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Radiazioni mortali nello spazio. Impossibile replicare le missioni Apollo… Cosa non quadra?

Ancora oggi, a oltre 50 anni dall’inizio dell’epopea spaziale, uno dei problemi principali che affliggono qualsiasi missione spaziale è rappresentato dalle radiazioni pericolose cui gli astronauti verrebbero sottoposti.

Radiazioni pericolose ufficialmente riconosciute

In un video ufficiale della Nasa risalente al 2014, creato per illustrare la nuova navicella spaziale Orion, l’ingegnere della Nasa Kelly Smith ha dichiarato quanto segue:  «Allontanandoci ulteriormente dalla Terra, passeremo attraverso la Fascia di Van Allen, un’area carica di radiazioni pericolose. Radiazioni di questo tipo possono danneggiare i sistemi di guida, i computer a bordo o altre componenti elettroniche. […] I sensori a bordo registreranno i livelli di radiazione affinché gli scienziati li studino. Dobbiamo risolvere queste problematiche prima di poter mandare delle persone oltre questa regione dello spazio».

È stata proprio questa frase a causare un forte stupore: in che senso dobbiamo risolvere queste problematiche prima di poter mandare delle persone oltre le fasce di Van Allen? Non erano stati mandati già vari astronauti a bordo delle navicelle Apollo per andare sulla Luna? Non si trattava quindi di un problema risolto?

Evidentemente no, oppure, semplicemente, forse il problema non era mai stato affrontato perché non ve n’era la necessità (nel caso si volesse ritenere che le missioni Apollo possano essere stare realizzate all’interno di un set cinematografico, forse proprio perché non si era riusciti a trovare un modo efficace per offrire adeguata protezione dalle radiazioni).

Queste dichiarazioni sono sufficienti per mettere in dubbio la ricostruzione ufficiale di quanto realmente accaduto nell’era spaziale, ma consideriamo anche ulteriori aspetti.

Dr.Van Allen e la scoperta delle fasce radioattive intorno alla terra 

Il 31 gennaio 1958 partiva da Cape Canaveral l’Explorer 1, il primo satellite degli Stati Uniti, con lo scopo, tra gli altri, di determinare in che misura lo spazio fosse radioattivo. A tal fine, il professor Van Allen dell’Università dell’Iowa e i suoi colleghi avevano messo un contatore Geiger nel satellite, che avrebbe proceduto con un’orbita ellittica tra i 360 e i 2500 km da terra per raccogliere il maggior numero di dati possibile. Come previsto, la lettura del Geiger mostrò che la radiazione aumentava all’aumentare della distanza da terra per poi, con sorpresa del professor Van Allen, diminuire successivamente.

Fu solo con altre due missioni che il team di Van Allen riuscì ad avere dati sufficienti per intuire l’esistenza di fasce radioattive che circondano la Terra, cui venne dato il nome di fasce di Van Allen in onore del professore stesso. Radiazioni talmente elevate che avevano mandato in tilt i contatori.

Missioni Apollo… e le fasce radioattive?

Ecco perché le missioni Apollo, essendo state le sole che avrebbero superato le fasce di Van Allen con un equipaggio a bordo, rappresentano un evento unico che non si è mai più verificato… E a oggi le radiazioni, come espresso dall’ingegnere della Nasa Kelly Smith, costituiscono sempre un problema di cruciale importanza.

Problema che viene tenuto in considerazione anche dall’Agenzia Spaziale Europea, sul cui sito si può leggere che  «Le radiazioni rappresentano un ovvio motivo di preoccupazione per le missioni fornite di equipaggio. Nel breve termine, le attività che prevedranno un equipaggio sono limitate a missioni a bassa altitudine e soprattutto a bassa inclinazione».

Tutti elementi che gettano un’oscura luce sulle missioni Apollo, perché se il problema delle radiazioni non è stato risolto ai giorni nostri, tantomeno lo poteva essere stato cinquant’anni fa.

