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L’enigma della piana di Hawara. Seconda parte: la Piramide

Ritrovamento inaspettato

Raggiungere il cuore di granito della piramide era tutt’altro che facile.

«Yalla! Yalla!»

La voce di Petrie risuonava nel cunicolo ma, nonostante il sorriso incoraggiante, si percepivano la fatica e l’ansia per la lenta esplorazione.

Già l’apertura della piramide si era rivelata molto più complicata del previsto, infatti, Petrie aveva pensato che l’ingresso si trovasse sul lato nord, come era stato per altre piramidi e documentato da Belzoni, Mariette e Perring, tuttavia i tentativi fatti in quell’area si erano rivelati errati. Tra l’altro già altri avevano tentato di acceder all’interno della piramidi da quel lato senza riuscirvi, e ciò era dimostrato dagli squarci presenti sulla parete.

Gli effetti di tali maldestri lavori aveva deturpato in modo irrimediabile la struttura, già duramente saccheggiata del rivestimento esterno.

Dopo molte ricerche Petrie individuò l’ingresso nella facciata sud e da quasi due mesi dirigeva personalmente lo scavo nel corpo roccioso della piramide di Hawara, antistante ai resti del Labirinto.

Il suono cadenzato dei picconi risuonava sinistro nel silenzio dell’oasi. Ogni colpo rivelava sempre di più l’anima millenaria della struttura: Flinders e la sua squadra riuscivano ad avanzare circa un metro e mezzo al giorno, di più era impossibile per il caldo, per i detriti, per la fatica.

Mentre avanzavano verso il centro della piramide, più di una volta si verificarono incidenti con caduta di materiale.

Sino a quel momento avevano percorso un corridoio discendente tutto in calcare che sfociava in una camera da cui si diramavano un vicolo cieco e un passaggio verso est che, dopo una serie di svolte prima a nord e poi ad ovest, immetteva in una stanza scavata direttamente nella roccia.

Nel cuore di una notte di aprile, un componente della squadra di lavoro corse ad avvertire Petrie: “the stone is found!”.

Cosa si cela nel cuore di Hawara?

Si trattava del tetto spiovente della camera funeraria. Tre blocchi di quarzite la sigillavano come una cassaforte.

Sospirando, Petrie si asciugò la fronte madida di sudore e con voce tagliente diede ordine di tornare indietro. Fu l’ultimo ad uscire, accompagnando ogni passo con una impercettibile imprecazione.

Petrie ardeva dal desiderio di espugnare la camera funerarie e portare alla luce il sarcofago con il corpo del faraone Amenemahat III, ma doveva attendere ancora. Non poteva fare altro che fermare i lavori e richiedere manodopera specializzata da Medinet.

Coloro che giunsero, però, si rivelarono incapaci di completare un lavoro di simile portata inoltre, essendo la stagione ormai avanzata, Petrie lasciò a malincuore l’Egitto per tornare a Londra.

Fu quando tornò in novembre che riprese alacremente i lavori per espugnare il cuore di pietra dura della piramide di Hawara. I tagliapietre ci misero 21 giorni prima di riuscire a scalfire la corazza di quarzite.

Il mistero si infittisce

Una volta dentro, Petrie osservò e prese nota di ogni particolare. Il pavimento della camera era ricoperto da detriti e terra. Quasi non badava più ai piedi inzuppati d’acqua, anche se sapeva benissimo che si trattava di un dettaglio estremamente pericoloso: le acque del canale, che scorreva affianco della piramide, stavano defluendo in modo lento ma costante nelle fondamenta dell’antica struttura e prima o poi l’avrebbero allagata del tutto.

Non era la sua prima campagna di scavo e aveva avuto modo di vedere altre camere sepolcrali, tuttavia quella che gli si parò davanti aveva qualcosa di unico: realizzata interamente in quarzite, la struttura misurava 7 metri in lunghezza, 2,5 metri in larghezza e circa 2 metri di altezza. L’archeologo stimò che il peso si aggirasse attorno alle 100 tonnellate.

Guardandosi attorno, aggrottò la fonte perplesso.

Si trattava della camera funeraria del faraone?

In effetti era molto strana come struttura in quanto non era propriamente una “stanza” quanto uno scrigno di quarzite realizzato a protezione del presunto sarcofago e tesoro del faraone.

