youtube1 (2)

Perdersi nel Bosco: antichi visitatori al tempo del Coronavirus (part III)

[Questo articolo è il terzo di una serie. Clicca qui per leggere il primo articolo della serie: Antichi visitatori al tempo del coronavirus – part I | Clicca qui per leggere il secondo articolo della serie: Antichi visitatori al tempo del coronavirus – part II]

Verso il bosco dell’anima

“Finalmente ora si può andare dove ci pare. L’esperimento di ingegneria sociale ha dato i suoi frutti, ci danno qualche mese di semi-libertà”.

Con questi bei pensieri in mente ricordo che oggi pomeriggio me ne andavo bel bello nel mio boschetto sacro. Qui sono presenti incisioni rupestri dell’età del ferrò, massi con allineamenti solstiziali, ripari sottoroccia del neolitico e quant’altro.

Era la giornata perfetta: clima primaverile-estivo, cielo plumbeo con grandi nuvole disperate ma senza pioggia. Insomma, celtico doc, bellissimo. Tutto perfetto.

Ma, soprattutto, ero nel mio posto dell’anima, un luogo di potere antichissimo dall’energia pura e incontaminata.

È qui che vengo da decine di anni, da quando il mio cuore ha cominciato a battere per la Principessa incantevole che ho iniziato a chiamare “Geografia sacra”.

Pensando alla Geografia Sacra

geografia sacraCamminando tra i faggi, i castagni e infine le querce, pensavo al mio libro di prossima uscita, Geografia sacra e tradizione segreta del Nord. È qui che ho raccolto e condensato la maggior parte delle cose che ho scoperto negli ultimi 27 anni.

Ripercorrevo mentalmente i vari temi trattati nel libro, tutti argomenti che amo e mi appassionano:

• i luoghi di potere e il genius loci;
• il Femminino sacro;
• il Piccolo popolo;
• i dolmen, i menhir e i cromlech;
• i villaggi preistorici e i luoghi sacri con coppelle, incisioni rupestri, croci;
• le leggende legate ai luoghi di geografia sacra della “mia” Valle (la Sacra di San Michele, il Musinè monte della Magia, Rama l’Atlantide della Valsusa…)
• le storie paurose di masche, le streghe del medioevo;
• e poi Torino, città della Magia, il Piemonte misterioso e quant’altro.

Guardando a nord-ovest le montagne ancora innevate, ricordavo anche i capitoli ambientati oltre confine: il Mistero dei Templari, le Nebbie di Avalon scivolando nell’antica Britannia e infine la terra amata, l’Irlanda… Nel mio libro racconto di druidi e druidesse che vissero qui da noi in antichità.

L’incontro con gli antichi visitatori…

Stavo pensando esattamente a questo, nel mio bosco dell’anima, a loro, quando una macchiolina gialla, è spuntata improvvisamente, come un fungo, dal verde della radura. Ho spalancato gli occhi e ho trovato, infatti, un “boschetto” di garitule, i mei funghi preferiti. Gialli. Teneri. Dal dorso di foglia autunnale.

Mi stavo chinando ad accarezzarle, baciarle e infine raccoglierle, colmo di gratitudine, quando una voce è tuonata nel bosco:

– Hai chiesto il permesso?

Mi sono immobilizzato. Un sorriso bellissimo è nato nel mio cuore. Mi sono raddrizzato, mi sono voltato e ho affrontato lo sguardo del vecchio saggio Elktaff: l’antico druido era dunque tornato a trovarmi!

– Certo! Prima di entrare nel bosco ho chiesto il permesso al Genius loci e alla Madre divina, e ho fatto loro alcuni doni di Amore e Bellezza – gli ho risposto prontamente.

Ci guardavamo con gli occhi maliziosi e luminosi. Ero così contento di rivederlo. Mi aveva tenuto compagnia durante il pesantissimo “lock down”, in cui per oltre due mesi ero dovuto restare isolato senza vedere nessuno, ma soprattutto senza riuscire ad allontanarmi di casa per le mie consuete camminate boschive montane esplorative.

