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Serie TV “13” e romanzo “Senza Pelle”: adolescenti a confronto

Il mondo oscuro degli adolescenti

Tredici è una serie televisiva basata sull’omonimo romanzo di Jay Asher (titolo originale Thirteen Reasons Why) che ha fatto il suo debutto sulla piattaforma Netflix nel marzo 2017. La serie segue la storia di Hannah Baker, adolescente che ha deciso di togliersi la vita e di lasciare tredici cassette per spiegarne i motivi: tredici cassette indirizzate alle tredici persone che, con gesti piccoli o grandi, intenzionali o meno, hanno contribuito a far deragliare la sua esistenza.

Attraverso gli occhi di uno dei destinatari delle cassette, il giovane Clay Jensen, si diventa spettatori di uno spaccato crudo e realistico del mondo adolescenziale con tutte le sue difficoltà e storture.

“Non sai cosa accade nelle vite degli altri, solo nella tua. E quando interferisci con un aspetto della vita di un altro, non è solo quell’aspetto che stai toccando. Non ci è dato di essere così precisi e selettivi, purtroppo. Quando tocchi un aspetto della vita di qualcun altro, stai interferendo con tutta la sua vita. Tutto… influenza tutto”. – Jay Asher, Tredici

Adolescenti senza pelle 

Si può dire che Tredici sia stato un vero e proprio fenomeno mediatico: la risonanza di cui la serie ha goduto, tanto su Internet quanto nelle scuole, è la prova schiacciante del fatto che le sue tematiche hanno toccato corde profonde nel cuore degli spettatori.

Le stesse corde sono pizzicate con altrettanta intensità da Carolina Bocca e Marco Ghiotto, nel loro nuovo romanzo autobiografico Senza Pelle.

Il romanzo segue la vicenda di Isabel, adolescente spettinata che, con una telefonata, annuncia la sua decisione di togliersi la vita a Carolina.

Le storie di Isabel e Carolina scorrono su binari paralleli: se da un lato c’è una ragazza preda del proprio dolore, dall’altro c’è una donna adulta, moglie e madre, che si ritrova a vivere uno scollamento dai valori inculcati in lei dalla società. Due outcast che, facendosi forza a vicenda, cercheranno di sconfiggere le proprie ansie per ritornare a vivere una vita autentica.

La serie TV Tredici e il romanzo Senza Pelle hanno diversi punti di contatto. Vediamoli insieme.

 

Tre(dici) ragioni per morire

Hannah Baker ha diciassette anni quando decide di togliersi la vita. Isabel ne ha diciotto quando annuncia il suo terribile proposito suicida a Carolina. Due ragazze la cui vita non è ancora neppure cominciata, intenzionate ad abbandonarla per sempre: perché?

Se nel caso di Hannah (personaggio di fantasia, ma specchio di moltissime adolescenti spettinate) le ragioni sono tredici, nel caso di Isabel (persona reale) non è possibile contarle, ma possiamo provare a individuare tre principali disagi.

I disordini alimentari

Isabel soffre di bulimia: gli insulti ricevuti riguardo al peso e all’aspetto l’hanno portata a rigettare il cibo. Nel contempo, Isabel individua nel cibo una via di fuga, un modo per riempire un vuoto affettivo che non sa come altro colmare.

Se il tema dei disordini alimentari è assente dalla serie Tredici, il desiderio di rientrare in canoni prestabiliti per essere accettati è invece comune all’intera scuola che Hannah frequenta, Liberty High. Tutti i suoi compagni indossano delle maschere: Courtney finge di essere eterosessuale, Justin finge di essere un playboy senza pietà, Jessica finge di non ricordare un trauma subito per mano di un compagno di scuola molto popolare. A nessuno, in Tredici, è permesso essere sé stessi.

Se l’anima può essere nascosta, però, il corpo è un altro discorso.

Isabel non gode del lusso di una maschera. Così il mondo degli adolescenti si divide in chi può nascondersi e chi vorrebbe farlo.