Però Amenemhat III era stato un faraone della XII dinastia e, secondo una pratica cultuale consolidata da secoli, anch’egli aveva richiesto che il sepolcro fosse ricoperto da scene riguardanti la sua rinascita e dalle formule magiche che avrebbero protetto il suo viaggio cosmico.

Durante la XII dinastia, oltre ai noti Testi delle Piramidi, iniziavano ad essere usati anche i Testi dei Sarcofagi, ma la camera funeraria di Amenemhat III era spoglia, senza iscrizioni o raffigurazioni.

Come avrebbero fatto il ba e il ka del sovrano a ritrovare il corpo del faraone e a sopravvivere in questa e nell’altra vita? Dove erano le false porte? Le tavole per le offerte? I cartigli con il nome del faraone?

Il mistero intorno alla piramide di Hawara continuava da infittirsi.

Ma gli intrighi non sono finiti

A differenza di altre piramidi, divenute celebri per i loro corredi e le pareti adornate dai Testi delle Piramidi, quella di Amenemhat III era un monolite vuoto e provare che avesse contenuto la mummia del costruttore del Labirinto era impossibile.

Petrie però rilevò tracce inconfutabili della famiglia reale: nell’anticamera fu rinvenuta una tavola d’offerta in alabastro e i alcuni frammenti di vasi rituali, sempre in alabastro, recanti il nome della principessa Neferu-Ptha, figlia di Amenenmhat III. E nella camera sepolcrale, invece, fu scoperto un secondo sarcofago inserito tra quello in quarzite di Amenemhat III e il muro orientale della camera; tuttavia quell’elemento, dedusse Petrie, pareva proprio essere stato aggiunto in un secondo tempo, come se non avesse fatto parte del progetto originale: la principessa era morta prima del padre e per questo il suo sarcofago era stato inserito nella camera funeraria della piramide di Hawara.

Anche in questo caso però, come l’archeologo constatò amaramente, mancava la mummia che comprovasse l’effettiva sepoltura.

La mancanza di tesori e suppellettili di varia natura lo portarono a ritenere che la tomba fosse stata saccheggiata. Niente di ciò che fu trovato (frammenti di ossa e di carbone, perline e intarsi) poteva essere attribuito con sicurezza a Neferuptah o ad Amenemhat III.

Inoltre, la tecnica costruttiva solleva più di un dubbio.

L’esecuzione dei lavori fu eccellente e strabiliante nella sua precisione: le pareti della camera funeraria erano così lisce e regolari da riflettere come uno specchio la luce delle candele; gli angoli perfetti e senza traccia di congiunzione. L’originario ingresso alla camera fu sigillato da una lastra pesante circa 45 tonnellate.

Quanto fu difficile trasportare da oltre 700 chilometri l’enorme camera monolitica di oltre 100 tonnellate e poi calarla all’interno della piramide di Hawara?

E con quale maestria era stato possibile inserire i sarcofagi e poi posizionare in modo perfetto le grandi travi di pietra, sia orizzontali sia inclinate, così da sigillare la sepoltura?

La rivelazione

In realtà la nostra conoscenza dei segreti di Hawara è ferma a ciò che scrisse M.W. Flinders Petrie, poiché dopo di lui nessuno più è riuscito ad entrare e a visionare l’interno della piramide né tantomeno della camera sepolcrale.

Per questo il resoconto di Petrie stupisce anche il granitico Zahi Hawass, archeologo, egittologo e Segretario generale del Consiglio supremo delle antichità egizie. Egli stesso, intervistato riguardo alla piramide di Hawara, ha ammesso di non avere idea di come abbiamo fatto i ladri a penetrare nella camera funeraria e svuotarla di tutto. Molti altri studiosi l’hanno definita “la più impenetrabile dell’Antico Egitto”.

In effetti, come abbiamo visto, la camera interna era davvero simile ad una cassaforte di quarzite, ben assemblata e perfettamente sigillata.

Coloro che precedettero Petrie riuscirono a farsi strada per oltre 100 metri di passaggi, alcuni veri e propri vicoli ciechi e poi, una volta giunti presso il cuore di pietra della struttura, a fare breccia nelle spesse lastre di quarzite che avvolgevano la camera. Eppure sappiamo che Petrie le trovò integre, tanto è vero che dovette servirsi di tagliapietre specializzati che lavorarono indefessamente per tre settimane.