Cominciavo a dubitare che Lui esistesse, lui e la sua deliziosa compagna, la druidessa Ilgandhœir. E perché no: mi mancava anche lo stravagante – e un po’ inquietante, dobbiamo ammetterlo – guerriero-faina Ihrimthãir.

Erano stati i miei amici durante il periodo più surreale e per certi versi difficile della mia Vita.

– Dove sono Ilgandhœir e Ihrimthãir? – non son riuscito a trattenermi dal chiedergli.

Ora vedrai – mi ha risposto il vecchio druido. – Chiudi gli occhi e apri la bocca.

Mi son ritrovato con gli occhi chiusi e la bocca spalancata, in piena fiducia, come un bambino che aspetta il regalo dolce dolcioso più ambito.

E infatti, dolce miele di castagno ha riempito il mio palato. L’ho riconosciuto subito. Più intenso, più amaro, più “caratteriale” degli altri tipi di miele.

Che gioia e che meraviglia.

Ho assaporato il dolce frutto dei miei animali più amati, le apine, e il cuore ha continuato a riempirsi di gioia e di riconoscenza.

Tenendo gli occhi chiusi, ho lasciato quindi che Elktaff mi conducesse in una piccola discesa.

Ho atteso che mi dicesse qualcosa.

Niente.

Ho atteso.

Atteso.

Aspettato.

Dentro di me, il bosco

Mentre aspettavo, sempre con gli occhi chiusi, toglievo pezzettini di qualcosa incastrati tra i denti. Tipo qualche forma di tubero, o verdura fibrosa. Sentivo un gusto strano in bocca. Come di bosco.

Sì.

Cominciavo a sentir crescere un’onda di inquietudine: misteriosamente sorgeva in me, dentro di me, dentro il mio palato, dentro il mio stomaco, in ogni fibra del mio essere, un sapore di bosco.

Non lo avrei saputo descrivere diversamente. Percepivo il gusto del bosco dentro di me.

Sentivo la presenza attorno a me, ora, inequivocabile, della druidessa Ilgandhœir alla mia sinistra, mentre alla mia destra l’energia aggressiva del guerriero-faina Ihrimthãir.

Non potevo più resistere. Ho aperto gli occhi!

Quale stupore nel non vederli!

Ero solo. Non c’era apparentemente nessuno.

Lo spettacolo che mi si è spalancato davanti era allo stesso tempo famigliare e inquietante: il riparo sottoroccia del neolitico in cui ero stato decine di volte. Uno dei luoghi a me più cari.

Eppure… Era così diverso dal solito.

Ho cominciato infatti a notare che la roccia sembrava fluida, insomma, fluiva. Si muoveva. Era la cosa più strana del mondo eppure anche la più famigliare, la più normale. Come un Ricordare. Roccia liquida. Viva. Ed i colori mille volte più vividi.

E poi la piccola betulla nana: guardandola meglio, mi sono accorto prima che aveva un’aura azzurra luminosissima. E poi che mi diceva, telepaticamente, di chiudere gli occhi, e quindi di riaprirli.

Ho ubbidito. Ho chiuso, aspettato qualche secondo, e poi ho riaperto gli occhi.

Spirito guardiano della Betulla

Mi son trovato davanti un ragazzo di circa 16, 17 anni.

Ho avuto un sussulto. Ma solo per un attimo. Ho compreso quasi subito: era la “materializzazione”, “umanizzazione” (gentilmente, per me) dello Spirito guardiano della betulla (la mia pianta sacra), che veniva a parlarmi. Era dunque – per me, come dono di cortesia per me – un ragazzo semitrasparente dalle fattezze azzurrognole, un essere azzurro-verde insomma. Bellissimo!

Con quale gioia ci ritrovavamo!

In un istante eterno mi son ricordato di quante volte lo Spirito della Betulla, quando ero piccolo, era venuto a trovarmi. A parlarmi. A raccontarmi.

Avevo passato la maggior parte del tempo dell’infanzia – diciamo, dai tre ai sette anni d’età – arrampicato su una betulla. Passavo le ore. Le giornate.

Ora capivo perché. Me n’ero dimenticato.

