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La resurrezione di Gesù: cos’è davvero successo? Cosa dicono i Vangeli apocrifi?

La resurrezione di Gesù

Sull’esistenza storica di un uomo chiamato Gesù (Giosuè, Yehoshua, Yeshua), non vi sono più tanti dubbi.

Ha camminato per le terre della Palestina, esercitando il ministero politico di rabbi messianista davidico, soprattutto nelle terre della Galilea, ed è stato condannato a morte dai Romani con la complicità della casta sacerdotale ebraica.

La discussione sulla storicità dei singoli eventi rimane ancora aperta, ma quasi più nessuno, in ambito accademico, mette in dubbio la storicità dell’uomo conosciuto come Gesù su cui si sono poi costruite decine e decine di interpretazioni e re interpretazioni teologiche, ellenistiche, spiritualiste fra le più disparate.

Ma sull’evento della resurrezione, la cui prima testimonianza deriva dalle lettere di Paolo di Tarso, fin dove possiamo spingerci con le considerazioni? 

È indubbio che, se preso a sé, un tale evento esula dalla sfera di competenza dell’indagine storica. Si radica, invece, nella sfera della fede dei singoli individui. Per converso, è anche vero che la testimonianza primitiva della resurrezione ha comunque attecchito nel tessuto degli eventi storici, influenzando già alla fine del I secolo d.C. parte della società del tempo, per poi esplodere in una varietà di interpretazioni talmente disomogenee da stuzzicare l’interesse generali di svariati autori.

Le lettere di San Paolo, prime testimonianze resurrezione

A livello cronologico la prima testimonianza cristiana è incarnata nelle lettere paoline – divise fra autentiche, pseudoepigrafiche e pastorali). La certezza del ritorno immediato di Gesù era talmente forte e radicata nelle comunità a cui l’ “Apostolo dei Gentili” si rivolgeva (1 Cor 16, 22), che, con la morte dei primi fedeli, lo stesso Paolo dovette trovare una giustificazione nel mancato arrivo del Messia.

Fu proprio la dottrina paolina della resurrezione, infarcita di elementi ellenistici completamente estranei alla logica giudaica (1 Cor 15, 38-41), ad offrire un messaggio di speranza a quei fedeliche non solo vedevano morire i propri cari uno a uno, ma che attendevano invano il ritorno di Gesù nell’arco della propria generazione.

Nel mio libro Il Cristianesimo. Un’invenzione di “San” Paolo è stato appurato come Paolo non solo fosse in netto contrasto con la comunità gerosolimitana (gli Apostoli governati da Giacomo il Giusto, fratello di Gesù), ma che avesse iniziato una personalissima predicazione di un suo personalissimo Vangelo. Aveva negato la circoncisione e la legge mosaica a favore della sola fede, calandole in un contesto fortemente ellenista e molto più vicino ad un pubblico extra-giudaico.

Abbiamo quindi avanzato l’ipotesi che fu Paolo il primo a dare una personalissima dottrina della resurrezione, estrapolando dalla comunità apostolica originaria l’attesa del ritorno imminente di Gesù (la parusia).

E allora, cosa aspettavano davvero i primi, veri seguaci del Gesù storico?

Prendendo in esame un documento giudeo-cristiano come la Didachè (i cui elementi esseni sono evidenti secondo il gesuita, cardinale e teologo J. Daniélou nel suo libro Teologia del giudeo-cristianesimo), tale era l’attesa del ritorno imminente di Gesù, che la comunità urlava a gran voce il famoso Maranatha (una vera e propria esortazione che recita: “Vieni, Signore!”).

Ma a cosa era dovuta questa attesa?

Nei Vangeli la questione della resurrezione è alquanto curiosa, trattata in maniera differente in ogni testo, ma con un sottile filo rosso che li collega.

Resurrezione nei Vangeli di Marco, Matteo, Giovanni e Luca

Nel Vangelo di Marco, il primo ad essere stato redatto attorno al 70, si legge che le donne andarono al sepolcro, ma lo trovarono vuoto. All’interno del sepolcro vi era un giovane, che rassicurò le donne spaventate dicendo loro che Gesù non era più lì, ma che avrebbe aspettato i suoi discepoli in Galilea:

Quelle, però, uscite dal sepolcro fuggirono prese da tremore e da stupore, e non dissero nulla a nessuno, perché avevano paura (Mc 16, 8).

