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Mindfucking: tra controllo mentale e i nemici dell’umanità

Nemici dell’umanità

Le multinazionali sono il nemico più spaventoso che la specie umana abbia mai affrontato.

Pestilenze, catastrofi ambientali, guerre, possono uccidere gli uomini, ma non possono cancellare lo spirito dell’essere umano.

Derive ideologiche basate sul terrore e sulla violenza, possono decimare intere popolazioni, e lo hanno fatto. Talvolta travestite da religioni, altrove da pensiero politico.

Nel nome e sotto le bandiere di qualche regno, di un qualche bene superiore, del bene di tutti, del popolo, della libertà.

Nel nome di queste e altre visioni sono stati, nel corso della storia, commessi crimini e disastri di ogni genere, non ultimi terribili disastri ambientali.

Eppure, proprio la presenza di una bandiera, di una visione, ha circoscritto nel tempo e nello spazio tali rovine. Proprio ciò che fu motore di queste derive infatti ne ha limitato la portata, esaurendo nel tempo la propria spinta.

Multinazionali: padroni senza bandiera

Ogni incubo ideologico o religioso ha inevitabilmente perduto nel tempo il proprio fascino, la propria sostanza, e si è così dissolto il potere che esercitava sugli uomini che ne incarnavano la struttura e ne portavano avanti le opere.

Che si parli di feroci dittature, apparati repressivi, Stati militari, monarchie dispotiche o movimenti ideologici basati sull’odio, la dissoluzione inizia sempre all’interno: dagli esecutori marginali ai più ristretti circoli del potere, ogni idea esaurisce la sua spinta, ogni utopia di facciata perde il suo fascino per logoramento, svelando giorno dopo giorno, anno dopo anno, le mostruosità che sta inducendo a gli uomini a compiere.

Siffatto logorio è sempre stato il vero, profondo, motivo del crollo.

Questo non può avvenire per le multinazionali, perché esse non hanno alcuna bandiera, non possiedono alcuna anima.

(Foto di: La Repubblica)

Gli uomini che le servono non sono nemmeno consapevoli di collaborare a una mostruosità e quei pochi che se ne rendono conto vengono automaticamente e con estrema efficienza emarginati e sostituiti da altri candidati.

Nessun cuore da spezzare.

Mostri della globalizzazione

In questo sistema non esiste alcun centro, alcun nucleo che possa cedere, perdere coesione. Vi è solo un insieme di ingranaggi interconnessi tra loro, che si riproducono senza sosta.

Come enormi tumori maligni, le multinazionali crescono costantemente all’interno di qualsiasi tipo di società, infilando le loro propaggini in ogni luogo e in ogni aspetto della vita umana su questo pianeta.

E di volta in volta assegnano a individui e gruppi di individui, grandi e piccoli, il ruolo di produttori e consumatori, vittime e carnefici.

Investono miliardi per scoprire come meglio soddisfare un bisogno e altrettanti miliardi per scoprire come farne sorgere uno nuovo.

Sostengono con investimenti enormi politiche di fertilità per aumentare il tasso riproduttivo di una popolazione e nel contempo inquinano irrimediabilmente intere aree del pianeta condannando a morte intere altre popolazioni, e fanno tutto ciò senza una visione, senza una ideologia, senza uno scopo: unicamente per continuare a crescere, per riprodursi, per metastatizzarsi ovunque.

Schiavi del sistema

L’aspetto più terribile e più mirabile di questa minaccia è che, a differenza di qualsiasi dittatura del passato, non fonda il suo potere né il suo metodo sulla minaccia e sulla violenza, bensì sulla soddisfazione.

Il cittadino del sistema delle corporation non vive sotto minaccia di reclusione, vive sotto minaccia di sfratto.

Non teme di venire messo in prigione e bastonato da sadici torturatori di polizie segrete, teme di perdere il posto di lavoro, teme di perdere il posto al cinema, teme di perdere il posto in fila per comperare un nuovo telefono o tipo di televisore.

La tirannia del mercato non ti costringe a niente in modo diretto, si limita a lanciare costantemente nuovi standard di efficienza, piacere e soddisfazione, e lascia all’individuo l’affanno di corrervi dietro disperatamente, costantemente, consumando ogni sua energia fino a cadere al suolo esausto.

