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Resurrezione di Gesù: perché gli apostoli non lo riconoscono fisicamente? Cosa non quadra?

I discepoli non riconoscono fisicamente Gesù

Nel precedente articolo intitolato La resurrezione di Gesù: cos’è davvero successo? Cosa dicono i Vangeli apocrifi? ” si è accennato a un curioso dato, che rimane costante presente nei diversi vangeli: il mancato riconoscimento di Gesù da parte dei suoi stessi discepoli.

Tale elemento, estremamente interessante, è una prerogativa dei cosiddetti racconti post-pasquali – legati alle vicende del Gesù risorto – che, se analizzati con occhio e mente distaccati dalla logica della dottrina, faranno nascere quesiti e conclusioni interessanti. 

Nel vangelo di Marco “fuggurono prese da tremore e stupore”

Nel Vangelo di Marco (il primo in termini di redazione), l’annuncio della resurrezione da parte delle donne non ebbe luogo, in quanto

«fuggirono prese da tremore e da stupore, e non dissero nulla a nessuno, perché avevano paura» (Mc 16, 8).

Per ovviare a quest’imbarazzante finale, ne venne redatto un altro, chiamato “finale di Mc”, assente in parecchi codici, e in altri diversamente riportato. In questo finale o epilogo aggiunto posticipatamente, si legge dell’apparizione del Gesù risorto a Maria Maddalena e a due discepoli. Su questi ultimi, il Vangelo fa un’interessante considerazione:

«Dopo di ciò apparve (Gesù n.d.s.) sotto altra forma a due di loro, mentre erano in cammino per andare in campagna. Anche questi tornarono indietro per annunciarlo agli altri; ma non credettero neppure ad essi» (Mc 16, 12-13).

Questo passo troverà un parallelo in una redazione tarda (quella di Luca), ma che sottolineerà come Gesù cambiò volutamente forma. 

Dai vangeli: dopo la resurrezione, nessuno riconosce Gesù

Il vangelo di Matteo è più esplicito nei dubbi degli apostoli. Durante la sua apparizione in Galilea, gli undici discepoli «se ne andarono sul monte, nel luogo indicato loro da Gesù. Al vederlo lo adorarono; alcuni invece dubitarono» (Mt 28, 16-17). Il seme del dubbio era palese anche di fronte ad una manifestazione palese e fisica di una persona che ben conoscevano. Ma andiamo avanti.

Il Vangelo di Luca riprende quanto riportato sommariamente dall’epilogo di Marco, raccontando dell’apparizione di Gesù ai due discepoli di Emmaus. Ma se nel racconto di Marco si parla solo di una “forma diversa” assunta da Gesù, in quello lucano gli elementi curiosi vengono ampliati:

«In quel medesimo giorno, due dei discepoli si trovavano in cammino verso un villaggio, detto Emmaus, distante circa sette miglia da Gerusalemme, e discorrevano fra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano, Gesù si avvicinò e si mise a camminare con loro. Ma i loro occhi erano impossibilitati a riconoscerlo» (Lc 24, 13-16).

In questo caso il mancato riconoscimento di Gesù derivava da una precisa volontà di quest’ultimo. Indubbia la dipendenza del testo di Luca da quello di Marco, e possiamo avanzare l’ipotesi che gli occhi dei discepoli erano impediti nel riconoscerlo in quanto Gesù cambiò forma. Ma qualora non volessimo accettare la dipendenza dalla tradizione marciana, visto che il Vangelo di Luca non sottolinea che Gesù cambiò forma di fronte a loro, dobbiamo accettare il fatto che i due discepoli erano talmente ciechi da non riconoscere il loro maestro che si palesò di fronte a loro. 

Nel Vangelo di Giovanni leggiamo di Maria Maddalena che il primo giorno della settimana si recò al sepolcro quando era ancora buio, e nota la pietra del sepolcro rimossa. Dopo aver avvisato i discepoli, rimase in quel luogo a piangere, quando all’improvviso Gesù si mostrò a lei. 

Detto ciò, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì, ma non sapeva che era Gesù. Egli le disse: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Quella, pensando che fosse l’ortolano, rispose: “Signore, se lo hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io lo andrò a prendere”. Le disse Gesù: “Maria!”. Quella: “Rabbunì!” (che significa maestro”.» (Gv 20, 14-16). 

In Matteo e in Luca, quindi, Gesù si palesa di fronte ad una persona molto intima della sua cerchia, ma non viene specificato in alcun modo, a differenza di Marco, il suo cambio di aspetto.

