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L’enigma della piana di Hawara. Prima parte: il Labirinto

Alla ricerca del labirinto perduto

Passeggiava lungo il campo disseminato di frammenti con lo sguardo attento e il taccuino in mano. Era mattina presto ma il caldo già iniziava a farsi sentire.

Flinder Petrie si sventolò con il cappello, in cerca di un po’. Si asciugò la fronte e riprese a misurare l’area, calcolando la mole di detriti e la loro datazione. Era nei pressi dell’inizio dell’oasi del Fayium e, secondo i resoconti storici, il Labirinto avrebbe dovuto essere lì. Si fermò e sospirò. Forse lo stava già guardando… un puzzle di pezzi sparsi ovunque.

Spostò lo sguardo sulla piramide in rovina e per un attimo esitò. No, prima il labirinto, si disse.

«Scaviamo!» ordinò al suo seguito, indicando un punto nel terreno.

Il sito di Hawara

Nel 1888, anno in cui sir Flinders Petrie iniziò i suoi lavori di scavo, il sito di Hawara giaceva come addormentato nella rigogliosa oasi del Fayium, dimentico delle vestigia del suo passato faraonico.

Ma Flinders Petrei, all’età di 35 anni, aveva già accumulato una certa esperienza di scavi e allenato il suo istinto per intuire che quell’area riservasse grandi sorprese. Con la meticolosità e il rigore che lo contraddistinsero, l’archeologo britannico si dedicò alla scoperta dei segreti di Hawara.

Il sito di Hawara si trova a 90 chilometri a sud del Cairo, proprio all’inizio dell’oasi del Faiyum tra i campi coltivati ed il deserto.

Già 2500 anni fa Erodoto aveva narrato la spettacolarità architettonica del tempio, definito “Labirinto” a sud del lago di Meride, posto innanzi alla piramide ricoperta da raffinato calcare sfavillante, costituito da un maestoso dedalo di stanze, colonne ed anche gallerie sotterranee, collegate fra loro da tortuosi passaggi.

«Io l’ho visto con i miei occhi» disse Erodoto «ed è al di sopra di ogni possibilità di descrizione: anche a pensare di descrivere una per una tutte le mura e le costruzioni dei Greci, queste apparirebbero pur sempre inferiori, per lavoro e denaro occorsi, a questo labirinto.

Esso si compone di dodici cortili coperti, contigui, con le porte opposte tra loro, sei rivolte verso nord e sei verso sud; un unico muro di cinta li separa dall’esterno. All’interno, su due piani, uno sotterraneo, l’altro superiore, si stendono 3000 stanze, 1500 per piano; le stanze del piano superiore le ho visitate e percorse personalmente, quindi posso parlarne per conoscenza diretta; su quelle sotterranee ho avuto solamente informazioni: gli addetti egiziani si rifiutarono di mostrarmele sostenendo che vi si trovano le sepolture dei re che furono i primi costruttori del labirinto e dei coccodrilli sacri. Il soffitto di tutte queste costruzioni è di pietra come pure le pareti, ma le pareti sono ricche di bassorilievi; ogni cortile è circondato da colonne di pietra bianca che si armonizzano alla perfezione»1

Di tale mitico labirinto avevano scritto, oltre ad Erodoto, anche Strabone, Plinio il Vecchio, Pitagora, Manetone e persino l’imperatore romano Settimio Severo, che visitò il Labirinto nel 199-200 d.C.

 

I segreti del labirinto

Prima di indagare la piramide, Flinders Petrie volle scavare nel luogo in cui un tempo si ergeva il labirinto; trovò i resti dei pavimenti e delle pareti di un edificio a dir poco enorme. Migliaia di frammenti giacevano a terra.

Erano forse le memorie disperse dell’antico dedalo e delle sue antiche mura?

Petrie calcolò che il recinto sacro, lungo 304 metri e largo 244 metri, avrebbe potuto ospitare: la grande sala di Karnak, tutti i templi successivi, il grande cortile, i piloni, il tempio di Mut, il tempio di Khonsu, i due grandi templi di Luxor e il tutto il Ramesseum.

 

Qual era lo scopo del Labirinto? Che messaggio custodiva?

 

Un’ipotesi è che il labirinto restituisse una sorta di percorso iniziatico, sia materiale sia metafisico, che il faraone era chiamato a compiere per la sua rigenerazione. La spiritualità egizia era incentrata sulla trasfigurazione dell’uomo in akh2: il faraone, in quanto figlio di Ra e incarnazione di Horus, aveva il diritto di ascendere alle stelle, per rinascere e vivere in eterno come un dio tra gli dèi.

Il maestoso complesso di Hawara, come ogni luogo di culto egizio, era più di una semplice sepoltura e la piramide non era solo una tomba.

La dicotomia vita-morte occidentale fatica a sintonizzarsi con la percezione ultraterrena egizia, secondo la quale vita e morte erano un fluire di stato, da terreno a stellare, interdipendenti e inscindibili.