 

Ma dove corri?

Questa corsa costante è uno dei punti essenziali del sistema. In esso, l’essere umano sta sempre correndo.

Non c’è mai tempo né occasione di fermarsi a riflettere e porsi domande. Diventa antisociale.

Tutti devono invece sempre correre.

Correre a lavorare, correre a consumare, correre a leggere le ultime notizie e a commentarle, correre a praticare l’ultimo sport alla moda e correre a fare beneficenza per paesi che nemmeno sai in che continente stiano, per bambini affamati che nemmeno sai se esistono davvero.

Ogni bisogno deve ricevere soddisfazione, dal tanga fosforescente al bisogno di affetto fraterno, dall’aggressività giovanile alla sublimazione del complesso edipico, e tutto, ma proprio tutto ciò viene studiato, messo dentro tabelle di produzione e consumo e dunque fornito di prodotti prefabbricati, pensieri prefabbricati, emozioni prefabbricate con cui gestire dalla culla alla tomba la tua esistenza.

Devo dirvelo io che questa corsa costante e senza riposo serve solo a non farvi più pensare a dove state correndo?

Devo dirvelo io verso cosa state sempre e tutti, inevitabilmente, correndo?

Consumatore = prodotto

Persino le forme più estreme di odio riconoscono la propria vittima.

Persino il razzismo, persino il nazismo, nello spasmodico e ossessivo tentativo di demolire una qualche categoria di essere umano, caricano di identità il proprio bersaglio, e così facendo lo eleggono, lo nobilitano.

Il marketing invece smantella l’individuo, lo suddivide in comportamenti di consumo, svuota il corpo dello stesso spirito umano che vi abita.

Riduce l’esistenza a un insieme di processi: bisogni da soddisfare, stimoli da esasperare, paure da anestetizzare.

Il consumatore cessa di esistere come essere umano, perde ogni traccia residua della propria identità e viene ridotto a una mera funzione del sistema.

Nel mondo dominato dalle corporation, l’uomo è un ingranaggio che esiste solo per collaborare al sistema stesso producendo, consumando e ammalandosi.

Il sistema di consumo riduce l’essere umano, tutte le sue speranze, tutte le sue volontà e tutte le sue sofferenze a niente altro che una statistica.

Nel raccontare il futuro, Orwell si è sbagliato e Huxley ha visto giusto.

Il mostro che sta distruggendo la nostra specie non è una dittatura politica: è un mercato senza scopo, senza volto e senza nome.

Se il male assoluto esiste, questo è il male assoluto.

 

Giusto o sbagliato?

Ho molte volte affermato che, tra le parole che considero più odioso sentir pronunciare nel corso di un dialogo, certamente ai primi posti figurano “giusto” e “sbagliato”.

Il motivo è assai semplice: definire qualcosa giusto (o definirlo sbagliato) assume il tono di un giudizio assoluto, eterno e immutabile.

Secondo me nessuno possiede la titolarità di decidere tali definizioni in ultima istanza.

Indubbiamente è importante confrontarsi al riguardo ed è necessario trovare accordi su cui basare la convivenza civile, ma ritengo essenziale che rimanga sempre ben chiaro che di accordi si tratta, non di giudizi immutabili e definitivi.

Nondimeno, molti esseri umani ritengono invece che esistano un “giusto” e uno “sbagliato” da considerare insindacabili.

È più che comprensibile l’origine esistenziale di questa necessità, ne ho discusso ampiamente in altre sedi e non intendo farlo anche qui.

d ogni buon conto, molte e diverse sono le strade percorse da chi cerca di giungere ad un “giusto” e uno “sbagliato” definitivi.

Proverò di seguito ad esaminare le più comuni e diffuse, e spiegare nel modo più semplice possibile perché, a mio giudizio, siano tutte dei vicoli ciechi.

 

Nel nome della Legge

Molti pensano che a dirci cosa sia giusto e cosa sbagliato debbano essere le leggi dello Stato.

L’idea sarebbe che lo Stato, disponendo di mezzi e conoscenze assai più ampie del singolo cittadino, sa certamente compiere scelte migliori per il “bene comune”.

