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Perché vivere senza lavorare? | n° 2. Primi passi verso la semplicità volontaria

| Piano ma lontano |

Se vivessimo “piano” come una lumaca o una tartaruga – piano ma lontano – avremmo bisogno di meno per vivere, vivremmo più intensamente e autenticamente, e alla fine staremmo meglio.

Invece noi aumentiamo la produttività, siamo più stressati e di conseguenza soffriamo di più.

Basta viaggiare in qualche paese non ancora del tutto devastato dall’economia di mercato ultraliberista  – e dalle ricette genocide del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, dell’USAID, ecc. – per capire che quei popoli che hanno meno sono anche più sereni.

In altre parole quello che chiamiamo ben-essere (essere bene, cioè stare bene) è in realtà solamente un tanto-avere (che invece ci fa stare male). Nel mondo occidentale, sviluppato, progredito, ricco, stiamo male, e le statistiche di stress, depressione, suicidi, malattie, psicosi e fobie varie, sono lì a dimostrarlo. Questa è la realtà e non volerla accettare non risolve il problema.

 

| Cambiare vita |

I problemi si risolvono solo riconoscendoli come tali e prendendosi la responsabilità di risolverli.

Come ho anticipato nello scorso articolo, ad un certo punto mi parve chiaro che occorresse ribaltare (almeno per quanto mi era possibile, cioè nella mia vita) l’idea fondante dell’economia, quella della crescita economica: non “più” crescita bensì “meno”, perché produrre meno significa anche sfruttare meno, devastare meno, inquinare meno, vivere più lentamente e autenticamente, insomma stare meglio.

Occorre essere profondamente convinti di questo, non a parole ma nella concretezza del quotidiano, nei pensieri e soprattutto nelle azioni di tutti i giorni.

Se abbiamo capito che l’economia non è lì per farci stare bene ma male (basterà pensare che la pubblicità si basa sul far sentire male le persone per poi convincerle che staranno bene se compreranno la tal macchina, il tal telefono, addirittura le tali mutande firmate, anche le caramelle) allora, coerentemente, dobbiamo imporci di vivere con meno, di andare più lentamente, di fare a meno di qualcosa di cui crediamo averne bisogno (ma non è vero), di produrre di meno (perlomeno in un contesto economico finalizzato alla crescita. Se produciamo più nell’orto va benissimo).

 

| I bisogni indotti |

Epperò nella psiche collettiva è stata introiettata l’idea che più sia meglio. Che si deve essere più produttivi.

Il meccanismo della crescita economica è particolarmente subdolo, perché l’economia e il commercio non si basano sul soddisfacimento di beni reali bensì sull’appagamento (momentaneo) di bisogni indotti.

Basta guardarsi attorno per capire che potremmo fare a meno di quasi tutto ciò che compriamo e se lo facessimo staremmo meglio. Ma i bisogni indotti sono un’invenzione e quindi infiniti. Se ne può sempre inventare di nuovi.

Questo per dire che se non capiamo davvero questo punto passeremo la vita a credere che ci mancherà sempre qualcosa per essere felici, così come sempre crederemo di aver bisogno di più denaro di quello che abbiamo per poter cambiare vita, così come crederemo che nella nostra vita non abbiamo abbastanza successo e così via.

È la ricetta perfetta per stress e malessere. Difatti in questo mondo sono tutti stressati e stanno male. Ma tu ed io vogliamo stare bene.

| Ben-essere o Ben-avere? |

L’economia si basa sul malessere delle persone, sulle insicurezze, sulle paure, e non sul benessere.

Il desiderio di avere di più copre insicurezze profonde che vengono dalla paura del giudizio altrui. Occorre vestire alla moda, andare nei locali alla moda, avere l’auto nuova. Se cedi a questi specchietti per le allodole starai meglio per un attimo e poi subito dopo riprenderai a stare male.

Anzi peggio, perché comprare è una droga e come ogni droga crea assuefazione. Non ne puoi fare a meno e alla fine stai peggio anziché meglio.

Tra l’altro, per fare e avere di più, ci adoperiamo a fare cose che naturalmente detestiamo.

Intanto nessuno di noi vorrebbe essere costretto a lavorare, men che meno senza potersi scegliere il lavoro e perlopiù essendo costretto ad accettare lavori orrendi e privi di senso (praticamente tutti i lavori moderni).

In seconda battuta, lo capiamo bene, nessuno di noi è contento, dentro di sé (nella duplice veste di produttore prima e di consumatore poi), di distruggere la natura ed inquinare o di schiavizzare altri esseri umani costretti a produrre merci che noi acquistiamo senza averne alcun bisogno. In realtà solo perché stiamo male. E’ esattamente per questo che occorre rallentare, vivere con meno, decrescere.

Qui entra in ballo il vivere senza lavorare che, prima di tutto il resto, è una filosofia di vita molto concreta.

| Cosa significa vivere senza lavorare? |

Vivere senza lavorare significa fare ciò che è necessario fare per vivere cercando di ridurre gradatamente la nostra dipendenza dal sistema economico per riappropriarci della nostra vita e dedicarla il più possibile a ciò che ci fa stare bene davvero (dedicarci ai nostri hobbie, alla famiglia, agli amici, alle camminate, ecc.).

Tutto questo perlopiù non necessita di denaro ma di tempo.

| I primi passi | 

L’inizio di questo percorso, per me e la mia famiglia, è coinciso con la riduzione progressiva dei (falsi) bisogni e, conseguentemente, delle spese relative.

Il primo passo è stato domandarci se avevamo bisogno del tal oggetto che fino al giorno prima avevamo acquistato senza neppure pensarci. Quindi, nei fatti, abbiamo iniziato a spendere meno.