Ma ciò che accade nel testo di Giovanni è sorprendente: Gesù si palesa di fronte a Maria, addirittura le parla con la sua voce, ed il Vangelo sottolinea come lei fosse incapace di riconoscerlo, scambiandolo per colui che curava i giardini del sepolcro. Solo a pronunciare il suo nome, la donna lo riconobbe. 

La domanda sorge spontanea: come mai nessuno riconosce Gesù?

La domanda sorge spontanea: come è possibile che persone tanto legate e vicine a Gesù, che avevano passato più di un anno della sua vita assieme a lui, mangiando e bevendo insieme ogni giorno, ascoltando le sue predicazioni, dopo poco più di 48 ore dalla flagellazione e crocifissione furono incapaci di riconoscerlo, o addirittura dubitarono della sua presenza fisica?

E se nella cerchia di Gesù vi fosse qualcuno così somigliante a lui tanto da far nascere questo naturale dubbio nei confronti dei suoi più stretti conoscenti? 

I tre “Giuda” di Gesù: chi è Giuda Tommaso Didimo?

Nella cerchia degli apostoli era presente un personaggio conosciuto, grazie al testo di Giovanni, per la sua incredulità: Tommaso detto Didimo.

Nel suo Vangelo relativo, ritrovato in copto e datato al IV secolo (secondo i recenti studi, l’originale può essere retrodatato a cavallo tra il I ed il II secolo, coevo al Vangelo di Giovanni), conosciamo per intero il suo nome: Didimo Giuda Tommaso.

Abbiamo quindi un Giuda, diverso dall’Iscariota, che fa parte della cerchia di Gesù. Ma sono gli unici due Giuda legati al personaggio di Gesù?

Secondo Marco e Matteo (Mc 6,3-4; Mt 13,55-56) ne esiste un altro, ed è un fratello diretto del Nazareno (così come riporta lo stesso Eusebio di Cesarea in Historia Ecclesiastica III, XIX).

Il fratello (gemello) di Gesù

Perchè Giuda Tommaso è importante? Perchè Tommaso non è un nome, ma come con il greco “Didimo” (Dídymos), anche Tommaso significa “Gemello” (da Tômà in aramaico).

Abbiamo quindi un Giuda che è definito “il Gemello”. Sorge in maniera del tutto naturale e spontanea una domanda: ma gemello di chi? Se lo escludiamo logicamente dall’Iscariota così come il dato evangelico tende a suggerire, nella nostra striminzita lista abbiamo un “Giuda gemello” ed un “Giuda fratello di Gesù”. Sarà forse un caso? I testi sono avari con le spiegazioni, ma possiamo avanzare delle domande legittime:

  •  Perché il Vangelo di Giovanni e la tradizione cristiana dei primi secoli che si rifaceva al Vangelo di Tommaso definivano questo Giuda un “gemello”? 

  •  Perché sottolinearlo con tanta enfasi da caricare il suo nome con l’appellativo di “gemello” sia in lingua aramaica che in quella greca? 

  •  Magari la sua somiglianza con uno dei suoi fratelli (in questo caso Gesù) era talmente evidente da doverlo sottolineare con forza, tanto da rafforzare l’identificazione con una parola in aramaico ed un’altra in greco? 

  •  I dubbi degli apostoli sul “Gesù post-pasquale” erano forse legittimati dalla presenza di un suo gemello nella cerchia? 

  •  Tale era la somiglianza con il Nazareno che siamo spinti ad avanzare l’ipotesi che l’evangelizzazione da parte dell’apostolo Giuda Tommaso (il Gemello) nelle terre dell’India hanno poi fatto nascere la famosa tradizione, di molto successiva, del Gesù maestro spirituale morto in quelle terre lontane?

Tutte queste sono domande legittime, figlie di testi incerti, ricolmi di indizi e che insinuano il giusto dubbio che stimolano la ricerca. 

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di Francesco Esposito, si laurea in Scienze Filosofiche con una tesi magistrale sul De Cultu Feminarum di Tertulliano e la figura femminile nel cristianesimo patristico e nella società romana. Studioso di cristianesimo primitivo e pre-conciliare, dal 2013 cura una rubrica di approfondimento sui testi biblici assieme all’autore Mauro Biglino intitolata “Racconti dall’Antico Testamento”. Per Uno editori è autore di “Cristianesimo, un’invenzione di San Paolo

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