La “Legge per la protezione dei caratteri ereditari” promulgata il 14 luglio del 1933 in Germania rendeva obbligatoria la sterilizzazione di tutti i cittadini portatori di malattie ereditarie, affetti da alcolismo, criminali abituali, omosessuali, malati mentali e asociali.

(Foto di: Wikipedia)

Naturalmente, “asociali” erano tutti coloro che non apprezzavano le scelte del governo.

Non molto tempo dopo, diveniva legale denunciare, deportare, torturare a morte e trasformare in saponette le persone di origine ebraica in appositi campi di sterminio.

Era invece illegale cercare di nascondere o aiutare fuggitivi, fossero anche bambini, che tentavano di scampare a quella fine. E i “cittadini responsabili” si affrettavano a denunciare questi fuggitivi alle autorità, perché facessero rispettare le vigenti leggi – per il bene comune, ovviamente.

Tra il 1975 e il 1979, nello Stato a noi oggi noto come Cambogia, allora rinominato Kampuchea Democratica, sotto la dittatura comunista di Pol Pot vennero uccise milioni di persone.

La gran parte morì per la brutalità delle forme di deportazione, ma all’incirca 20.000 persone finirono nel centro di S-21, dove, in pieno rispetto delle vigenti leggi, uomini e donne, anziani, adulti, bambini e persino neonati furono torturati a morte con metodi che fa paura anche solo descrivere.

Di quei 20mila poveracci, sopravvissero in sette.

Anche questi orrori furono perpetrati secondo la legge, e anche qui la delazione, la denuncia di fuggitivi e “nemici dello Stato” era un obbligo morale per tutti i “cittadini responsabili”.

Questi sono soltanto due esempi particolarmente eclatanti, ma la storia è praticamente sommersa da dimostrazioni di leggi che a qualsiasi individuo sano di mente fanno necessariamente venire il vomito.

Il problema con le leggi è che quando cambia il gruppo di persone che le decide, cambia anche la definizione di giusto e sbagliato che le ispira.

Quel che non cambia, invece, è la stupidità di chi le rispetta comunque, convinto che se son ostate promulgate, allora sono, necessariamente, giuste.

 

È sempre stato così

Se le leggi dello Stato non rispondono adeguatamente alla necessità di definire la giustizia, forse allora possono riuscirvi meglio i costumi.

Tradizioni e consuetudini, la memoria storica di ciò che si è fatto da sempre, insomma.

Ebbene, nel corso dei circa trecentomila anni di storia della specie umana, la schiavitù è stata quasi costantemente la norma.

Fin dalle origini della stanzialità territoriale, le tribù umane portavano a casa gruppi di prigionieri, reduci da battaglie o raid predatori presso altre tribù, per usarle come schiavi.

Questo costume accompagna la quasi totalità delle società umane, dalle tribù dei nativi americani alla Civiltà della Grecia Classica, dall’impero Egizio a quello Ottomano, passando per ogni luogo e ogni epoca di cui si abbia nozione.

I casi di civiltà umane che non permettessero la schiavitù nel coro della storia del genere umano sono geograficamente e temporalmente infinitesimali, anche includendo nel conteggio gli ultimi due- trecento anni, in cui la schiavitù è stata combattuta, dichiarata un crimine e smantellata nelle aree che consideriamo maggiormente “civilizzate” del pianeta.

Forse allora, nemmeno la tradizione è un metro affidabile per decidere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato.

 

Dèi antichi e dèi moderni

Se dunque né le leggi degli uomini né le tradizioni, le consuetudini, che sono anch’esse frutto dei comportamenti umani, sono in grado di dirci cosa sia giusto e cosa sbagliato, forse allora appare ragionevole cercare la definizione di giusto e sbagliato fuori di noi.

Magari, dunque, sono le religioni o qualche tipo di divinità a poterci dire cosa sia giusto o sbagliato?

Se ascoltiamo le antiche religioni pagane norrene, benché sia spesso difficile distinguere tra storia e riscrittura della storia, è giusto prendere come schiavi i popoli che si sconfiggono, avendo su di essi costante diritto di vita e di morte. Ed è giusto mostrare valore combattendo, nel senso di accoppare gente.

È invece sbagliato e fonte di vergogna mostrare misericordia verso i nemici o peggio che mai paura.