Così ha termine il primo Vangelo. Ma, questo famoso epilogo identificato come “finale di Marco” è stato definito come una redazione di molto successiva in aggiunta al testo originale.

Ciò che è interessante notare dal testo genuino di Marco non è solo la mancata testimonianza da parte delle donne che fuggirono via terrorizzate, ma la parola fuorviante “resurrezione” usata nel testo italiano. Il testo greco tende ad essere più preciso usando il termine γρθη (ēgerthē), che deriva da γείρω (egeiró), il cui primo significato è “svegliarsi, alzarsi”. Sebbene il termine venga ora utilizzato per descrivere l’atto in cui una persona si sveglia dal sonno della morte, il significato originario era distaccato da tale contesto. In Marco abbiamo perciò una persona che si alza dal proprio sepolcro lasciando quel posto.

Nel Vangelo di Matteo viene descritto l’incontro degli degli Undici discepoli con il loro maestro redivivo in Galilea. Nel testo accade un fatto curioso: «Quando lo videro gli si prostrarono; alcuni invece dubitavano» (Mt 28, 17). Il dubbio si era insinuato in alcuni degli apostoli più intimi…

Come era possibile un fatto del genere? Non erano passati anni dalla condanna a morte di Gesù, ma solo qualche giorno. Come facevano a dubitare della reale presenza del loro maestro che fino a qualche giorno prima era lì con loro?

Anche nel Vangelo di Luca questo mancato riconoscimento è presente (Lc 24, 13-35), e addirittura nel Vangelo di Giovanni, quando la Maddalena si trova da sola davanti al sepolcro vuoto, il testo tende a sottolineare un particolare curioso:

Detto ciò, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì, ma non sapeva che era Gesù. Egli le disse: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Quella, pensando che fosse l’ortolano, rispose: “Signore, se lo hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io lo andrò a prendere”. Le disse Gesù: “Maria!”. Quella, voltatasi, gli disse in ebraico “Rabbunì!” (Gv 20, 14-16).

È doveroso precisare come in entrambi i Vangeli non vi è scritto che Gesù si fosse camuffato o che avesse assunto una forma diversa dalla propria: anzi, i due testi di Luca e Giovanni precisano a chiare lettere che la persona che si trovava di fronte ai due discepoli e a Maria era davvero Gesù (Lc 24, 15; Gv 20, 14), sebbene Giovanni precisa come Maria lo scambiò per qualcuno che lavorava in quel posto.

I discepoli incontrarono Gesù… E allora perché attendono il ritorno?

Accantonando per ora la natura di questo mancato riconoscimento (che verrà trattato nel prossimo articolo), il dato evangelico mostra non solo l’assenza della resurrezione nell’originale Vangelo di Marco, ma veri e propri incontri fisici e reali fra il maestro di Galilea ed i suoi discepoli nei successivi Vangeli.

Ma che fine ha fatto Gesù?

Perché, se era ancora vivo, la comunità gesuana prima ed i paolinisti (seppur in maniera diversa) dopo ne attendevano il ritorno?

Se si prendono in esame due testi di natura rispettivamente canonica (Vangelo di Luca e Atti degli Apostoli) ed apocrifa (Vangelo di Pietro), forse potremmo avere una traccia in grado di aprirci a interessanti considerazioni.

Prima di procedere, tendo a precisare che mi limiterò alla sola citazione dei testi e, in un caso specifico, all’analisi di una singola parola ed il corrispettivo termine greco. Visto il tema delicato non mi spenderò in conclusioni personali.

Lascerò il lettore alle proprie considerazioni, ed i più curiosi alla voglia e alla passione di spendersi nell’approfondimento del tema trattato.

Ascensione di Gesù: “Fu levato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi”

Nel Vangelo di Luca e negli Atti viene descritta quella che è conosciuta come l’ascensione di Gesù, leggendo rispettivamente:

Mentre li benediceva, si separò da loro e veniva portato nel cielo (Lc 24, 51).

Dette queste cose, mentre essi lo stavano guardando, fu levato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Stavano con lo sguardo fisso verso il cielo, mentre egli se ne andava (At 1, 9-10).

