporale* .

Septuaginta: la versione della “Bibbia” in lingua greca

una pagina del Codex Vaticanus

Se i traduttori-esegeti-teologi smettessero di «astrarre le parole singole dal loro uso», evitassero di “pietrificare” certi significati finalizzati ad avvalorare le loro tesi e mostrassero maggiore rispetto per il contesto in cui certi termini sono inseriti, la Bibbia tornerebbe ad acquisire il suo valore sostanziale che è quello di essere un testo in cui sono state fissate delle memorie di fatti concreti.

Ma il cambio di paradigma non si ebbe solo con semplici parole. In quell’aspra e feroce battaglia culturale per ottenere la propria validità dottrinale, fu doveroso per gli autori della Septuaginta, e i relativi esegeti ebreo-ellenisti, dover ricorrere a un’altra trasformazione, molto più pesante e soprattutto definitiva.

Se nella Torah di stampo semitico si poteva vantare, secondo tradizione, la partecipazione attiva, diretta e anche violenta di Yahweh in tutte le fasi della storia del popolo d’Israele fino alla disfatta dei due regni, con la Septuaginta anche l’intervento divino venne stravolto a favore di un pubblico che aveva sì un pantheon di divinità attive e concrete, ma che rivolgeva anche il proprio studio su quel “principio primo” che tutto aveva iniziato: quel àgnostos theòs (dio inconoscibile) di filosofica memoria.

Non è quindi un caso che in occasione di un lungo incontro pubblico tenutosi a Milano nel marzo del 2016 tra il coautore Mauro Biglino e alti rappresentanti delle religioni Cattolica, Protestante, Ortodossa e Giudaica, il rabbino capo della Comunità ebraica di Torino ebbe a definire la Septuaginta… «una disgrazia per l’umanità».

Una maggiore comprensione può venirci in aiuto la dottrina platonica, che al meglio riassume quello che poteva essere il pensiero di molti pensatori del tempo: da una parte esisteva un mondo intellegibile in cui operava colui che gli ellenisti definivano come Θεός (“il dio”, senza alcuna definizione specifica); dall’altra vi era il mondo sensibile, il nostro, corrotto dalla materia e in cui il dio inconoscibile non poteva certo palesarsi direttamente per non rischiare di corrompere la sua stessa natura.

 

Theos: gli dei, coloro che osservano

A proposito del possibile vero e originario significato del termine Θεός (theos) ricordiamo che la parallela radice greca rimanda al concetto di “osservare”, attività propria di controllori, esercitata da guardiani, quegli stessi guardiani di cui ci parlano tanti racconti dell’antichità del Medio Oriente.

Anche il termine theoria, nell’antica lingua greca, aveva tra gli altri il significato di gruppo di osservatori: e cosa erano i governanti dei popoli antichi, i famosi “dèi”, se non dei guardiani che avevano il compito di condurre i popoli loro assegnati come ci dicono sia la Bibbia, quando ci parla delle assegnazioni (specie quella del popolo di Israele assegnato all’Elohim di nome Yahweh) sia Platone quando ci narra della spartizione dei popoli tra gli dèi avvenuta tramite sorteggio?

Ancora una volta la letteralità del testo ci viene in soccorso e ci aiuta a comprendere ciò che la successiva elaborazione filosoficoteologica ha (talvolta volutamente e talvolta inconsapevolmente) celato sotto il velo dell’allegoria e della metafora.

Yahweh: unico Dio o… un semplice elohim?

Se per gli esegeti ebrei di stampo ellenista fu necessario presentare Yahweh come quel principio inconoscibile, fu allora necessario apportare modifiche sostanziali al testo.

I traduttori prima e gli esegeti dopo cercarono, con ogni mezzo a loro disposizione, di eliminare ogni antropomorfismo legato alla figura di Yahweh, inserendo categorie filosofico-razionali.

Il primo passo venne compiuto nel libro dell’Esodo, dove fu reso palese l’intento dei traduttori con l’incontro fra Mosè e Yahweh, e con il primo che chiese al secondo chi egli fosse.

Il dio ebraico non fece tardare la sua risposta: “ehyeh ʾašer ʾehyeh”, tradotto con “Io sono colui che sono”.

Tale traduzione dall’ebraico è del tutto convenzionale per una serie innumerevole di ragioni, a partire dall’arbitraria vocalizzazione dello stesso testo. Ma se per l’originale ebraico rimane ancora il mistero su quello che poteva essere effettivamente il significato di quella frase, per la traduzione della Septuaginta non abbiamo alcun dubbio, in quanto il testo greco presenta: «Egò eimi ho on» (“Io sono colui che è”), che offre un senso del tutto nuovo.