Mi ero dimenticato di Lui. E di tutti gli altri “amici immaginari” che la nostra cultura moderna, atea materialista, devota della dea Scienza, ci ha insegnato a dimenticare, e a definire appunto “amici immaginari”. Con un misto di disprezzo e di sorrisino sui denti.

Quale gioia e quale incanto e quale senso iper-reale del Reale, invece, nel Rivedere l’amico immaginario Betulla! Che senso di pienezza. Che senso di Senso della Vita!

In una frazione di secondo, eterna, ho ricordato la ricchezza di vita dei nostri antenati celto-liguri che ci hanno preceduti.

Da un lato, amavano e riverivano la dea Brighid, la Dea Madre, e tutte le sue creature (rocce, piante, animali, mari, fiumi, laghi: ogni cosa era viva, era Lei!).

Quanto amore e senso del rispetto e del mistero della Vita aleggiava, anche a queste latitudini, fino a 1000-15000 anni fa (epoca in cui, lentamente, la nuova Era cattolica, “maschilista”, ha reciso il contatto col Femminino sacro).

E quanto amore e senso del mistero della Vita serpeggiava in questi luoghi, anticamente, grazie al contatto col Piccolo popolo: quel Regno di folletti, elfi, fate, gnomi, e poi unicorni, draghi… che lentamente, progressivamente, la nuova cultura ha inghiottito, ha fatto sparire spietatamente, scientificamente, chirurgicamente.

Cose demoniache, pagane, ha cominciato a chiamare quelle esperienze. Cose da masche, da streghe.

 

L’antica cultura spazzata via dal Cattolicesimo

E lentamente, “dolcemente”, la nostra antica Cultura del Femminino sacro e del Piccolo popolo, che aveva migliaia e migliaia di anni, è stata lentamente fagocitata dalla Religione unica che ogni cosa riassumeva in sé, sintetizzava su di sé, inglobava e assorbiva sotto di sé.

Mai termine fu più geniale: Cattolicesimo. Il tutto, l’universale, riunito in un unico “Dio” astratto, metafisico, invisibile. E solo alcuni detentori del Mistero a salvaguardia dell’Uno: il Clero. La Chiesa. Idee geniali! Astratte. Folli e surreali. A governare il mondo per secoli.

Fino all’avvento della nuova religione e della nuova casta al potere: la Scienza e i suoi infallibili sacerdoti-custodi del mistero della Vita: gli Scienziati. Quanto mistero beffardo. Quanti mutamenti nel Libro imperscrutabile della Vita.

Gli antichi Dei e l’antica Cultura erano dunque scomparsi definitivamente? Li avevamo perduti inesorabilmente?

… Ritorno a “casa”

Con queste riflessioni che mi ronzavano nella mente mi son ritrovato sdraiato nel mio salotto, sul tappeto ai piedi del divano.

Com’ero arrivato lì, non me lo ricordavo.

Con un leggero mal di testa e senso di nausea, son venuto al computer a scrivere questo testo, che chiude simbolicamente la mia trilogia “Incontri al tempo del Coronavirus”. In onore del Sacro numero Tre dei nostri antenati druidi e druidesse.

Sento ancora un gusto di miele misto a funghi e bosco in bocca.

E una frase riecheggia nella mia mente, rimbomba quasi. È un’esortazione che proviene direttamente dal Bosco degli Antichi, chi lo sa:

“Perdersi significa Trovare”

Cogerino Andrea

Autore: Andrea Cogerino

Andrea Cogerino, specialmente in seguito alla laurea in Filosofia del 2000 con una tesi sulla Sincronicità e il carteggio Jung-Pauli, segue il sentiero delle “coincidenze” e si rimette alla saggezza del “Tao”. Editor e scrittore freelance, dopo alcune esperienze di vita a Roma e Torino è tornato alle origini, nei monti e nei boschi della Val di Susa. Ricercatore spirituale a tutto tondo, da anni si occupa prevalentemente di sciamanesimo e druidismo.

1 Comment

  1. Avatar
    Questo è esattamente il tipo di racconti utili ad alzare la frequenza di vibrazione. Mi congratulo con l’autore.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

error: Attenzione: questo contenuto è protetto!!