In Luca il termine usato per descrivere l’atto in cui Gesù si alza da terra per raggiungere il cielo è ναφέρω (anapheró), mentre in Atti è ναλαμβάνω (analambanó). Sul sito biblehub.com è possibile scoprire il significato specifico di tali parole: se per anapheró la traduzione è carry up, lead up (portare fino, sollevare), la parola analambanó presente in Atti, e che trova un parallelo nel “finale di Marco” in Mc 16, 19, fra i molti significati presenta il curioso take on board (imbarcare, prendere a bordo).

Tutt’e due i verbi, scritti costantemente nella loro forma passiva, indicano come Gesù non fosse il soggetto attivo dell’azione, ma che subì passivamente il passaggio dalla terra al cielo.

Vangelo di Pietro: “risuonò in cielo una gran voce, videro aprirsi i cieli e scendere di lassù uomini, in un grande splendore, e avvicinarsi alla tomba…”

Nel Vangelo di Pietro, uno scritto non posteriore alla metà del II secolo, è condensata la scena della resurrezione e dell’assunzione. Qui è riportata l’edizione curata dal prof. Luigi Moraldi dell’edizione UTET degli Apocrifi del Nuovo Testamento. Il testo sarà da leggere consci delle evidenti pennellate interpretative di varie scuole cristiane del tempo (dai doceti ad uno gnosticismo più sviluppato), ma individuando allo stesso tempo tratti narrativi fortemente concreti e di estremo interesse:

Ma durante la notte nella quale spuntava il giorno del Signore, mentre i soldati montavano la guardia a turno, due a due, risuonò in cielo una gran voce, videro aprirsi i cieli e scendere di lassù uomini, in un grande splendore, e avvicinarsi alla tomba. La pietra che era stata appoggiata alla porta rotolò via da sé e si pose a lato, si aprì il sepolcro e vi entrarono i due giovani. A questa vista quei soldati svegliarono il centurione e gli anziani, anch’essi, infatti, stavano di guardia; e mentre spiegavano loro quanto avevano visto, scorgono ancora tre uomini uscire dal sepolcro: i due reggevano l’altro (Vangelo di Pietro 9-10, 34-38).

Concludendo, sarà doveroso sottolineare ciò che scrisse Celso, filosofo medioplatonico del II secolo, nel suo libro Il discorso vero:

E dicono anche che sulla sua stessa tomba venne un messaggero, o, secondo un’altra versione, ne vennero due, e risposero alle donne che era risorto. Il figlio di Dio, a quanto pare, non riuscì ad aprire la propria tomba, ma ebbe bisogno di un altro che smuovesse la pietra (Il discorso vero V, 52).

di Francesco Esposito, si laurea in Scienze Filosofiche con una tesi magistrale sul De Cultu Feminarum di Tertulliano e la figura femminile nel cristianesimo patristico e nella società romana. Studioso di cristianesimo primitivo e pre-conciliare, dal 2013 cura una rubrica di approfondimento sui testi biblici assieme all’autore Mauro Biglino intitolata “Racconti dall’Antico Testamento”. Per Uno editori è autore di “Cristianesimo, un’invenzione di San Paolo

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Esposito Francesco

Autore: Francesco Esposito

Esposito Francesco, Lamezia Terme (cz) classe 1986, si laurea in Scienze Filosofiche con una tesi magistrale sul De Cultu Feminarum di Tertulliano e la figura femminile nel cristianesimo patristico e nella società romana. Studioso di cristianesimo primitivo e pre-conciliare, dal 2013 cura una rubrica di approfondimento sui testi biblici assieme all’autore Mauro Biglino intitolata “Racconti dall’Antico Testamento”.

1 Comment

  1. Nell'articolo si riporta il verso 16, 8 del vangelo di Marco e poi vi e' scritto: "Così ha termine il primo Vangelo. Ma, questo famoso epilogo identificato come “finale di Marco” è stato definito come una redazione di molto successiva in aggiunta al testo originale." L'autore da ad intendere che tutta la parte finale del Vangelo di Marco sia stata aggiunta in epoche successive, quindi non sia originale. Gia' da questo si capisce che chi ha scritto questo articolo non ha dimestichezza con i vangeli. Infatti l'epilogo che e' stato aggiunto e' Marco 16:9-20, e fino a Marco 16, 8 e' originale. l'annuncio della Risurrezione e' in Marco 16, 6: " 6 Ed egli disse loro: «Non vi spaventate! Voi cercate Gesù il Nazareno che è stato crocifisso; è risuscitato, non è qui; ecco il luogo dove l'avevano posto.

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