2014: volo di prova dell’Orion

In ogni caso, probabilmente per una certa assenza di dati al riguardo, ecco dunque il volo di prova, nel dicembre 2014, dell’Orion, ideato proprio in vista di future missioni con equipaggio per l’esplorazione della Luna e di Marte.

Come si può leggere nel blog ufficiale della Nasa relativo alla missione: «Per quanto Orion non trasporterà alcun passeggero nel corso del volo di prova, è progettato per astronauti, e gli ingegneri sono desiderosi di scoprire che condizioni vi saranno all’interno della cabina quando l’Orion volerà attraverso delle forti radiazioni e a temperature estreme nel corso di questo volo di prova».

Continua un altro sito specializzato:  «In questa orbita ellittica, l’Orion dovrà passare attraverso la fascia di radiazioni, e le radiazioni saranno misurate all’interno del modulo per valutare i materiali protettivi che proteggeranno i futuri equipaggi nell’ambiente radioattivo ostile rappresentato dalla spazio profondo».

 

Le Missioni Apollo hanno evitato le radiazioni letali: fortuna… o fantasia?

Già nel 1966, due anni dopo aver iniziato a collaborare con Kubrick per la stesura della sceneggiatura di 2001: Odissea nello Spazio, il celebre scrittore Arthur C. Clarke aveva dichiarato come le missioni Apollo si sarebbero verificate nel periodo peggiore da un punto di vista di ciclo solare e delle conseguenti radiazioni emesse dal Sole, specificando come «gli astronauti si troveranno a viaggiare nelle peggiori condizioni possibili; nel caso di un picco di attività solare, gli astronauti moriranno nel giro di poche ore a seguito dell’esposizione a radiazioni».

Clarke, in maniera più rassicurante ma un po’ in contraddizione con quanto espresso sopra, aggiunse anche che, in genere, le missioni vengono effettuate in fasi di minima nei picchi solari, raccomandandosi anche sul fatto che gli astronauti dovessero rimanere all’interno dell’atmosfera terrestre durante i picchi massimi. Non solo, il celebre scrittore ha anche aggiunto che «un attento esame dei brillamenti solari ci darà sempre un giorno di anticipo sull’arrivo di una tempesta solare, e ciò non sarà di handicap per i viaggi lunari, dal momento che i voli verso la Luna non dureranno più di così».

Dichiarazione che risulta sorprendente, dal momento che non considera il fatto che per raggiungere la Luna occorrono quasi quattro giorni e che essa non è protetta dalle radiazioni. E non solo: nel 1970 Clarke disse che nel corso delle missioni si poteva comunque tornare a casa in fretta, il che però risulta decisamente poco preciso e sorprende assai in un uomo di scienza.

Ancora oggi è impossibile replicare le Missioni Apollo

Nel 1993, lo Space Radiation Analysis Group (SRAG) della Nasa ebbe a dichiarare quanto segue con riferimento alle missioni Apollo e all’attività solare: «Tra le missioni Apollo 16 e 17 si ebbe uno dei più intensi brillamenti solari, che produsse livelli di radiazione tali da rappresentare una dose letale per gli astronauti che, al di fuori della magnetosfera, vi fossero stati esposti entro 10 ore dall’inizio del brillamento. Rappresenta una gran fortuna il fatto che la tempistica di questo brillamento non abbia coinciso con le missioni Apollo. La previsione accurata di questi eventi solari non è ancora possibile, infatti. Inoltre, gli effetti biologici dell’esposizione su lungo termine a elevati livelli di radiazioni cosmiche non sono ancora del tutto ben compresi».

E ancora: «le missioni Apollo ebbero la fortuna di evitare brillamenti solari casuali per via della breve durata delle missioni. Missioni future che implicheranno permanenze più lunghe renderanno meno fattibile evitarli».

Da queste dichiarazioni sembrerebbe che il fulcro su cui si sono basate le missioni Apollo sia quello della fortuna, in assenza della quale gli astronauti sarebbero potuti morire per assorbimento di dosi letali di radiazioni.

