Cinque voci della letteratura italiana
Da una poetessa padovana del Cinquecento ad Alda Merini: cinque scrittrici che hanno cambiato la letteratura italiana, lette attraverso le opere, i premi e le circostanze in cui sono nate.
Gaspara Stampa, la poetessa citata da Rilke
Gaspara Stampa nacque a Padova intorno al 1523 e visse a Venezia, dove morì nel 1554. Le sue Rime uscirono postume lo stesso anno, per cura della sorella Cassandra. Il canzoniere ruota attorno all'amore, in gran parte non ricambiato, per il conte Collaltino di Collalto, e si apre con un sonetto che dichiara subito il proprio modello: «Voi ch'ascoltate in queste meste rime» riprende quasi alla lettera l'attacco del Canzoniere di Petrarca.
Lo spostamento, però, è decisivo. In Petrarca è un uomo a cantare una donna lontana; in Stampa è una donna a parlare in prima persona del proprio desiderio e del proprio abbandono, fino a rivendicare la dignità di quel dolore. Quasi quattro secoli dopo Rainer Maria Rilke la citò nella prima delle Elegie duinesi, cominciate nel castello di Duino, sul golfo di Trieste, come esempio di chi ha amato senza essere corrisposto.
Elsa Morante e un romanzo da duemila lire
Elsa Morante (Roma, 1912-1985) aveva già vinto il premio Strega nel 1957 con L'isola di Arturo, prima donna a riuscirci, quando nel giugno 1974 pubblicò La Storia. Volle che il romanzo uscisse direttamente in edizione economica, negli Struzzi di Einaudi, a duemila lire: un libro di oltre seicento pagine pensato anche per chi di solito i romanzi non li compra. In cinque mesi, secondo l'editore, ne furono vendute seicentomila copie, mentre una parte della critica di sinistra lo attaccava.
La protagonista è Ida Ramundo, maestra elementare romana di madre ebrea. Nel gennaio 1941 un soldato tedesco la violenta nella sua casa di San Lorenzo; da quella violenza nasce Useppe, il bambino attraverso il quale Morante guarda la guerra, il bombardamento del quartiere nel luglio 1943 e gli anni che seguono. Ogni capitolo si apre con una cronaca asciutta degli avvenimenti mondiali dell'anno, poi la narrazione torna nelle stanze di Ida: la grande storia e quella di chi la subisce stanno sulla stessa pagina.
Grazia Deledda, da Nuoro al Nobel
Grazia Deledda nacque a Nuoro nel 1871 e morì a Roma nel 1936. Lasciata la scuola dopo le elementari, continuò a studiare da sola e con qualche lezione privata, e nel 1887, ancora adolescente, mandò i primi racconti a una rivista romana, «L'ultima moda», che li pubblicò. Il Nobel per la letteratura del 1926 fece di lei la prima italiana, e finora l'unica, a riceverlo.
I suoi romanzi più noti portano in pagina una Sardegna in cui la colpa pesa quanto la povertà. In Canne al vento (1913) Efix, servo delle sorelle Pintor, nobili ormai decadute, espia un delitto commesso molti anni prima e spiega il titolo con un'immagine: gli uomini sono canne, e la sorte è il vento che le piega. La madre (1920) racconta Maria Maddalena, che ha fatto ogni sacrificio perché il figlio Paulo diventasse prete, e che scopre la relazione del figlio con Agnese, una donna del paese: il conflitto si chiude in chiesa, con la morte improvvisa della madre.
Proprio La madre fece conoscere Deledda ai lettori inglesi: nel 1928 D. H. Lawrence firmò l'introduzione alla traduzione e lodò la passione del giovane prete come un istinto puro, libero da ogni sentimentalismo.
Natalia Ginzburg e le parole di casa Levi
Natalia Ginzburg nacque a Palermo nel 1916 e crebbe a Torino, ultima dei cinque figli di Giuseppe Levi, anatomista che ebbe tra i suoi allievi tre futuri premi Nobel: Rita Levi-Montalcini, Salvador Luria e Renato Dulbecco. Lessico famigliare, uscito nel 1963 e premiato lo stesso anno con lo Strega, racconta quella famiglia attraverso le frasi che vi si ripetevano, a cominciare dagli ordini tuonati dal padre a tavola: «Non fate malagrazie!», «Non fate sbrodeghezzi!».
Nell'avvertenza iniziale Ginzburg precisa che luoghi, fatti e persone sono reali e che non ha inventato niente. Il libro, però, non ha il passo della cronaca: le leggi razziali, il confino in Abruzzo e la morte del marito Leone, torturato nel carcere romano di Regina Coeli nel 1944, vi entrano quasi di sfuggita, sempre filtrati da quel linguaggio domestico in cui i fratelli, anche da adulti, continuavano a riconoscersi.
Alda Merini e la Terra Santa del manicomio
Alda Merini (Milano, 1931-2009) non aveva ancora vent'anni quando Giacinto Spagnoletti la incluse, nel 1950, in un'antologia della poesia italiana contemporanea. Dal 1964 al 1972 fu ricoverata a più riprese all'ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano, e per molti anni smise quasi del tutto di pubblicare.
Il ritorno arrivò nel 1984 con La Terra Santa, pubblicata da Scheiwiller: poesie sull'esperienza del manicomio, che Merini trasfigura in un paesaggio biblico di esilio, deserto e promessa. Maria Corti la definì un capolavoro. Seguirono altre raccolte, tra cui Vuoto d'amore (Einaudi, 1991), e nel 1993 il premio Librex Montale; negli ultimi anni del secolo Merini era diventata una delle voci più lette della poesia italiana.