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Il sanscrito, lingua e letteratura: da Panini ai vimana

Il 2 febbraio 1786, a Calcutta, William Jones sostenne davanti all'Asiatic Society che il sanscrito, il greco e il latino dovevano discendere da una fonte comune: da quel discorso nasce la linguistica comparata, e con essa un secolo di curiosità per una lingua che oggi nessuno parla come madrelingua. Il percorso va dai Veda alla grammatica di Panini, fino ai vimana, i carri volanti dei poemi epici, e al Vaimanika Shastra.

Il sanscrito antico dei Veda

La forma più arcaica della lingua sanscrita è quella dei Veda, e in particolare del Rigveda: 1.028 inni raccolti in dieci libri (mandala), per circa 10.552 versi; i libri dal secondo al settimo, detti libri di famiglia, formano il nucleo più antico, mentre il primo e il decimo contengono le parti più speculative. La composizione viene collocata dagli studiosi tra il 1500 e il 1000 a.C., ma il testo fu trasmesso a memoria con grande precisione per molti secoli prima di essere messo per iscritto, intorno al III secolo a.C.; i manoscritti più antichi giunti fino a oggi risalgono a circa il 1040 d.C. Nel 2007 il Rigveda è stato iscritto nel registro Memoria del mondo dell'UNESCO.

In italiano la traduzione di riferimento è quella curata da Saverio Sani per Marsilio nel 2000, Rgveda. Le strofe della sapienza, la prima antologia condotta secondo criteri filologici aggiornati, che ha sostituito una versione risalente agli anni Trenta.

1786: Jones e l'affinità con il greco e il latino

Nel terzo discorso annuale all'Asiatic Society di Calcutta, tenuto il 2 febbraio 1786 e pubblicato nel 1788, Jones scrisse che il sanscrito ha con il greco e il latino un'affinità più forte, nelle radici dei verbi e nelle forme della grammatica, di quanto il caso potesse produrre: nessun filologo poteva esaminarli tutti e tre senza credere che derivassero da una fonte comune. Il passo è considerato l'atto di nascita degli studi indoeuropei.

Oggi il sanscrito non ha madrelingua. Resta lingua rituale nei canti induisti e buddhisti, lingua ufficiale in due stati indiani (Himachal Pradesh e Uttarakhand) e materia di studio nelle scuole e nelle università, mentre la sua letteratura, che comprende poemi epici, testi rituali e filosofici, trattati di grammatica e commenti, resta tra le più vaste dell'antichità.

Libri sacri indù oltre il Veda: la letteratura di Upanishad, Gita e Purana

Dai testi vedici discendono altri libri sacri indù, tutti in sanscrito. Le Upanishad sono oltre duecento, 108 nell'elenco detto Muktika, con dieci-tredici testi principali; le più antiche, la Brihadaranyaka e la Chandogya, risalgono per lo più all'VIII-VI secolo a.C., ma gli studiosi non concordano sulle date. Le Upanishad spostano l'attenzione dal rito al rapporto tra atman, il sé, e brahman, la realtà ultima, e Schopenhauer ne parlò con grande ammirazione. La Bhagavad Gita, 700 versi in 18 capitoli, sta nel sesto libro del Mahabharata (Bhishma Parva): è il dialogo tra Arjuna e il suo auriga Krishna alla vigilia della battaglia, datato in genere al II o I secolo a.C.

I Purana sono 18 maggiori e 18 minori, con più di 400.000 versi in tutto; le prime redazioni si collocano tra il III e il X secolo d.C., e il contenuto varia molto da un testo all'altro. Il Bhagavata Purana, dodici libri e circa 18.000 versi, fu il primo Purana tradotto in una lingua europea: una versione francese, tratta da una tamil, uscì nel 1788. Nella cosmologia di questi testi l'universo è un brahmanda, «uovo di Brahma», e ne esistono innumerevoli, ciascuno con il proprio Brahma, Vishnu e Shiva; il Bhagavata li paragona ad atomi che si muovono.

Spesso la divulgazione accosta questi universi ai multiversi o agli universi paralleli della fisica moderna. È una lettura moderna: i Purana descrivono una cosmologia religiosa, non formulano ipotesi fisiche, e il confronto nasce dalla somiglianza di un'immagine, non da un contenuto condiviso.

Panini e le quattromila regole della lingua

Panini nacque a Salatura, nel Gandhara, nell'attuale Pakistan nord-occidentale. La data è discussa: le stime vanno dal VI al IV secolo a.C., e le prove più recenti, basate sulle monete che il testo cita, lo collocano intorno al 350 a.C. La sua opera, l'Aṣṭādhyāyī («otto capitoli»), contiene circa 3.959 regole, in forma di aforismi, ripartite in otto capitoli di quattro sezioni ciascuno, e descrive con un metalinguaggio proprio fonetica, morfologia e sintassi del sanscrito del suo tempo; alle forme del sanscrito antico dei Veda riserva regole a parte.

