Achei e micenei nell'Iliade: chi erano secondo testi e DNA
Nell'Iliade la parola «achei» compare 598 volte, ma a quale popolo storico corrispondesse lo si è capito solo a tappe: gli scavi di Micene, la decifrazione della Lineare B, i testi ittiti e, nel 2017, l'analisi del DNA. Chi erano gli achei, e che rapporto avevano con i micenei, è la domanda che tiene insieme i quattro passaggi.
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Tre nomi per gli stessi uomini
Omero non conosce un solo nome per i Greci che assediano Troia. Nell'Iliade li chiama achei 598 volte, argivi 182 volte, danai 138 volte, e i tre termini funzionano come sinonimi. «Elleni» e «panelleni» compaiono una volta sola ciascuno. Un epiteto ricorrente accompagna i primi: gli achei sono «dalla lunga chioma».
Il quadro cambia con l'età classica. Allora «Achaia» è una regione piccola del Peloponneso settentrionale, e gli achei sono i suoi abitanti. Quando Omero dice «achei» intende dunque qualcosa che il greco successivo aveva già perduto: un nome collettivo di un'età lontana. Chi erano gli achei, nella realtà, è la domanda a cui rispondono tre tipi di prove: i testi, gli scavi, i geni.
Schliemann a Micene
Nel 1876 Heinrich Schliemann scavò a Micene il circolo A delle tombe a fossa, un cimitero regale con sei sepolture, e vi trovò una maschera d'oro che battezzò «maschera di Agamennone». L'identificazione era sbagliata: la maschera è più antica di oltre trecento anni rispetto alla guerra di Troia. Tre anni prima, nel 1873, a Hissarlik aveva creduto di trovare il «tesoro di Priamo», che risale in realtà a un periodo fra il 3000 e il 2000 a.C., troppo antico per la guerra di Troia. Il suo metodo di scavo era sbrigativo, e gli archeologi successivi hanno corretto molte sue letture.
Il sito, però, parlava di una civiltà vera. Micene fu un grande centro della Grecia continentale fra il 1600 e il 1100 a.C. circa, con la Porta dei Leoni e mura costruite con blocchi così grandi che i greci posteriori li attribuirono ai ciclopi; intorno al 1350 la cittadella ospitava, secondo le stime, circa 30.000 persone. Fra i monumenti restano il cosiddetto tesoro di Atreo e le mura. Fu distrutta fra il 1200 e il 1150 a.C. nel crollo generale dell'età del Bronzo.
La Lineare B: i micenei scrivevano in greco
Nel 1900 Arthur Evans trovò a Cnosso, a Creta, il 5 aprile, il primo grande deposito di tavolette in una scrittura sillabica che chiamò Lineare B. Risale a circa il 1450 a.C., molti secoli prima dell'alfabeto greco. Ha circa 87 segni sillabici e più di cento ideogrammi, ed era usata dai palazzi per tenere i conti: lana, grano, bestiame. Le tavolette si sono conservate perché furono cotte dagli incendi che distrussero i palazzi.
Per decenni nessuno seppe quale lingua nascondessero. Alice Kober, negli anni Trenta e Quaranta, costruì griglie che mostravano come i segni si combinassero in schemi grammaticali; Emmett Bennett fissò nel 1950 la numerazione dei segni, ancora in uso. Nel 1952 Michael Ventris annunciò alla BBC che la lingua era greca, «un greco difficile e arcaico, cinquecento anni più vecchio di Omero». Con John Chadwick completò la decifrazione fra il 1951 e il 1953. Il risultato fece di Micene un mondo greco a pieno titolo, con scrittura propria, e collegò i micenei alla lingua di cui Omero è il primo grande testimone: il greco delle tavolette è la forma più antica attestata di quella lingua.
Ahhiyawa nei testi ittiti
Anche fuori dalla Grecia qualcuno parlava di loro. I documenti ittiti dell'età del Bronzo nominano un paese occidentale, Ahhiyawa, e la cosiddetta lettera di Tawagalawa tratta il suo re da pari. Gli egizi ricordano un popolo chiamato Ekwesh. Il nome suona vicino ad «Achaioi», e gli studiosi lo associano oggi al mondo miceneo o a una parte di esso, anche se il centro politico resta incerto: Rodi, Micene o Tebe, a seconda delle ipotesi. Achei, Ahhiyawa ed Ekwesh sarebbero così lo stesso popolo visto da tre culture diverse: è l'identificazione oggi più condivisa, non una prova definitiva. L'origine linguistica del nome è a sua volta discussa; qualcuno propone una radice prellenica.
Che cosa dice il DNA
Nel 2017 Iosif Lazaridis e colleghi pubblicarono su Nature (548, 214-218) lo studio «Genetic origins of the Minoans and Mycenaeans». I dati vengono da 19 individui antichi: minoici di Creta, micenei della Grecia continentale e loro vicini dell'Anatolia sud-occidentale. Il confronto è stato fatto con oltre 330 genomi antichi e 2.600 genomi moderni. I micenei erano quattro, provenienti da siti del Peloponneso e dall'isola di Salamina, in un arco di tempo che va più o meno dal 1700 al 1200 a.C., un periodo che comprende la fioritura di Micene. Il campione è piccolo, e va letto come tale: quattro persone non rappresentano un'intera civiltà.
I risultati: minoici e micenei erano geneticamente simili, con almeno tre quarti di ascendenza (circa il 74 per cento) dai primi agricoltori neolitici dell'Anatolia occidentale e dell'Egeo e, per il resto, in buona parte da popolazioni legate al Caucaso e all'Iran (circa il 13 per cento). I micenei si distinguevano per una componente in più, tra il 4 e il 16 per cento, legata ai cacciatori-raccoglitori dell'Europa orientale e della Siberia, arrivata attraverso una fonte vicina alla steppa o all'Armenia. I greci moderni discendono in larga parte dai micenei, pur con apporti successivi. Lo studio, firmato da un gruppo dell'Università di Washington, di Harvard Medical School e del Max Planck, smentisce l'idea di micenei invasori estranei ai minoici. Lazaridis ha ricordato che minoici, micenei e greci moderni condividono anche una quota di ascendenza legata a popolazioni del Caucaso, dell'Armenia e dell'Iran.
Sull'aspetto, l'articolo usa lo strumento HIrisPlex e deduce capelli e occhi per lo più scuri, in linea con le raffigurazioni di affreschi e vasi: lo studio non offre dunque appigli ai micenei biondi. Il DNA, naturalmente, dice da chi si discende, non quale nome si portasse o quale lingua si parlasse: per questo servono i testi. E la «lunga chioma» omerica resta un epiteto da lasciare alla poesia.
Libri citati
- Iliade, Omero