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Oltre l’apparire: un viaggio alchemico alla ricerca del nostro vero essere.

Le maschere che indossiamo

Datemi una maschera, vi prego, una maschera ancora.
“Al di là del Bene e del Male”, Friedrich Nietzsche

Veniamo al mondo nudi e indifesi e poi pian piano ci rivestiamo di strati, per proteggerci, proprio come una cipolla.

La Famiglia, la Scuola, le Amicizie, la Società nella quale siamo nati e siamo cresciuti, ci abituano a manifestarci attraverso determinati schemi e dinamiche comportamentali che, in maniera totalmente inconsapevole, tendiamo ad irrigidire nel tempo, sino a credere di essere ciò che appariamo agli occhi nostri e degli altri.

Il “bravo” e il “ribelle”

Diventiamo Persone oneste e rispettabili indossando tante Maschere quanti sono i ruoli che rivestiamo nella nostra vita: ed ecco allora apparire in scena il “bravo figliolo”, “la studentessa modello”, “il buon padre di famiglia”, “la buona madre”, “l’indefesso lavoratore”, oppure di contrasto ecco qua “il disgraziato”, “il buon a nulla”, “il cattivo esempio”.

Il mondo ci ha insegnato sin da piccoli a discriminare e giudicare, dividendo il giusto dallo sbagliato, cosicché noi abbiamo cercato di adeguarci soddisfacendo al meglio le sue richieste come tanti “bravi bambini”, oppure rifiutandole radicalmente come “indomiti ribelli”.

Sebbene in apparenza “il bravo” e “il ribelle” paiono due modalità nettamente contrapposte di rapportarsi, in realtà, se ci riflettiamo un attimo, essi sono entrambi modi reattivi di agire.

Sia il “bravo ragazzo” che il “ribelle” non fanno altro che re-agire, o per assimilazione o per contrapposizione, rispetto ad un certo sistema in cui si trovano gettati involontariamente sin dalla nascita.

È possibile togliere la maschera?

Ora, la questione essenziale è:

“È possibile – e se sì in che modo e a quale prezzo – liberarsi dalla reattività automatica e rassicurante della Maschera per accedere alla nostra essenza vitale, posto che quest’ultima esista?”.

Iniziamo distinguendo anzitutto 4 piani sui quali ci possiamo muovere, ed effettivamente ci muoviamo, per attribuire un senso al nostro stare al mondo e per rivendicare il diritto a ciò che chiamiamo “Identità”, ossia al fatto di essere riconosciuti come individui degni di valore.

Partiamo dal livello più vacuo e superficiale (lo strato della cipolla più esterno e insapore) e arriviamo al livello più profondo e radicale (lo strato della cipolla più interno e gustoso).

1. Apparire

Il primo, nettamente vincente oggi, nell’odierna società dello spettacolo virtuale 2.0, è quello legato all’Apparire, per cui il mio valore ontologico passa attraverso la mia visibilità social, attraverso un certo numero di like e di follower.

Facile comprendere l’inconsistenza e il velleitarismo di questo modo di concepire il proprio senso identitario, il quale non può che sfociare in insoddisfazione e inquietudine perenni, accompagnati spesso da stati d’ansia e d’angoscia sempre più incontrollabili e violenti.

2. Avere

Il secondo livello, emblematico di una società capitalistica che può ancora contare su una certa abbondanza materiale, ha a che fare con l’Avere e con l’ostentare un certo numero di beni materiali.

Qui, il più delle volte, l’illusoria pretesa di fondare la propria identità sui propri averi, provoca un curioso ribaltamento dei fattori in campo, finendo per ridurre colui che possiede le cose ad essere posseduto interamente da esse, completamente schiavo dei suoi stessi “status symbols” così tanto adorati.

3. Fare

Il terzo livello, spesso sottovalutato come fattore determinante lo strutturare il nostro senso identitario, è invece a mio parere tuttora estremamente diffuso e piuttosto pernicioso, nonostante non viviamo più nella fase proto-capitalistica caratterizzata dall’etica del sacrificio e dalla violenta rigidità delle doverizzazioni.

Esso è quello che potremmo identificare con il “piano del fare” e che recita: “Io valgo perché faccio, sono degno di valore nella misura in cui mi so rendere utile nei confronti degli altri”.

Come per i precedenti livelli, anche in questo caso il giudizio esterno, secondo determinati canoni sociali più o meno impliciti e inconsapevoli che assimiliamo come automi reattivi, riveste un peso determinante nei riguardi della valutazione che abbiamo di noi stessi. Sono gli altri con i quali quotidianamente ci relazioniamo, virtualmente o in carne ed ossa, che decidono la “bontà” del nostro apparire, avere, fare. Ovviamente lo possono decidere, fintanto che noi glielo permettiamo.

Nessun “giudizio esterno” potrà mai scalfirci se non trova terreno fertile a contatto con un pre-esistente e radicato “giudizio interno”.

