Il diluvio universale da Gilgamesh alla Genesi
Nel dicembre 1872, davanti alla Society of Biblical Archaeology e con il primo ministro Gladstone in sala, George Smith lesse la traduzione di una tavoletta di Ninive che raccontava un diluvio più antico di quello di Noè. Da allora i testi mesopotamici e la Genesi si leggono fianco a fianco: la versione sumera di Ziusudra, l'Atrahasis babilonese, l'undicesima tavola dell'Epopea di Gilgamesh e infine il racconto biblico, con la domanda che molti si pongono, cioè se il diluvio universale abbia lasciato tracce.
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Una tavoletta di Ninive e una sala gremita
George Smith, assiriologo inglese di trentadue anni, lavorava sulle tavolette cuneiformi della biblioteca di Assurbanipal a Ninive: dagli scavi degli anni Cinquanta dell'Ottocento ne erano arrivate circa 15.000. Su una di esse trovò il racconto di una barca e di uccelli liberati. Nel dicembre 1872 ne presentò la traduzione alla Society of Biblical Archaeology; il clamore fu tale che il Daily Telegraph finanziò nel 1873 una spedizione a Ninive per cercare i frammenti mancanti. Smith morì nel 1876, a trentasei anni, di dissenteria contratta durante un'altra missione.
La tavoletta era l'undicesima dell'Epopea di Gilgamesh, che nella redazione babilonese standard, compilata fra il XIII e il X secolo a.C., conta dodici tavolette; la dodicesima è un'appendice tratta da un poema sumerico più antico. La copia di Smith è del VII secolo a.C. Il poema, nato in sumerico e poi tradotto in accadico, è considerato la più antica narrazione letteraria conservata. Il diluvio, però, non era nato lì. Gli studiosi ritengono che i redattori l'abbiano incorporato nella tavoletta XI da un poema più antico, l'Atrahasis.
Ziusudra, il re sumero di Shuruppak
Il testo più antico è in sumerico. Una tavoletta trovata a Nippur nel 1893 e databile intorno al 1600 a.C. conserva una composizione oggi chiamata Genesi di Eridu, nota in tre versioni frammentarie. Si apre con un discorso della dea Nintur, che invita gli uomini ad abbandonare la vita nomade e a costruire città; racconta poi la nascita delle prime città (Eridu, Badtibira, Larak, Sippar, Shuruppak) e poi un diluvio: il rumore degli uomini disturba il dio Enlil, che decide di cancellarli. Enki, il dio dell'acqua dolce e della saggezza, avverte Ziusudra, re di Shuruppak, perché costruisca una barca. La barca viene sballottata dalle acque per sette giorni e sette notti; quando la tempesta cessa Ziusudra offre sacrifici al dio sole Utu.
I Sumeri, insomma, avevano già la struttura che ritroveremo nei testi successivi: una decisione presa in un'assemblea di dèi, un dio che tradisce il segreto per salvare un uomo, la barca, il sacrificio finale.
Atrahasis: la ragione del diluvio
L'Atrahasis è un poema accadico del XVIII secolo a.C.; la copia più antica risale a circa il 1650 a.C. Il nome del protagonista significa «straordinariamente saggio». Qui il diluvio è l'ultimo atto di una lunga storia: gli dèi minori, gli Igigi, si ribellano alla fatica di scavare i canali per gli Anunnaki; per sostituirli si creano gli esseri umani, impastando l'argilla con la carne di una divinità uccisa. Gli uomini si moltiplicano, in milleduecento anni il loro frastuono impedisce a Enlil di dormire, e lui manda prima pestilenze e carestie, poi il diluvio.
Enki, di nascosto, avverte Atrahasis, che costruisce la nave e si salva con la famiglia. Alla fine gli dèi decidono di limitare la crescita umana con la mortalità e con una durata di vita più breve. È un racconto che spiega perché gli uomini muoiono e perché i loro rapporti con gli dèi sono quelli di chi lavora a un compito altrui.
Utnapishtim e le mosche degli dèi
Nella tavoletta XI di Gilgamesh il superstite si chiama Utnapishtim, e il racconto è messo in bocca a lui. Gilgamesh, il re di Uruk che dopo la morte di Enkidu cerca l'immortalità, lo raggiunge e gli chiede come l'abbia ottenuta. Utnapishtim risponde con la storia del diluvio. Il dio Ea, nome accadico di Enki, lo avverte parlando alla parete di canne della sua casa, e gli ordina di costruire un battello coperto come l'apsu, l'abisso d'acqua dolce.