Il carattere di straordinarietà delle missioni Apollo viene ribadito dalla stessa Nasa, secondo cui «eccezion fatta per le missioni Apollo sulla Luna, le missioni spaziali Nasa dotate di equipaggio avranno luogo entro la magnetosfera terrestre. Mentre la Nasa sta valutando la fattibilità di mandare nuovamente missioni dotate di equipaggio sulla Luna o su altri pianeti, la protezione dell’equipaggio dalle radiazioni rimane uno dei problemi chiave da risolvere».

Ragion per cui sorge il dubbio su come mai le missioni Apollo avessero caratteristiche straordinarie, che non si sono più riuscite a replicare, come ammesso dalla stessa Nasa.

 

Missione Apollo: radiazioni 400.000 volte più forti di quelle sulla terra

Ma in che misura si viene colpiti da radiazioni nel viaggio dalla terra alla Luna? Anche in questo ambito si nota una forte divergenza di opinione tra “teorici della cospirazione” e “teorici della non cospirazione”.

Stando ai calcoli di Gerhard Wisnewski, lo scudo della capsula Apollo contro le radiazioni ammontava a soli 7 millimetri di spessore. Il che non sarebbe stato affatto sufficiente per proteggere dai tassi di radioattività che gli astronauti avrebbero incontrato! Infatti,  passando le fasce di Van Allen, il livello di radiazione assorbito si aggirerebbe intorno ai 200 milliSievert all’ora nella fascia più interna, e di 50 milliSievert in quella esterna, vale a dire 400.000 volte la radiazione ricevuta in un anno da un individuo sulla Terra in condizioni normali. Per fare un paragone, dopo l’incidente di Chernobyl un’intera città fu evacuata perché il livello era salito a 6 milliSievert all’ora.

Si consideri che, stando alle tabelle relative agli effetti clinici derivanti dall’assorbimento di radiazioni, effetti lievi si hanno dopo una esposizione tra 500 e 1000 milliSievert, mentre da 1000 a salire gli effetti saranno sempre più gravi, portando a vomito, nausea e a un tasso di mortalità via via più probabile fino al 100% di mortalità sopra i 7000 Sievert.

Alle radiazioni assorbite nel passaggio attraverso le fasce di Van Allen si aggiungano anche quelle ricevute comunque nel corso della missione sulla Luna e in tutti i momenti in cui si sono trovati fuori dell’atmosfera terrestre, vale a dire per la quasi totalità dei giorni di durata di ogni singola missione Apollo.

Per i NON cospirazionisti, invece…

Calcoli differenti vengono invece presi in considerazione da coloro che ritengono impossibile anche il solo pensare che le missioni Apollo possano essere avvenute in maniera diversa da quanto raccontato. Ad esempio lo studioso Paolo Attivissimo spiega come l’Apollo 6 sia stato mandato in orbita con strumenti per calcolare le radiazioni e i risultati abbiano indicato che la quantità di radiazioni ricevute era pari a quelle di poche radiografie e pertanto facilmente tollerabile. Lo stesso dicasi per gli astronauti dell’Apollo 8 che accumularono, nel corso dell’intero volo, un livello pari a soli 1,6 milliSievert, l’equivalente di una ventina di radiografie al petto. Valori poco più alti per l’Apollo 11, la cui dose di radiazioni si attestò intorno ai 2,5 milliSievert. Per dare un’idea, la dose annuale media a persona negli Stati Uniti è di 6,2 milliSievert, stando allo us National Council on Radiation Protection and Measurement.

Come si può notare, da un lato vi è chi come Wisnewski, tacciato di cospirazionismo, ha parlato di circa 200 milliSievert all’ora nelle fasce di Van Allen, e dall’altro chi, come Paolo Attivissimo, ha parlato, con riferimento ai dati delle missioni, di circa 2 milliSievert. Nel primo caso, pertanto, gli astronauti sarebbero andati incontro a morte certa, mentre nel secondo, al contrario, si sarebbe trattato di una sorta di “passeggiata di salute” con specifico riferimento alle radiazioni assorbite.