Evitare una rissa è un segno di debolezza, non di civiltà, e il valore di un clan si misura sul numero di omicidi che si aggiudica.

(Foto di: ytali.com)

Se ascoltiamo Brahmā, spirito creatore di Dio secondo l’Induismo, gli uomini sono divisi in caste: alcuni generati dalla testa di un uomo primigenio, custodi di scienza e sapere, altri dalle spalle, devono fare la guerra o governare, altri dalla coscia, devono commerciare o coltivare, altri ancora dai piedi.

Se per sfiga capitate nell’ultima casta, vi tocca vivere come servi tutta la vita.

Ma non è il peggio che possa capitarvi: ci sono poi infatti i “fuori casta”, che secondo le leggi divine devono essere isolati dalla comunità in quanto impuri.

Devono vivere fuori del villaggio, non possono usare le strade o e fontane… insomma, vi siete fatti l’idea.

 

Parola di Dio

Anche il nostro Dio cattolico talvolta non si è espresso in modo troppo misericordioso.

(Foto di: ereticamente.net)

La bolla papale Ad extirpanda, pubblicata da papa Innocenzo IV nel 1252, autorizzava l’uso della tortura nella lotta contro le eresie.

Senza perderci troppo nei dettagli truculenti, basti ricordare qui che la tortura è stata ampiamente utilizzata dai tribunali ecclesiastici – specialmente dall’Inquisizione, fino al 1800.

Dunque, se ascoltiamo il Dio cristiano e viviamo, ad esempio, nel 1500, è giusto bruciare le donne che posseggono gatti neri, perché fanno certamente mercimonio col diavolo in persona.

Ma anche se viviamo in America negli anni ’40, ’50 o ’60, ed ascoltiamo la parola del Dio cristiano nelle chiesette rurali lungo il Mississippi, sentiremo dire che è giusto disprezzare chi ha la pelle nera perché sono “figli di Caino”.

Potrei proseguire a lungo, ma credo che il punto sia chiaro:

Il problema nel cercare la definizione di giusto e sbagliato nelle parole di una qualche divinità consiste nel fatto che è complicato parlarci, con le divinità.

Tocca sempre fidarci di qualche interprete.

E chi fa da interprete sembra di volta in volta tradurre messaggi assai differenti, spesso incompatibili tra loro e assai mutevoli nel tempo.

 

Un conforto in natura?

Tolte leggi e consuetudini umane, tolte anche le molteplici voci variamente accreditate a divinità di genere mutevole, perché non provare a cercare il giusto e lo sbagliato osservando semplicemente la natura, il mondo intorno a noi?

Indubbiamente troveremo esempi molto affascinanti, magari osservando i molti esempi di affetto e di amore tra creature differenti. Ad esempio non è caso troppo raro l’adozione di cuccioli rimasti orfani, persino di altre specie.

E tutte le specie mostrano comportamenti affettuosi e amorevoli, in particolare verso i propri cuccioli, e molto spesso anche verso altri individui adulti.

Da questo potremmo apprendere che sia giusto accudire amorevolmente ai propri cuccioli e sbagliato non farlo.

E più in generale che sia cosa giusta mostrarsi affettuosi verso altri esseri viventi.

Non è però raro nella natura nemmeno lo stupro, anzi in effetti è uno dei metodi più comuni tramite cui si verifica l’accoppiamento per moltissime specie animali.

Il consenso al rapporto sessuale è statisticamente una vera rarità, nelle dinamiche di accoppiamento.

Forse che si debba dunque considerare giusto violentare una femmina umana quando l’istinto riproduttivo lo indica?

 

Prede e predatori sono ottimi collaboratori

(Foto di: cartoonsidrew.com)

Molte sono le ambivalenze con cui tocca fare i conti cercando di trarre insegnamenti etici nell’osservazione della natura.

Prendiamo un interessante esempio di fruttuosa collaborazione simbiotica, quello dell’uccellino che pulisce i denti del coccodrillo. Ma lo stesso coccodrillo che non si sgranocchia l’uccellino che gli fa igiene dentale, si sbrana invece ancora vivi e urlanti i cuccioli delle zebre che tentano di abbeverarsi al fiume.