La tempesta dura sei giorni e sette notti. Finita la piena, Utnapishtim libera tre uccelli: la colomba e la rondine tornano indietro, il corvo no, segno che ha trovato terra asciutta. Offerto il sacrificio, gli dèi si affollano sull'odore della carne «come mosche». Enlil, furioso che qualcuno si sia salvato, finisce per benedire Utnapishtim e la moglie, concedendo loro l'immortalità: il dono che Gilgamesh cercava e che a lui sarà negato.
Ishtar nella tavoletta XI e la Regina della notte
Nella tavoletta XI la dea Ishtar è la voce che reagisce alla catastrofe. Quando le acque salgono urla come una partoriente e si rimprovera di aver parlato male nell'assemblea degli dèi, dove aveva approvato la distruzione di un popolo che riempiva il mare come i pesci. Poi giura sul lapislazzuli che porta al collo: come non lo dimenticherà, così non dimenticherà quei giorni. Invita gli dèi all'offerta di Utnapishtim, ma ne esclude Enlil, che ha scatenato la piena senza pensare alle conseguenze.
Ishtar, la Inanna dei Sumeri, è la dea dell'amore e della guerra. Una parte degli studiosi la riconosce nel rilievo di terracotta noto come Burney Relief, dal nome del mercante londinese Sidney Burney che lo possedette: una figura femminile alata, con piedi di uccello, alto 49,5 centimetri e databile al XIX o XVIII secolo a.C. Il British Museum lo ha acquistato nel 2003 per 1,5 milioni di sterline e lo espone come Regina della notte. Chi vi vede Ishtar si appoggia ai leoni e al motivo dei monti; altri propongono Lilitu, un demone mesopotamico, per le ali e i piedi d'uccello, altri ancora Ereshkigal, la dea degli inferi. L'identificazione resta discussa.
Noè nella Genesi: che cosa cambia
La Genesi (capitoli 6-9) segue una sequenza di eventi quasi identica (avvertimento, nave, piena, uccelli, sacrificio) con una teologia diversa. Dio ordina a Noè un'arca di legno di cipresso lunga 300 cubiti, larga 50 e alta 30. La pioggia cade per quaranta giorni e quaranta notti, Noè libera prima un corvo, poi una colomba, che al secondo volo torna con un ramoscello d'ulivo appena colto. Uscito dall'arca, Noè costruisce un altare e offre olocausti.
Cambiano le motivazioni, le proporzioni e l'esito. Il Dio della Genesi è uno solo, decide da sé e agisce per giudicare la malvagità umana, non perché il frastuono impedisca di dormire; non c'è assemblea, e nessuno tradisce un segreto. Noè non riceve l'immortalità: dopo il sacrificio Dio promette di non maledire più la terra a causa degli uomini, pur riconoscendo che l'inclinazione del cuore umano è al male fin dalla giovinezza. Pochi studiosi dubitano oggi che il racconto biblico dipenda da fonti mesopotamiche.
Il diluvio fu universale?
Gli scavi mesopotamici hanno riportato alla luce un fatto concreto: a Shuruppak, la città di Ziusudra, uno strato di sabbia e argilla alluvionale alto sessanta centimetri separa due fasi di occupazione intorno al 2900 a.C. Depositi simili compaiono in altri siti, in epoche diverse, come ci si aspetta dalle piene di due fiumi come il Tigri e l'Eufrate. Un diluvio universale, cioè una catastrofe valida per tutto il pianeta, non ha lasciato tracce; ne restano memorie di inondazioni regionali, ingrandite dalla tradizione. Esiste anche l'ipotesi di un'irruzione improvvisa del Mediterraneo nel bacino del Mar Nero intorno al 5600 a.C., ma resta controversa e priva di conferme definitive.
Per leggere i testi in italiano esiste La saga di Gilgamesh di Giovanni Pettinato, pubblicata da Rusconi nel 1992, con la tavoletta XI nella traduzione dall'accadico.
Libri citati
- La saga di Gilgamesh, Giovanni Pettinato (1992)