Yahweh, nel testo dei Settanta, viene presentato non come uno dei tanti elohim/theoi all’interno di un pantheon, ma come quel Principio (archè) di tutte le cose.

 Dal punto di vista ontologico e metafisico, Yahweh incarnando l’Essere divenne la causa prima delle cose molteplici nel mondo che, in quanto esistenti, partecipavano alla categoria stessa dell’Essere. Non era importante definire la sua natura in quanto per gli ebrei ellenisti la cosa certa era ciò che il testo esplicitava in maniera chiara: quel dio inconoscibile aveva scelto uno e un solo popolo per offrir loro una legge antica quanto l’origine del mondo. In questo modo la validità della dottrina ebraica aveva una base solida su cui iniziare una forte speculazione filosofica.

Lo strano caso di Mosè e Yahweh

In merito alla presunta “unicità di dio” e all’affermazione di Yahweh che la confermerebbe (Es 3,14: “ehyeh ʾašer ʾehyeh”) dobbiamo appuntare un elemento di primaria importanza, che concerne proprio le varie modalità con cui quella espressione è stata diversamente tradotta nel tempo: “io sono colui che sono”, “io sono quel che sarò”, “io sarò quello che sarò”, “io sarò ciò che ero”… L’incertezza regna quindi sovrana e le traduzioni paiono spesso rispecchiare il retropensiero del traduttore più che la letteralità di quanto scritto e soprattutto paiono non tenere conto dei contesti, sia generale che specifico, in cui quella espressione è stata pronunciata.

Non dimentichiamo infatti che si tratta della risposta che Yahweh avrebbe dato a Mosè, un particolare che risulta essere di fondamentale importanza per la comprensione del tutto. Il contesto generale è quello semitico e nell’antico pensiero giudaico non c’era posto per la metafisica, neppure quindi per i concetti che ne costituiscono la struttura portante secondo la modalità di pensiero tipicamente greca e, di conseguenza, secondo la modalità occidentale che ne è figlia diretta.

Dunque sarebbe innanzitutto strano che un sovrano (il presunto “dio” Yahweh) si esprimesse formulando concetti assolutamente estranei alla mentalità del suo interlocutore.
Impensabile che utilizzasse forme concettuali che in effetti sono state introdotte solo molti secoli dopo, per effetto del condizionamento operato dalla cultura ellenistica che si è imposta anche in Palestina.

Ma il contesto specifico è ancora più efficace nel consentirci la comprensione di quanto stava avvenendo nel corso di quel colloquio che avveniva nel territorio del Sinai.

Abbiamo di fronte un capo assoluto, un comandante la cui autorità è indiscussa e indiscutibile (secondo la teologia sarebbe addirittura il dio unico, creatore dell’intero universo, onnipotente) e il suo rappresentante in campo, un generale che deve assumerne le funzioni e fare da portaordini nei confronti del popolo che quel sovrano assoluto si è visto assegnare come sua “eredità” da quello che secondo la Bibbia risulta essere il signore dell’impero, Elyon (Dt 32, 8 e segg.).

Noi ci domandiamo:

• Come poteva permettersi Mosè di porre una domanda simile?
• Come poteva anche solo pensare di chiedere chi fosse o quale fosse il nome del “dio” che prometteva di liberare quel popolo dalla schiavitù egizia e di portarlo alla conquista militare di quella terra che era stata promessa ai padri?

A nessuno verrebbe in mente di porre una simile questione a “dio” se solo lo ritenesse veramente tale: questa curiosità può nascere legittimamente solo in presenza di un vero dubbio oggettivamente legittimato dalla necessità di sapere con chi si ha a che fare in modo specifico tra una pletora di possibili diversi interlocutori, i vari Elohim che operavano e si contrastavano l’un l’altro in quell’angolo di mondo.

Mosè, nella concretezza della incerta situazione che stava vivendo, aveva bisogno di certezze per poter parlare a ragion veduta col popolo a cui doveva riportare promesse tanto allettanti quanto difficili da realizzare, come la Bibbia documenta in tutta la successione degli eventi narrati ma come documentano la stessa storia recente e contemporanea.

Una promessa il cui mantenimento ha richiesto, e richiede, violenza continua, azioni militari senza fine, lotte e uccisioni, stermini, genocidi di intere popolazioni operate dagli israeliti biblici, da secoli e secoli… Una promessa di Dio?