Dovrebbe farci riflettere: perché così tanti adolescenti si odiano? Perché così tanti adolescenti vorrebbero essere qualcun altro o scomparire?

 

L’ambiente familiare

La famiglia di Hannah è quella che si definirebbe “da Mulino Bianco”: una madre, un padre e una figlia che vivono insieme in armonia. Non ci sono segreti né situazioni torbide, solo moltissimo affetto reciproco.

Ci sono, però, problemi economici. Il piccolo negozio dei Baker è schiacciato dalla concorrenza delle grandi catene e gli affari vanno sempre peggio. Questo genera tensioni, incomprensioni, una distrazione costante dei genitori di Hannah che risulta in una mancanza di ascolto.

E con un figlio senza pelle, la mancanza di ascolto può rivelarsi fatale.

Isabel, d’altro canto, ha una famiglia in cui l’ascolto non è contemplato: il padre Luis è assente e non possiede i mezzi emotivi per comunicare con la figlia; la madre Marta è venuta a mancare da poco e la ferita è ancora aperta, per tutti; il fratello Carlos, infine, è anch’egli un ragazzo spettinato a dir poco, immischiato in giri pericolosi e con un’indole violenta, fuori come dentro casa.

Hannah sceglie di non rivolgersi ai propri genitori perché non vuole essere un peso, gravata dal clima di costante nervosismo causato dai problemi economici della famiglia; Isabel non ha altra scelta se non quella di tenersi tutto dentro.

Il dolore di Isabel si esprimerà attraverso tendenze autolesioniste; il dolore di Hannah sfocerà, invece, nel gesto estremo.

 

Gli abusi

Arriviamo così al “cuore” della questione. Hannah e Isabel, due adolescenti dalla pelle psichica sottile e con difficoltà a inserirsi nel tessuto sociale: di per sé, questa descrizione non è una condanna a morte.

Ci sono, infatti, moltissimi adolescenti accomunati da questi tratti. Sono gli introversi. E un adolescente introverso non è necessariamente depresso.

Ciò che ha spinto Hannah e Isabel oltre il limite tra “disagio” e “depressione” è un’esperienza particolare che le due ragazze condividono: l’abuso.

Partiamo da Hannah.

Hannah, già incrinata psichicamente dalle piccole e grandi cose che le sono capitate, subisce un terribile abuso: sarà la goccia che fa traboccare il vaso. In una scena che è stata aspramente criticata poiché considerata troppo grafica, Hannah si spezza del tutto e abbandona ogni desiderio di vivere.

E Isabel, invece?

Isabel lo nasconde, negandolo soprattutto a se stessa, ma è stata anche lei vittima di abusi sessuali. Quando sceglie di entrare a far parte di una Comunità dedicata ai disordini alimentari, gli operatori si rendono subito conto che qualcosa non quadra e avvisano Carolina: Isabel custodisce un segreto ben più doloroso della bulimia, più terribile dell’autolesionismo.

 

Giovani donne “senza pelle”

Tredici mostra molti altri adolescenti (e in particolare molte ragazze) alle prese con il dolore psichico. È il caso di Skye, ragazza autolesionista e bipolare; di Jessica, che nella seconda stagione si troverà a fare i conti con le tracce indelebili di una violenza subita; e di moltissimi altri nomi di fantasia che sono solo lo specchio in cui adolescenti reali, in carne e ossa, si identificano, trovando – forse per la prima volta – i propri dolori messi a nudo e proiettati sugli schermi del mondo.

Se Tredici ha avuto un successo così esplosivo è proprio perché ha risposto alla domanda inespressa di una generazione spezzata: “Sono solo io a sentirmi così?”
E quella risposta è no.

La testimonianza di Carolina Bocca in Senza Pelle è un tentativo meno romanzato (e la differenza si sente moltissimo, soprattutto nelle descrizioni della vita in Comunità e degli ostacoli burocratici che si ritrova ad affrontare per conto di Isabel) di portare alla luce l’esistenza di quegli stessi problemi.