Chi ha saccheggiato la tomba di Amenmhat III?

Il grande archeologo, innanzi all’assenza di tesori, dedusse che in tempi antichi il sepolcro fosse stato saccheggiato da ladri che in qualche modo erano entrati in possesso dei piani costruttivi.

Se ciò fosse vero, allora tale presunto saccheggio deve essere avvenuto poco dopo la chiusura della tomba, quando ancora era possibile corrompere coloro che avevano lavorato e/o progettato la piramide stessa. Ciò, inoltre, potrebbe spiegare come i razziatori riuscirono ad aggirare il problema delle lastre di quarzite.

Esisteva forse una di passaggio segreto?

Ancora una volta per tentare di comprendere il significato dei siti archeologi dell’Antico Egitto, è necessario osservarli nel loro insieme.

Come spiegato nell’articolo precedente oasi, acqua e vegetazione formavano un tutt’uno con le costruzioni sacre, poiché ciascuna partecipava alla rappresentazione del ciclo cosmico di morte e resurrezione.

L’intera oasi era custodita da due giganti di quarzite, alti 11 metri e pesanti 350 tonnellate: i colossi, dalle fattezze di Amenemhat III, sorvegliavano l’ingresso dell’area sacra e celebravano il faraone autore del complesso sacro.

Ma se anche ciò fosse vero – e non vi sono prove a sostegno di tale ipotesi- resterebbe da spiegare come abbiano fatto a svuotare il ricco corredo del faraone attraverso un passaggio che per ovvi motivi non poteva essere né largo, né spazioso.

Si tenga anche conto del fatto che, come sottolineato da Petrie stesso, non sussistono prove a sostegno dell’avvenuta inumazione né di Amenemhat III e né di sua figlia NeferuPtha.

Resti di un glorioso passato

La piramide di Hawara oggi giace riversa su se stessa, come un animale morente, con la pelle ruvida di mattoni scuri segnata dal tempo e dall’incuria umana. Pare impossibile immaginare ciò che un tempo fu, quando si stagliava fiera e lucente nel cuore verde del Fayium e il suo corpo compatto e liscio pareva fatto di luce pura, tanto era scintillante.

L’ombroso Labirinto e la luminosa Piramide raffiguravano un concetto unico e inscindibile, il già citato ciclo eterno di morte e rinascita, sia in terra sia in cielo. Purtroppo oggi, per chi vorrà visitare il sito, troverà un cartello sgangherato con la scritta “labirinth” che indica un campo sabbioso… e, più avanti, la sagoma contorta della piramide; entrambi sono abbandonati a se stessi e all’intemperie.

Per secoli il sito fu cannibalizzato dalle popolazioni locali che si servirono delle pietre del rivestimento in calcare della piramide e delle rocce del labirinto per le proprio costruzioni, come case, strade o canali.

D’altronde si sa che con l’affermazione della religione islamica, tutto ciò che apparteneva al mondo faraonico (e quindi pagano) non era ritenuto di valore ma anzi andava “messo sotto i piedi”. Così è molto facile, girando per le città egiziane moderne, imbattersi in blocchi con geroglifici o decorazioni usti come scalini, architravi o “mattoni”.

Nonostante oggi la sensibilità storia ed archeologica sia diversa, il sito di Hawara sembra destinato a sprofondare nelle acque e nelle sabbie con tutti i suoi segreti.

La totale assenza di opere di tutela archeologica ha portato il labirinto a venire ignorato e le infiltrazioni dell’acque del canale hanno finito per allagare ogni corridoio della piramide, rendendo impossibile qualunque esplorazione.

L’abbandono di Hawara, che lo si voglia credere o no, è una perdita inestimabile di un pezzo della storia dell’umanità.

 

 

 

Autore: Stefania Tosi

Stefania Tosi, laureata in Storia, è docente di materie umanistiche, ricercatrice indipendente, studiosa di storia antica e di mitologia. Da più di dieci anni si occupa di storia dell’Antico Egitto e dei testi sacri egizi a cui ha successivamente affiancato l’analisi dei testi biblici. Vive e lavora a Milano.

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