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Vita extraterrestre: una volta era una certezza… e oggi?

La vita extraterrestre nelle ricerche di ieri e di oggi 

vita extraterrestreUno degli aspetti più intriganti della storia della ricerca umana per scoprire se ci sia o meno vita extraterrestre nell’universo, e se qualcuna di queste forme sia riconoscibilmente intelligente come noi, è quanto il nostro punto di vista filosofico sia cambiato nei secoli.

Oggi stiamo assistendo a una sorta di “età dell’oro” in termini di lavoro attivo verso le risposte. Gran parte di questo lavoro deriva dalla sovrapposizione di rivoluzioni nella scienza esoplanetaria e nell’esplorazione del sistema solare, e dalle nostre continue rivelazioni sulla pura diversità e tenacia della vita qui sulla Terra. Insieme, queste aree di studio ci hanno dato luoghi in cui cercare, fenomeni da cercare e una maggiore fiducia che ci stiamo avvicinando rapidamente al punto in cui la nostra abilità tecnica può attraversare la soglia necessaria per trovare alcune risposte sulla vita extraterrestre.

Ciò che affascina a tal punto è che, per molti aspetti, siamo già stati qui e abbiamo già fatto tutto questo prima, solo non di recente, e non con la stessa serie di strumenti che ora abbiamo a disposizione.

Dal 1700 agli anni Sessanta: storia della proto-ufologia

In Europa occidentale, nel periodo che va da circa quattrocento anni fa fino al secolo scorso, la questione della vita extraterrestre sembra essere stata meno un “se” e più un “cosa”. Uno scienziato famoso come Christiaan Huygens scrisse nel suo Cosmotheoros:

Così tanti Soli, così tante Terre, e ognuna di esse fornita di così tante erbe, alberi e animali… anche i piccoli gentiluomini intorno a Giove e Saturno…

Questo senso di pluralità cosmica non era insolito. Era, da quasi ogni punto di vista, molto più banale e ragionevole dare per scontato che la ricchezza della vita sulla Terra fosse semplicemente replicata altrove. Questo una volta che si lasciava andare il senso di unicità terrestre.

In altre parole, in molti ambienti non ci si poneva la domanda “siamo soli?”, ma il dibattito era già sui dettagli di come funzionasse nel cosmo la vita extraterrestre.

Non “se”, ma “cosa”

Nel 1700 e 1800 avevamo astronomi come William Herschel, o il più dilettante Thomas Dick, che non solo sostenevano che il nostro sistema solare, dalla Luna ai pianeti esterni, fosse invaso da forme di vita (Dick detiene il record suggerendo che gli anelli di Saturno contengano circa 8 trilioni di individui) ma erano convinti di poterne vedere le prove. Herschel, con i suoi buoni telescopi, era certo che ci fossero foreste sulla Luna, nel Mare humorum, e ipotizzò che le macchie scure del Sole fossero in realtà buchi in un’atmosfera incandescente e calda, sotto la quale una superficie fredda ospitava grandi creature extraterrestri.

Anche se potremmo mettere in discussione alcuni dei loro standard scientifici, persone come Herschel e Dick stavano davvero seguendo la filosofia della vita che è ovunque, e la stavano elevando al livello di qualsiasi altro fenomeno osservabile. Herschel stava anche applicando i migliori strumenti scientifici che poteva all’epoca.

Il XX secolo: dai canali su Marte al Mariner 4

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Canali artificiali su Marte nel XX secolo secondo Percival Lowell (fonte: GettyImages)

Per tutto il XX secolo, prima dei dati ottenuti dal flyby del Mariner 4 nel 1965, la possibilità che Marte avesse un ambiente superficiale più clemente (e quindi ospitasse la vita) aveva ancora un certo peso. Anche se c’erano state affermazioni estreme come i “canali” di Percival Lowell su Marte alla fine dell’1800 e all’inizio del 1900, gli astronomi dell’epoca non erano d’accordo con queste interpretazioni specifiche.

È interessante notare che ciò avveniva perché semplicemente non potevano riprodurre le osservazioni, reputando in gran parte inesistenti i segni che Lowell associava ai canali e alle civiltà (un esempio di come dati migliori possano screditare anche le teorie più care agli scienziati).

Ma, a parte le distrazioni di Lowell, l’esistenza di una sorta di clima temperato su Marte non era facile da screditare, né la vita sulla sua superficie. Per esempio, Carl Sagan e Paul Swan pubblicarono un documento poco prima dell’arrivo del Mariner 4 su Marte in cui scrivevano:

“L’attuale corpo di prove scientifiche suggerisce, ma non dimostra in modo inequivocabile, l’esistenza della vita su Marte. In particolare, le onde di oscuramento fotometricamente osservate che vanno dalle calotte polari fino alle aree scure della superficie marziana sono state interpretate in termini di attività biologica stagionale”.

Basti dire che questa proposta ha fatto la fine di molte altre idee troppo ottimistiche sulla ricerca della vita sul pianeta rosso. Anche se è affascinante quanto bene il fenomeno di oscuramento periodico di cui hanno discusso potrebbe effettivamente inserirsi in un quadro di una biosfera di superficie su Marte – e rimane forse una lezione piuttosto sobria di sovrainterpretazione di dati limitati.

Is there Life on Mars? Opinione pubblica e vita extraterrestre

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Anche nella cultura popolare e nell’immaginario collettivo, la domanda è sempre stata presente: c’è vita su Marte? (Credits: indesition)

Il cuore della questione è che, in realtà, abbiamo creduto per secoli che ci fosse vita extraterrestre nell’universo, e che essa potrebbe spiegare alcune osservazioni cosmiche.

Il problema è stato che, man mano che i dati sono migliorati e l’esame si è intensificato, la presenza della vita non si è rivelata (o forse sì?), dall’esplorazione planetaria alla ricerca di intelligenza extraterrestre. E a causa di ciò siamo passati all’altro estremo, dove la domanda è passata da “cosa” a “se”.

Abbiamo anche sottovalutato sistematicamente la sfida nel corso dei secoli. Anche oggi è evidente che la ricerca di emissioni radio strutturate dalla vita tecnologica ha solo intaccato la superficie di parametri estremamente complessi.

Un fatto splendidamente quantificato e articolato da Jason Wright e colleghi nel 2018:

È come osservare una vasca di acqua calda per trarre conclusioni sul contenuto degli oceani della Terra.

Aprire la mente per conoscere l’ignoto

In questo senso, forse la domanda più fondamentale è se siamo o meno, oggi, tecnologicamente attrezzati per risolvere il puzzle una volta per tutte. Non c’è dubbio che la nostra capacità di percepire i fenomeni più eterei e fugaci del cosmo sia ai massimi storici. Ma sembra esserci una linea sottile tra il riconoscere questa entusiasmante possibilità e il cadere preda del tipo di arroganza di cui caddero preda alcuni dei nostri precursori. Questo è il momento più speciale dell’esistenza umana: se solo riuscissimo a espandere le nostre menti e i nostri sforzi, allora potremmo trovare tutte le risposte che cerchiamo.

Nessuno di noi può sapere con certezza in che direzione andrà tutto questo. È meglio essere molto espliciti sull’incertezza insita in tutto questo, perché in realtà è incredibilmente entusiasmante dover affrontare l’ignoto e l’inconoscibile. Quello che non dovremo mai fare è permettere che la natura imprevedibile di questo particolare pendolo, che oscilla tra le possibilità, ci dissuada dal provarci.

Fonte: Scientific American
Traduzione a cura di Uno Editori

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