In capo a 4-5 mesi spendevamo la metà, altri 4-5 mesi e l’esborso economico si era abbassato di un ulteriore 20% (all’epoca tenevo un diario dettagliatissimo delle uscite).

In breve siamo passati da spendere 100 a spendere 30.

Non ci siamo mai privati di nulla, non abbiamo mai fatto sacrifici, non abbiamo mai avuto la percezione che ci mancasse qualcosa.

Semplicemente abbiamo iniziato ad eliminare spese del tutto superflue (quasi tutto ciò che si compra è superfluo) che ci incatenavano.

Tutto ciò che abbiamo fatto lo abbiamo fatto per stare meglio e non peggio.

Fare a meno è una liberazione e non una privazione. Si fa a meno di qualcosa e si ha più di qualcos’altro (il tempo per vivere soprattutto).

Ma ciò che conta davvero è non filosofeggiare astrattamente di vivere senza lavorare, bensì compiere azioni concrete che producono risultati che a loro volta portano cambiamenti e conseguenze positive nella nostra vita. Ad un certo punto siamo arrivati a vivere con così poco che abbiamo capito che era sufficiente lavorare altrettanto poco.

Quindi in generale tutto ciò che facciamo per vivere è sempre molto temporaneo, moltissimo part-time, moltissimo inventato sul momento, e soprattutto è sempre qualcosa che non ci impegna troppo, che facciamo con piacere e non perché costretti.

Tutte le scelte che facciamo come famiglia (da lunghi viaggi all’estero della durata di molti mesi a periodi di scambio lavoro in posti bellissimi, dalla non frequenza scolastica delle nostre figlie all’autoproduzione a tanto altro ancora) vanno esattamente in questa direzione.

Facciamo cose per vivere ma non viviamo per lavorare.

 

| Semplicità volontaria |

La filosofia che è alla base di tutto questo si chiama semplicità volontaria: autoprodurre per quanto possibile, scambiare e barattare per quanto possibile, vivere con meno (o anche fare senza, che è meglio ancora), ridurre la dipendenza dal denaro. Alla base c’è la profonda convinzione che tutto questo meno sia in realtà un grande più. Soprattutto più vita vera e degna di essere vissuta.

La filosofia del sistema che invece ci ruba la vita è la seguente: produci di più, consuma di più, vivi peggio. Poi la morte. Non so voi ma io ho una vita sola e non intendo sprecarla così.

In genere più la gente è incastrata nel meccanismo produci-consuma-muori, meno si fa domande sulla propria vita, e meno domande si fa sulla propria vita più deve gratificarsi acquistando qualcosa.

Quindi occorre frasi domande ma soprattutto occorre cercare risposte, che non è detto che si trovino o che ci siano sempre, ma intanto cominciamo a porcele, perché di certo, a porcele, non saranno il professore a scuola, i genitori a casa o l’amico che va a fare l’aperitivo. La responsabilità di porsi domande e trovare risposte è solo la nostra.

| La storiella del ricco imprenditore e del pescatore |

Per concludere queste poche righe introduttive al tema del “vivere senza lavorare”, vorrei ricordare la storiella del ricco imprenditore e del pescatore.

Un ricco uomo d’affari si concede qualche giorno di vacanza rubando tempo alla sua indaffaratissima vita. Decide di andare in un piccolo villaggio in riva all’oceano al di fuori delle rotte del turismo di massa. Una sera, all’ora del tramonto, scende in spiaggia e prende a passeggiare lungo la battigia. Dopo un po’ incontra un giovane pescatore del luogo intento a rassettare la sua rete. Ha la serenità stampata sul volto ma l’uomo d’affari non se ne avvede.

“Perché non compra una barca più grossa? Potrebbe andare più al largo e pescare più pesci” dice il ricco al pescatore.
“E perché dovrei pescare più pesci?” ribatte il giovane.
“Be’, così potrebbe comprare altre barche, assumere altre persone, e guadagnare di più”, ribatte il ricco.
“E poi?” domanda ancora il giovane.
“A quel punto, quando ha guadagnato veramente tanto, potrebbe far lavorare altri per lei, ritirarsi dal lavoro e godersi la vita” dice il businessman.
“E perché, adesso cosa sto facendo?”.

Vi do appuntamento al prossimo articolo dal titolo “Tecniche infallibili per diminuire le spese | Vivere senza lavorare n.3

Bizzocchi Andrea

Autore: Andrea Bizzocchi

Andrea Bizzocchi (autore, ricercatore, conferenziere), scrive di economia, salute, ecologia, stili di vita, viaggi, libertà, controinformazione. Appena raggiunta la maggiore ha iniziato a lavorare in proprio in svariate attività al di qua e al di là dell’oceano (Atlantico). Ha smesso nel 2004 quando ha capito che non era lui a mandare avanti le sue attività ma le sue attività a mandare avanti «lui» (e questo nonostante si divertisse). Vive con la sua famiglia tra l’Italia e le Americhe, con pochi beni materiali ma con la ricchezza del tempo liberato e di esperienze e incontri con personaggi straordinari (incontri in parte raccolti nel suo libro "Pura Vida").

1 Comment

  1. Ci vuole certo una grande forza di volontà per eliminare il superfluo dalla vita, si può riuscire... e quanto sarebbe felice, più umana e più rilassata la vita di ciascun essere umano! Anche il pianeta ne gudagnerebbe insieme alle specie animali e anche alla natura tutta in quanto niente e nessuno verrebbe più sfruttato indiscriminatamente!

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