Prima dunque di passare al quarto livello, dove possiamo sentirci effettivamente inscalfibili, andiamo a sintetizzare le tre implicazioni mentali aventi a che fare con i tre piani analizzati qui sopra:

1) “Più appaio, più valgo”
2) “Più ho, più valgo”
3) “Più faccio, più valgo”.

Si noti en passant che dal terzo al primo si assiste ad una progressiva smaterializzazione e inazione, che “casualmente” va di pari passo con il progressivo e pervasivo espandersi della tecnologia.

Quest’ultimo punto rappresenta un ulteriore fattore per il quale ritengo che ormai siamo giunti, socialmente e culturalmente parlando, ad un grado di fragilità dell’Io identitario inedito nella storia dell’umanità.

4. Essere

Ecco perché, oggi più che mai, è fondamentale ri-comprendere l’ultimo e più profondo piano, il quale ha a che fare con l’Essere, con la nostra autentica essenza vitale, a prescindere dal nostro Fare, dal nostro Avere e dal nostro Apparire, al di là del brusio intorno al nostro nome che tanto ci esalta e che allo stesso tempo tanto ci può dannare.

Ebbene, per tentare di giungere idealmente a questo livello, dobbiamo levarci di dosso tutti quegli strati con cui ci siamo ricoperti, strato dopo strato, rispogliarci di tutte quelle maschere che abbiamo indossato nel tempo e che ci hanno portato ad identificarci in innumerevoli ruoli fittizi, ripulirci di tutti quei detriti, scorie e orpelli che non ci appartengono, come fa nel mito greco Glauco, antica divinità del mare.

In questo modo potremo ritornare bambini, potenzialmente tutto e niente, ma con la nuova, rinnovata e potente consapevolezza di essere, per citare Pirandello, “Uno, nessuno e centomila”.

“Sono nel mondo, ma non sono del mondo”

Questo significa che, se non ci si vuole isolare sul cucuzzolo di una montagna tra le fiere cibandosi di bacche e di arbusti, se vogliamo cioè rimanere tra i cosiddetti “animali sociali” nostri simili, allora dovremo sì, comunque, indossare varie maschere ad hoc che ci permetteranno di adempiere a certe funzioni e a ricoprire certi ruoli, ma allo stesso tempo sapremo disfarcene ogni qual volta lo riteniamo opportuno, ben consapevoli di stare indossando una determinata maschera che ci impone di fare, avere o apparire in un determinato modo.

Questo non potrà scalfire quel nucleo esistenziale profondo che da sempre ci appartiene e che ci permette di distaccarci con serenità e leggerezza dagli affanni del mondo con le sue continue pretese e aspettative.

Recita il saggio nel suo celebre adagio: “Sono nel mondo, ma non sono del mondo”.  Ciò significa che in ogni momento posso trascendere la contingenza della gabbia sociale e ritrovare il contatto con ciò che sono da sempre, quel “centro di gravità permanente” di cui cantava Battiato, quel permanere nel mutare che affonda le sue radici nell’apertura incondizionata e fiduciosa nei confronti del fluire della vita.

Per arrivare a far questo è necessario però avere il coraggio di scivolare nell’oblio di “Nessuno”, come ci insegna Ulisse nelle sue interminabili peripezie per mare e per terra. Dobbiamo rischiare di dimenticare tutto ciò che sappiamo, per ricordare la nostra natura essenziale.

Dobbiamo necessariamente perderci alle nostre abitudini, per ritrovarci nella nostra autenticità. Solo in questo modo potremo nuovamente e pienamente riscoprire quel “Qualcuno” che siamo, o forse sarebbe meglio dire che possiamo essere, così come possiamo non essere, grazie alla libertà acquisita di dis-identificazione. E in questo spazio tra essere e non-essere giocare al meglio la nostra partita su questo pianeta chiamato Terra.

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Falconi Loris

Autore: Loris Falconi

Loris Falconi nasce a Rimini nel 1981. Laureato in Filosofia - indirizzo psicologico - si specializza come Counselor Filosofico. A partire dal 2008 inizia a dare vita ad una serie di eventi culturali, in collaborazione con enti pubblici e privati, tra cui “AltreMenti Festival”, “Caffè Filosofici”, “Miti sotto le Stelle”, “Escursioni Filosofiche”. Nel 2013 consegue il diploma di Ipnologo/Ipnotista, iniziando così ad esercitare la libera professione in vari studi associati. Nel 2017 fonda a Rimini l’Associazione Culturale “Dispaccio Filosofico” di cui è presidente. Dal 2018 è socio e docente di “Pragma. Società Professionisti Pratiche Filosofiche” di Milano. Scrive sul Blog “Revoluzione” di Uno Editori. Tiene corsi, seminari, presentazioni e conferenze in giro per l’Italia su Ipnosi Evolutiva, Immaginazione Attiva e Miti Greci in chiave esistenziale. Il suo sito è: www.lorisfalconi.com

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