La vita celeste era lo specchio di quella terrena e viceversa.

Tuttavia, non tutti avevano onore di essere ammessi tra gli astri imperituri, per una parte della storia egizia ciò fu un esclusivo privilegio del faraone il quale doveva, prima di tutto, aver vissuto in nome della Maat. Essa armonizzava il creato in ogni aspetto: il tempio, i geroglifici, la pietra, l’acqua, la terra, il cielo erano la manifestazione del principio cosmico e divino attorno a cui ruotava l’universo.

Osservazione dal cielo: un piano “divino”?

Per tentare di comprendere il significato del sito archeologico di Hawara è necessario osservarlo dall’alto, come il falco reale, e vedere nel suo piano terreno e divino: le acque del fiume sacro, la vegetazione rigogliosa, la pietra immortale, il cammino iniziatico, la piramide: tutto era in funzione della rigenerazione del faraone.

Un abbraccio equo di luce ed ombra che rientra nella visione cosmologica egizia, per cui tutto avveniva in funzione della Maat: il complesso templare forse riproponeva il periglioso viaggio di Ra nella Duat armonicamente diviso in 12 ore al cui termine il dio sarebbe rinato dal ventre stellato della dea Nut.

Allo stesso modo il faraone avrebbe compiuto il suo viaggio celeste attraverso il Labirinto e la piramide per ascendere alle stelle.

Anche ad Hawara si praticava il culto del sole, ereditato dalle antiche comunità preistoriche e poi organizzato dai sacerdoti di Eliopoli?

 

Il labirinto: una macchina per la resurrezione

Certamente la piramide e il labirinto appartengono ad un bagaglio simbolico così antico da perdersi nella notte dei tempi e di cui restano tracce nelle pitture rupestri paleolitiche e neolitiche, soprattutto per quanto riguarda labirinti, meandri e losanghe.

La parte superiore e quella inferiore del Labirinto riproducevano la perfetta simbiosi di cielo e terra, morte e rinascita, luce e tenebra.

Le rovine di Hawara raccontavano con voce spezzata il grandioso progetto realizzato per volontà del faraone della XII dinastia Amenemhet III, il quale volle edificare “una macchina per la resurrezione” unica e individuò nella rigogliosa oasi del Fayium il luogo perfetto ove compiere la sua opera.

 

La mano sapiente del demiurgo aveva plasmato il territorio in modo da renderlo naturalmente protetto da una catena di colline ma collegata alla Valle grazie ad un ramo del Nilo che irrigava l’intera regione.

La magia rigenerativa dell’acqua, richiamo la principio cosmico del Nun, impregnava l’intera oasi.

Qui, sin dai tempi preistorici, le popolazioni del deserto avevano trovato un’oasi in cui vivere e avevano ricoperto un ruolo fondamentale nella nascita della civiltà egiziana, come attestano le numerose tracce di attività agricola tra le più antiche dell’intero Egitto.

 

Solo il “soffitto” del labirinto?

Flinders Petrie era certo di aver scoperto le fondamenta del labirinto ma nel 2008 un’equipe del National Research Insitute of Astronomy and Geophysics (NRIAG) di Helwan in Egitto ha avanzato l’ipotesi che in realtà ciò che il grande archeologo inglese rinvenne fosse il soffitto del labirinto, sotto cui, forse, si trovavano i resti delle 3000 stanze coperte di iscrizioni.

 

Il labirinto era un gigantesco scrigno della conoscenza iniziatico-sapienziale egizia?

Quando Amenemhat III lo realizzò, le piramidi di Giza esistevano da almeno 800 anni, eppure il livello tecnologico di realizzazione del complesso era impressionante e tutt’oggi enigmatico.

Non per caso Erodoto disse che

«il Labirinto vince il confronto anche con le piramidi» e Diodoro Siculo raccontò che «era una vera meraviglia non solo per le sue dimensioni ma per la maestria inimitabile con cui era stato costruito. […] Alcuni dicevano che Dedalo fosse passato in Egitto e, meravigliato dall’edificio, costruì per Minosse, re di Creta, un labirinto come quello egizio»3

Plinio precisò che comunque Dedalo riuscì a imitarne solo la centesima parte4 ed aggiunse che alla parte inferiore si accedeva percorrendo scalinate di 90 gradini ove si trovavano colonne, immagini degli dèi, statue di sovrani e di mostri; ci si muoveva per la maggior parte nell’oscurità e senza guida difficilmente si sarebbe entrati e usciti dalla stessa parte.

Oggi possiamo solo immaginare la maestosità del complesso sacro realizzato dal faraone e non rimane che dolerci per la perdita di tale opera ingegneristica, artistica e cultuale che così tanto avrebbe da raccontare non solo sull’Antico Egitto ma anche sulla storia dell’umanità.