Il testo è brevissimo per scelta, e la sua concisione rende la lettura poco intuitiva. Prima delle regole, quattordici versi noti come Śivasūtra dispongono i suoni della lingua in modo che un'abbreviazione, il pratyāhāra, ne indichi interi gruppi: ne risultano quarantuno sottoinsiemi. Nel marzo 1967 Peter Zilahy Ingerman propose sulle Communications of the ACM di chiamare «forma di Panini-Backus» la notazione che gli informatici chiamavano forma di Backus-Naur, proprio per questa somiglianza con un sistema di regole formali. Panini è stato definito il primo linguista descrittivo, e il suo sistema ha influenzato linguisti come Saussure, Bloomfield e Chomsky.

1985: da dove viene l'idea del linguaggio macchina

L'idea che il sanscrito sia un linguaggio macchina, o che somigli a un linguaggio di programmazione, si rifà quasi sempre a un articolo: Knowledge Representation in Sanskrit and Artificial Intelligence di Rick Briggs, pubblicato in AI Magazine, volume 6, numero 1, nella primavera del 1985 (pagine 32-39).

Briggs sosteneva una cosa più limitata e più interessante. Gli informatici si erano impegnati per vent'anni a progettare rappresentazioni non ambigue del linguaggio naturale, e i loro schemi risultavano macchinosi; i grammatici indiani avevano elaborato un metodo per parafrasare le frasi sanscrite in modo non ambiguo, simile per forma ai reticoli semantici della ricerca sull'intelligenza artificiale. La sua tesi era che una lingua naturale possa servire anche da lingua artificiale, e che molto lavoro dell'IA avesse reinventato una ruota millenaria. Non scrisse che il sanscrito sia un codice eseguibile da una macchina, e nel linguaggio macchina degli informatici, il codice binario di un processore, non c'è nulla di sanscrito.

I vimana: Pushpaka, nei poemi epici

I vimana compaiono nelle epopee. Il Ramayana, attribuito a Valmiki, conta circa 23.400 versi in sette libri, e le stime sulla fase più antica del testo vanno dall'VIII al IV secolo a.C.; la sua traduzione italiana integrale, basata sull'edizione ottocentesca di Gaspare Gorresio, è uscita da Mimesis in tre volumi. Il Mahabharata, attribuito a Vyasa, conta circa centomila versi, più o meno dieci volte l'Iliade e l'Odissea insieme.

Il vimana più celebre è il Pushpaka: costruito da Vishvakarma per Brahma, passato a Kubera e rubato da Ravana insieme a Lanka, è il carro che dopo la vittoria riporta Rama ad Ayodhya. Il testo lo descrive come un carro simile al sole che va dove si vuole, ed è un oggetto del mito, non una descrizione tecnica.

Il Vaimanika Shastra e lo studio del 1974

Chi sostiene che i vimana fossero veri aerei cita quasi sempre il Vaimanika Shastra. Il testo fu reso noto nel 1952 da G. R. Josyer, che lo attribuì a Pandit Subbaraya Shastry (1866-1940): costui avrebbe dettato, tra il 1918 e il 1923, un'opera in otto capitoli e circa tremila versi ricevuta in modo medianico dall'antico saggio Bharadvaja. Una traduzione in hindi uscì nel 1959 e una edizione sanscrito-inglese nel 1973.

Nel 1974 un gruppo dell'Indian Institute of Science di Bangalore (H. S. Mukunda, S. M. Deshpande, H. R. Nagendra, A. Prabhu e S. P. Govindaraju) ne esaminò il contenuto tecnico su Scientific Opinion. Concluse che il testo non può essere datato prima del 1904, che gli aerei descritti sono inattuabili e che alcune trattazioni del volo violano le leggi di Newton: definì i velivoli descritti «poor concoctions», pasticci poveri, e non l'espressione di qualcosa di reale. Le analisi linguistiche e storiche collocano il manoscritto tra il 1900 e il 1922, e viene oggi classificato tra le opere pseudoscientifiche. Sul piano storico, dunque, il Vaimanika Shastra è un'opera del primo Novecento, e i vimana dei poemi epici restano un fatto di letteratura.

Libri citati

  • Rgveda. Le strofe della sapienza, a cura di Saverio Sani (2000)
  • Ramayana. Il grande poema epico della mitologia indiana, a cura di Saverio Sani, Carlo Della Casa e altri
  • Aṣṭādhyāyī, Panini
  • Vaimanika Shastra, Pandit Subbaraya Shastry, trad. G. R. Josyer (1973)
  • Upanishad, testi anonimi
  • Bhagavad Gita, attribuita a Vyasa
  • Bhagavata Purana, attribuito a Vyasa

Fonti

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