Pertanto, dove sta la verità?

Fortunatamente, a differenza di altri aspetti su cui la Nasa non ha preso posizione, in questo caso sono proprio gli esperti dell’ente spaziale nord-americano a fornire una risposta.

Stando alla dottoressa Ellen Stofan, scienziata Nasa e consigliere principale dell’Amministratore Nasa Charles Bolden in materia di programmi spaziali, progetti e investimenti: «l’obiettivo della Nasa ora è quello di mandare uomini oltre l’orbita terrestre verso Marte. Stiamo cercando di sviluppare nuove tecnologie per arrivarci, al momento è un’impresa tecnologica non da poco perché vi è un paio di problematiche rilevanti. Innanzitutto le radiazioni: una volta usciti dal campo magnetico terrestre si va ad esporre gli astronauti non solo alle radiazioni solari ma anche a quelle cosmiche. Si tratta di dosi più elevate di quanto pensiamo che un essere umano possa assorbire».

Un giudizio molto preciso, proveniente per di più da una fonte di importanza assoluta, trattandosi di una figura operante per la Nasa ad alti livelli.

Non si tratta, inoltre, dell’unica voce all’interno della Nasa ad aver espresso il concetto che le radiazioni rappresentino ancor oggi un problema cruciale. Robert Naeve, ex collaboratore Nasa e ora redattore capo presso la rivista «Sky & Telescope» (il mensile più stimato al mondo in materia di astronomia), ha dichiarato quanto segue, con riferimento proprio alla Luna: «la superficie della Luna è totalmente esposta ai raggi cosmici e ai brillamenti solari. Quando i raggi cosmici colpiscono il suolo, producono un pericoloso innalzarsi di particelle secondarie sui piedi, dando luogo a piccole reazioni nucleari che rilasciano molte radiazioni sotto forma di neutroni. È la stessa superficie della Luna a essere radioattiva!».

… E la cagnolina Laika?

Sempre con riferimento alla tematica delle radiazioni nello spazio, la vicenda della cagnolina Laika fornisce degli spunti di riflessione e delle possibili chiavi di lettura.

Presa dalle strade di Mosca, Laika venne lanciata nello spazio il 3 novembre del 1957 a bordo dello Sputnik II. Riguardo al suo destino, in un primo tempo alcuni dissero che era tornata a terra senza problemi, mentre altri affermarono che era stata avvelenata poco dopo il suo ritorno. Fu solo nel 2002, nel corso di un congresso, che la sua sorte venne resa nota: Laika sarebbe morta dopo appena cinque ore dal lancio a causa del surriscaldamento della capsula. Tale dichiarazione venne fatta da Dimitri Malashenkov, membro dell’Istituto di Biomedicina della Federazione Russa, il quale spiegò come, per via di non ben precisati problemi tecnici, la temperatura all’interno dello Sputnik II si sarebbe alzata in maniera così elevata da non poter permettere la sopravvivenza di Laika. In ogni caso, sempre stando a Malashenkov, la missione era da considerarsi un successo perché era servita a capire che non vi erano problemi di sopravvivenza in assenza di gravità per un mammifero quale appunto la cagnolina Laika.

In realtà, però, le dichiarazioni di Malashenkov mettono in luce alcune incongruenze. Infatti, se lo scopo della missione fosse stato quello di verificare gli effetti dell’assenza di gravità, lo Sputnik sarebbe stato lanciato facendogli seguire un’orbita bassa, in modo da dare più tempo per vedere gli effetti della gravità zero. Al contrario, Laika venne spedita in un’orbita fortemente eccentrica il cui punto più vicino era a 212 chilometri e il più lontano a 1660 chilometri, proprio nel mezzo della fascia di Van Allen inferiore, ragion per cui sembra molto più probabile ritenere che questo fosse il vero scopo della missione, vale a dire comprendere in che misura le radiazioni avessero effetti su esseri viventi. Effetti che furono evidenti e che portarono alla morte dell’animale dopo poche ore. Da qui il pessimismo generalizzato negli ambienti astronautici sovietici in merito alla fattibilità di mandare delle persone nello spazio, cosa che infatti si tradusse nel non mandare mai nessun cosmonauta a più di 500 chilometri dalla Terra, proprio per evitare gli effetti mortali delle radiazioni.