La possiamo veramente ritenere tale? Mosè aveva sicuramente ottimi motivi per porre quella domanda.

Per contro, Yahweh, il suo interlocutore, il cui carattere violento e intollerante è testimoniato dall’intero Antico Testamento, non intendeva certo porsi sullo stesso piano di quel comandante in campo che si permetteva di porre domande simili.

Mosè doveva solo accettare, fidarsi e ubbidire: non vogliono forse questo i dittatori di tutti i tempi? Ubbidienza e sottomissione: niente domande, ma esecuzione di ordini.

Quale migliore risposta allora che quella in cui si esprime questo atteggiamento? Immaginiamo quindi che Yahweh gli abbia detto “Io sono quello che sono” intendendo con questo sottolineare: non preoccuparti della mia identità, non manifestare curiosità che non ti competono, non fare domande che non ti sono consentite.

Fatti gli affari tuoi, ascolta, ubbidisci ed esegui!

Questo pare essere il significato di quella risposta che immaginiamo essere stata anche indispettita.

Ecco anche noi pensiamo che il suo nome poco importasse, ma non perché lui fosse l’Essere per Se Stesso, cosa chiaramente “non riconosciuta” da Mosè, ma molto più semplicemente perché lui non voleva rivelare la sua vera identità e forse intendeva farsi passare per qualcun altro: come spiegare infatti la necessità, ampiamente documentata dalla Bibbia, di fornire costantemente il suo “curriculum vitae”, di presentare le sue credenziali quasi ogni volta che “si faceva vedere” (“appariva” come riportano le tendenziose traduzioni teologiche) dicendo che lui era «il Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe… il Dio del padri…»?.

• Ma se era/è il Dio universale, quali dubbi ci potevano/possono essere?

• Qualcuno (Mosè) poteva forse confonderlo con un altro chiaramente non esistente?

• Come era anche solo pensabile un tale equivoco se lui era l’unico?

Mosè sapeva bene che non lo era e per questo voleva sapere con chi aveva a che fare tra i tanti Elohim possibili; il patriarca fondatore del popolo di Israele non era ancora condizionato dall’interpretazione filosoficamente ellenizzante di cui stiamo qui parlando, aveva necessità di chiarezza e di certezza. Mosè non pensava al Dio unico ma a identificare l’Elohim per il quale si stava preparando a prestare la sua opera.

*per approfondire rimandiamo a Antico e nuovo testamento libri senza Dio, La caduta degli dèi, Le porte degli Elohim

 

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testo tratto da “Dei e semidei” di Mauro Biglino e Francesco Esposito. L’estratto è stato riadattato e i rimandi bibliografici sono stati rimossi. Per ogni specifica rimandiamo al libro.
Esposito Francesco

Autore: Francesco Esposito

Esposito Francesco, Lamezia Terme (cz) classe 1986, si laurea in Scienze Filosofiche con una tesi magistrale sul De Cultu Feminarum di Tertulliano e la figura femminile nel cristianesimo patristico e nella società romana. Studioso di cristianesimo primitivo e pre-conciliare, dal 2013 cura una rubrica di approfondimento sui testi biblici assieme all’autore Mauro Biglino intitolata “Racconti dall’Antico Testamento”.

Biglino Mauro

Autore: Mauro Biglino

Mauro Biglino, studioso di storia delle religioni, è stato traduttore di ebraico antico per conto delle Edizioni San Paolo. Mauro Biglino è curatore di prodotti multimediali di carattere storico, culturale e didattico per importanti case editrici italiane, collaboratore di riviste, studioso di storia delle religioni, traduttore di ebraico antico per conto delle Edizioni San Paolo. Da circa 30 anni si occupa dei cosiddetti testi sacri nella convinzione che solo la conoscenza e l'analisi diretta di ciò che hanno scritto gli antichi redattori possano aiutare a comprendere veramente il pensiero religioso formulato dall'umanità nella sua storia.

2 Comments

  1. Di sicuro è anche che il dio di Israele è "un dio che vede". Ma io penso che bisognerebbe anche domandarsi: Da dove viene il concetto-idea di un principio unico e trascendente, creatore di tutte le cose e dello stesso Universo? Dai greci sì, ma i greci da dove hanno tratto questo concetto? Esiste dunque davvero un "Principio sconosciuto e inconoscibile" che ha creato il Tutto dal nulla?

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