Sono precisamente brandelli di carne e pezzetti di ossa di quei cuccioli che l’allegro uccellino coscienziosamente rimuove dai denti del coccodrillo.

E questa ferocia non è certo una eccezione, nello schema della natura.

L’intero ecosistema terrestre si regge su un continuo ciclo di sangue in cui animali predatori cacciano, catturano, sventrano, sbranano altri animali. E mentre nelle specie predatorie i carnefici più attivi sono specificamente gli esemplari più sani, forti e potenti, nelle specie cui la natura ha assegnato il ruolo di vittima, i bersagli più frequenti sono specificamente gli esemplari più deboli, i più vulnerabili: anziani, infanti, cuccioli, malati, denutriti, feriti.

Parliamo della stessa natura che ininterrottamente offre agli abitanti del nostro pianeta epidemie, tempeste, terremoti, maremoti, eruzioni vulcaniche e periodiche monumentali estinzioni di massa, in cui miliardi di specie viventi di ogni tipo immaginabile vengono spazzate via.

Non so voi, io fatico un poco, osservando la natura, a trovare dei concetti di “giusto” e di “sbagliato” adeguatamente stabili e al tempo stesso soddisfacenti.

Ho la netta impressione che la complessità umana non debba e non possa ridursi a copiare un semplice, seppur assai efficace, meccanismo di costante e spietata selezione naturale.

 

Cosa dice la scienza

Forse allora possiamo cercare nella scienza le definizioni di giusto e di sbagliato? In apparenza sembra funzionare. Dopotutto due più due fa quattro e questo è indubbiamente giusto, mentre dire che fa cinque è indubbiamente sbagliato.

Purtroppo però, l’approccio scientifico è soltanto in grado di misurare, non di valutare, i fenomeni.

(Foto di: latestatamagazine.it)

E le sue definizioni di “giusto” e di “sbagliato” possono riguardare solamente i calcoli di tali misurazioni, non il loro significato.

Le scienze possono dirti che quella bomba produce esattamente settanta megatoni di potenza esplosiva, non se sia giusto o sbagliato costruirla, metterla su un aeroplano e sganciarla su città piene di giapponesi per porre fine a una guerra mondiale.

 

L’ultima spiaggia: gli esperti

C’è chi ha chiesto al proprio parroco se fosse giusto o sbagliato votare quel partito o quel candidato, chi ha chiesto al proprio Capo plotone – più raramente, magari con parole in musica, ad un generale – se fosse giusto o sbagliato fucilare quel prigioniero, chi ha chiesto al proprio medico se fosse giusto o sbagliato tentare quella rischiosa e pesante operazione chirurgica sul padre novantenne.

Purtroppo, la spiacevole realtà è che non esistono esperti di etica cui chiedere consiglio.

Così come non esistono manuali di istruzioni o regolamenti che possano rispondere a questa domanda, qualsiasi sia la loro provenienza o fonte.

Liberati dal controllo

 

L’unica persona completamente titolata a definire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, sei tu.

Proprio tu che stai leggendo, chiunque tu sia.

Non dipende da cosa hai studiato, quali esperienze hai vissuto, che cosa tu sappia fare bene e cosa male. Tua è comunque la decisione, tua è comunque la responsabilità.

Tutto il resto: leggi, consuetudini, religioni, scienze, discipline, filosofie, saggi, sapienti ed esperti, sono soltanto degli alibi, delle scuse per toglierti di dosso parte di questo peso.

Eppure, proprio queste decisioni definiscono chi tu sia. Proprio il loro peso è ciò che ti rende un essere umano.

Non sprecarlo.

 

Un articolo di Stefano Re

 

Autore: Stefano Re

Classe 1970, laureato in Scienze Politiche, acquisisce una professionalità in Criminologia Applicata in anni di studio e lavoro sul campo, occupandosi di omicidi sessuali e seriali, analisi della scena del crimine, previsione del comportamento, criminogenesi, analisi criminologica dinamica dei centri urbani, gestione della crisi e modalità di intervento preventive e repressive. Autore di saggi sulla metacomunicazione, esperto di linguaggio simbolico ed esecutivo, scrive e insegna tutto ciò che c’è da sapere sul Mindfucking, anche perché, vi piaccia o meno, lo ha inventato lui.

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