Ecco dunque che i sovietici, per quanto ci sia noto (non bisogna infatti dimenticare le voci nello spazio captate dai due radioamatori italiani Judica-Cordiglia), non hanno mai superato le fasce di Van Allen, così come anche gli americani, eccezion fatta per le missioni Apollo.

 

Impossibile replicare le missioni Apollo

In tutta la storia spaziale dagli albori a oggi, pertanto, le missioni Apollo rappresentano un unicum che né prima né soprattutto dopo, si è riusciti a eguagliare, pur con l’avanzamento tecnologico avvenuto negli ultimi 50 anni.

Ecco perché, anche ascoltando le dichiarazioni di chi lavora alla Nasa in merito all’ostacolo immane posto dalle radiazioni, non si può non guardare con sospetto alle ricostruzioni ufficiali concernenti il presunto svolgimento delle missioni Apollo.

 

Conclusione: un evidente paradosso

Di conseguenza, si può vedere come da un lato abbiamo delle rilevazioni risalenti alle missioni Apollo dalle quali si evincerebbe come non vi sia pericolo alcuno per gli astronauti che vadano in missione sulla Luna. Dall’altro abbiamo dichiarazioni degli ultimi 15 anni da parte di scienziati della Nasa che illustrano come il problema principale dei viaggi spaziali sia rappresentato delle radiazioni, come espresso anche da Kelly Smith con riferimento alla missione Orion che abbiamo presentato all’inizio.

L’aporia è evidente a tutti tranne a coloro che non vogliono nemmeno prendere in considerazione l’ipotesi che le missioni Apollo non si siano svolte sulla Luna.

Qui non si tratta, preme sottolinearlo, di parteggiare per l’una o l’altra scuola di pensiero – quella dei “cospirazionisti” o quella degli “anticospirazionisti” – bensì semplicemente di constatare un paradosso evidente, derivante da dichiarazioni recenti della Nasa che non si conciliano affatto con la storia delle missioni Apollo per come ci è stata raccontata.

Infatti, in estrema sintesi, vi è una contraddizione evidente tra l’assunto secondo cui le radiazioni rappresentino il motivo per cui non si riesca oggigiorno a compiere missioni spaziali dotate di equipaggio e la considerazione secondo cui invece quasi cinquant’anni fa le stesse radiazioni non abbiano rappresentato problema alcuno. In uno dei due aspetti – missioni odierne e missioni Apollo – vi devono essere dei forti elementi di costruzione e di falsità che, stanti le numerose anomalie concernenti le missioni Apollo, sembra più probabile si addossino proprio su queste ultime, nel senso che pare quindi più razionale ritenere che siano le missioni Apollo a essere state oggetto di una orchestrazione ad alti livelli.

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di Umberto Visani, autore di Mai stati sulla luna?, è laureato in Giurisprudenza e fin dall’adolescenza si interessa di ufologia, archeologia misteriosa, antropologia, tradizioni e criptozoologia.

Visani Umberto

Autore: Umberto Visani

Umberto Visani nasce a Torino nel 1983. Laureato in Giurisprudenza, fin dall'adolescenza si interessa di ufologia, archeologia misteriosa, antropologia, tradizioni e criptozoologia. Collaboratore di numerose riviste specializzate, fra cui "XTimes", "The Ufologist Magazine Australia" e "Ufo Matrix Magazine", dal 2010 è ospite fisso della trasmissione televisiva Mistero in onda su Italia 1.

1 Comment

  1. Ho letto il suo articolo sulla missione spaziale, molto interessante e vorrei farle una domanda: se é questa la situazione sull'esplorazione spaziale i satelliti tipo Voyager o i droni su Marte non li hanno mai mandati? grazie in anticipo per una sua risposta.

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