 

Un mondo sicuro

La differenza chiave è il pubblico a cui Carolina Bocca e Marco Ghiotto si rivolgono: non tanto ai ragazzi, quanto alle famiglie. Ai genitori.

L’esperienza fittizia di Hannah invita gli adolescenti a essere più gentili gli uni con gli altri, più comprensivi, perché non si può mai sapere cosa stia succedendo nella vita di un compagno di scuola. Contiene una denuncia spietata alla società statunitense – e in generale alla società contemporanea – e mira a mostrarne le ipocrisie non tanto agli adulti, che quella società l’hanno creata e modellata, ma ai giovani che hanno il potere di cambiarla.

La vicenda reale di Isabel, tra labirinti burocratici e spaccati di vita in Comunità, cadute profonde e risvegli inaspettati, è un racconto che le penne esperte degli autori indirizzano, più che ai ragazzi, agli adulti: coloro che hanno il potere (e il dovere) di rendere questo mondo sicuro e ospitale per i figli che lo abitano e che lo abiteranno.

Una grande responsabilità che implica la necessità di guardarsi dentro, di mettere in discussione le proprie certezze e la propria visione del mondo. Di accettare gli errori e avere il coraggio di correggerli.

Perché l’amore non basta. Ma è sempre un ottimo punto di partenza.

 

Una strada chiamata futuro

La differenza chiave tra le due risiede, probabilmente, nelle figure di autorità all’interno della loro vita. Hannah, come ultima spiaggia, ha chiesto aiuto allo psicologo della scuola, che non le ha prestato però la dovuta attenzione e non ha colto l’entità del suo grido d’aiuto (piuttosto esplicito: Hannah, a differenza di Isabel, ha subito confessato le violenze subite e cercato di ottenere giustizia). Isabel, invece, ha avuto la fortuna di trovare sulla propria strada Carolina, che in fatto di ragazzi senza pelle aveva un bagaglio di esperienze di prima mano.

Nessuno ha saputo – e voluto – aiutare Hannah, ma Isabel ha trovato un punto di riferimento in Carolina, nella Comunità e, successivamente, nell’affetto del padre pentito. Il suo grido d’aiuto è stato ascoltato e compreso: forse è stato proprio questo a cambiare il finale della sua storia.

All’inizio del libro, Isabel arriva a un passo dall’autodistruzione: è solo la presenza di Carolina a salvarla, mostrandole che un’altra strada esiste. Una strada per guarire e per ricostruire.

Una strada chiamata futuro.

 

“Il vero muro di fronte a Isabel è l’omertà nella quale è caduta e di cui è ostaggio e vittima da anni. Come estrarre questo corpo estraneo che l’avvelena? Ovvero, come trovare un luogo dove questa ombra trovi il suo posto poiché non credo si possa eliminare, ormai fa parte di lei. È necessario almeno che si ridimensioni e non le bruci più dentro. Quando lo avrà fatto il quadro cambierà e finalmente un giovane fiore si schiuderà, almeno ce lo auguriamo. O forse non sarà un fiore schiuso, forse non sboccerà mai, ma porterà in sé la bellezza di un bocciolo, il suo profumo, la sua fragilità. La vita intera non basterà a ridarle serenità – è il prezzo del tatuaggio lasciato dal segreto – ma potrà finalmente alzare la testa e con fatica riprendersi l’esistenza che le appartiene. Questa è la nostra speranza. Fuori soffia un vento insistente che fa battere le veneziane. È un segno? – Carolina Bocca e Marco Ghiotto, Senza Pelle

Un approfondimento di Valeria Paolini.

2 Comments

  1. Avatar
    Che età splendida e terribile l'adolescenza! E' sempre stato difficile essere ragazzi e crescere, ma oggi, mi domando, cosa significa di preciso? Come può una ragazza nel fiore degli anni e nel vigore della sua piena essenza voler morire?

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