La spedizione del 2008

La spedizione geofisica del 2008 confermò la presenza del labirinto a sud della piramide di Hawara: molti ettari sotterranei con pareti verticali dallo spessore di diversi metri che si univano per formare numerosi ambienti circoscritti.

In superficie erano visibili resti di mattoni di fango e frammenti vari che testimoniano lo sfruttamento del luogo epoca tolemaica e romana, quando il labirinto fu adibito a cimitero e forse a zona abitativa durante il periodo bizantino

. Ma al di sotto, a 8,12 metri di profondità si trovava un reticolato dalle dimensioni gigantesche interamente realizzato in granito.

«Il tetto di tutte queste costruzioni è di pietra» scriveva Erodoto nelle Storie «come anche i muri; questi, poi, sono coperti di figure incise; ogni cortile è circondato da colonne di pietre bianche, connesse tra loro alla perfezione. Vicino all’angolo dove ha termine il Labirinto, s’eleva una piramide alta quaranta orge, sulla quale sono scolpiti degli animali di grandi dimensioni; la via che porta a essa è stata scavata sotto terra».

 

Le scansioni

Le scansioni dell’area rilevarono su entrambi i lati del canale griglie parallele, parti separate di un medesimo progetto. Ciò almeno è quanto dichiarato dalla spedizione geo-archeologica.

Ma da oltre 13 anni le ricerche sono ferme e le infiltrazioni d’acqua del canale distruggono giorno dopo giorno la memoria archeologica del sito. La struttura che tanto stupore suscitò nell’antichità è destinata a scomparire, distrutta dalle acque del Nilo.

Come detto, grandi personalità del passato che ebbero la fortuna di vedere con i loro occhi tale meraviglia ne scrissero, suggestionando le generazioni postume. È il caso di Athanasius Kircher (1601-180) che, basandosi sulle descrizioni di Erodoto, disegnò le prime ricostruzioni del labirinto. Oggi il Labirinto giace nel sottosuolo, dimenticato dagli uomini e danneggiato dal canale di irrigazione costruito agli inizi del XIX secolo.

Durante le sue campagne di scavi nel 1889 e nel 1911 Petrie pensò che il Labirinto fosse stato letteralmente fatto a pezzi, riutilizzato e quindi scomparso… in realtà è ancora là, almeno per quanto riguarda la parte sotterranea.

 

La spedizione del 2008

I risultati della spedizione del NRIAG del 2008 confermano la presenza di una grande struttura a griglia ben ordinata e disposta in profondità nel terreno, a livelli in cui Petrie non scavò mai. Sebbene la spedizione sia stata condotta con la piena collaborazione e il permesso del Consiglio Supremo delle Antichità, i risultati ufficiali e le conclusioni di questo legittimo studio scientifico non sono mai stati rilasciati.

Perché il Supremo Consiglio delle Antichità Egizie ha sospeso i lavori di scavo?

Da 13 anni un sito archeologico di inestimabile valore è lasciato deteriorarsi senza che una spiegazione razionale e accettabile. Eppure si tratta di un’opera architettonica unica nel suo genere.

L’intera piana di Hawara meriterebbe maggiore attenzione, il Labirinto nella sua concezione non può essere slegato dalla piramide, con la quale formava un complesso fisico e metafisico.

Cosa trovò Petrie al suo interno? In che condizioni versa “la macchina della resurrezione” di Amenemhat III?

 

1 Erodoto, Storie, Libro II.

2 Generato dall’unione di ba e ka, l’Akh identificava lo spirito trasfigurato del defunto che diventava eterno e luminoso. L’akh “nasceva” solo dopo la morte e trasformava il defunto in un essere immortale e poteva significare “splendido e glorioso”.

3 Diodoro Siculo, Bibliotheca historica, Libro I, 61

4 Plinio il Vecchio, Storia Naturale, Libro 36, 84-89.

 

 

Autore: Stefania Tosi

Nata a Milano, dove tuttora vive e lavora, ha conseguito la laurea magistrale in Storia Medievale presso l’Università degli Studi di Milano. Appassionata di storia antica e mitologia, nel corso degli anni ha consolidato e approfondito le conoscenze in tali ambiti, con particolare attenzione all’Antico Egitto. Oltre alla civiltà egizia, si è dedicata allo studio: • del Femminino Sacro come fenomeno storico-antropologico, a cui ha dedicato un saggio intitolato “NUOVO TITOLO dal mito all’archeologia del Femminino Sacro” edito da Uno Editori. • delle enigmatiche pitture rupestri del Paleolitico e del Neolitico. Tra le sue attività: • È docente di discipline letterarie, ricercatrice indipendente e conferenziera. • Dal 2015 collabora con la UNO EDITORI pubblicando tre saggi (“Yahweh dio della guerra”, “Il Falso Dio”, “L’origine di dio e del diavolo”).

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